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Malattie della retina: l’editing genetico potrebbe ripristinare la vista

martedì 9 Gennaio - 2024 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Studio medico

Ripristinare la vista dagli affetti da malattie della retina grazie ad una nuova tecnica di editing genetico basata sulla Crispr, le forbici molecolari del Dna.

E’ questo l’obiettivo di un gruppo di ricercatori guidati dal Massachusetts Institute of Technology e dall’Università di Harvard. Gli scienziati hanno modificato il sistema di trasporto che consegna questo ‘macchinario molecolare’ all’interno delle cellule bersaglio, utilizzando particelle simili a virus.

Questo ha reso la tecnica fino a 170 volte più efficiente rispetto a quella attuale sui topi.

Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology, segna un nuovo passo avanti per le terapie basate sull’editing genetico.

Nello specifico gli scienziati hanno cercato di agire sulla retinite pigmentosa, che provoca una progressiva degenerazione della retina, e per l’amaurosi congenita di Leber, che causa cecità. In entrambi i casi, le mutazioni responsabili sono state corrette in circa il 20% delle cellule della retina, permettendo agli animali di recuperare parzialmente la vista.

Lo studio

La ricerca si è focalizzata sulla tecnica chiamata ‘prime editing’, basata su un particolare tipo di Rna, conosciuto come pegRna. Quest’ultimo è in grado di apportare cambiamenti precisi all’interno del Dna.

Il sistema del prime editing è formato da tre componenti: una proteina Cas9, tipicamente utilizzata nelle tecniche Crispr e in grado di tagliare il Dna, il pegRna, che contiene le istruzioni sul tipo di modifica da fare e sulla sua localizzazione, e infine un enzima che utilizza l’Rna come guida per alterare il Dna.

Per trasportare questo complesso macchinario molecolare all’interno delle cellule, gli autori dello studio hanno scelto delle particelle simili ai virus chiamati Vlp. Queste sono composte da un involucro di proteine virali che trasporta il prezioso carico, ma che è privo del materiale genetico del virus e non può quindi causare alcun disturbo.

Finora, le Vlp hanno prodotto risultati molto modesti nell’efficienza di consegna. Proprio per questo motivo i ricercatori hanno ingegnerizzato in laboratorio le particelle. In particolare, hanno migliorato sia il modo con cui il carico viene impacchettato all’interno di esse, sia la tecnica con cui il carico si libera del suo ‘veicolo di consegna’ per entrare nel nucleo delle cellule bersaglio, dove si trova il Dna.

Il futuro

“Quando abbiamo combinato tutto insieme, abbiamo visto miglioramenti di oltre 100 volte rispetto alle Vlp con le quali siamo partiti – osserva David Liu di Mit, coordinatore del gruppo -. Questo tipo di miglioramento dell’efficienza dovrebbe essere sufficiente per darci risultati terapeutici rilevanti. Inoltre le Vlp modificate, chiamate eVlp, possono entrare in maniera efficace anche nelle cellule del cervello, senza causare modifiche indesiderate. Questo potrebbe portare notevoli passi avanti anche in altri ambiti”.

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