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Generici sotto dazio, cosa rischiano L’Europa e l’Italia?

mercoledì 22 Luglio - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi

Dopo i farmaci innovativi, Donald Trump apre un nuovo fronte commerciale sui medicinali generici e rimette in discussione le condizioni concordate con l’Unione europea. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che, dal 1° agosto 2026, i generici importati continueranno a entrare nel mercato americano senza dazi per due anni. Dal 1° agosto 2028 scatterà una tariffa del 100%, che salirà al 200% l’anno successivo.

Trump vuole spingere le aziende farmaceutiche a trasferire negli Stati Uniti impianti e linee produttive. Secondo il presidente americano, chi non investirà entro il periodo concesso dovrà sostenere tariffe tanto elevate da rendere molto meno conveniente l’importazione. L’annuncio riguarda specificamente i farmaci generici. Per i medicinali di marca e quelli coperti da brevetto, Washington ha già previsto un diverso sistema di tariffe, accordi ed esenzioni.

L’annuncio apre anche un nuovo problema nei rapporti con Bruxelles. Con l’accordo commerciale del 2025, Stati Uniti e Unione europea avevano garantito condizioni più favorevoli ai farmaci generici, ai loro ingredienti e ai precursori chimici, applicando soltanto la tariffa doganale ordinaria statunitense. Per la maggior parte degli altri prodotti europei, l’intesa aveva invece fissato un tetto del 15%.

Trump non ha ancora chiarito se il nuovo piano supererà quell’accordo anche per le aziende europee. Un dazio del 100% e poi del 200% cambierebbe radicalmente le condizioni di accesso al mercato americano e potrebbe costringere Bruxelles ad aprire un nuovo confronto con Washington.

La misura potrebbe colpire soprattutto India e Cina, dove si concentra gran parte della produzione mondiale di generici e principi attivi. L’India esporta negli Stati Uniti prodotti farmaceutici per circa 9,7 miliardi di dollari, pari a quasi il 38% del proprio export del settore, mentre la Cina fornisce molte delle materie prime utilizzate anche dagli stabilimenti indiani, europei e americani.

L’Europa esposta

Per l’industria europea il mercato americano rappresenta uno sbocco fondamentale. Nel 2025 l’Unione europea ha esportato medicinali e prodotti farmaceutici per 366,2 miliardi di euro, con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente. Il surplus commerciale del settore ha raggiunto il record di 220,5 miliardi.

Gli Stati Uniti hanno assorbito da soli 160,6 miliardi di euro di prodotti farmaceutici europei, pari al 43,8% di tutte le esportazioni del comparto dirette fuori dall’Unione. I medicinali hanno inoltre rappresentato il 29% dell’intero export europeo verso il mercato americano.

Questi valori comprendono però farmaci innovativi, generici, vaccini, medicinali biologici, principi attivi e altri prodotti farmaceutici. Non permettono quindi di calcolare quale quota dell’export europeo rischi davvero di subire i nuovi dazi. Molti medicinali attraversano inoltre più Paesi prima di arrivare al paziente. Un’azienda può sviluppare il farmaco in Europa, acquistare il principio attivo in Asia, completare la produzione in un altro Stato e distribuirlo attraverso una controllata americana. L’origine doganale e il luogo effettivo di produzione diventeranno quindi elementi decisivi.

All’interno dell’Unione non tutti i Paesi presentano la stessa esposizione commerciale. Nel 2025 l’Irlanda ha guidato le esportazioni farmaceutiche europee verso i mercati extra Ue con 93,8 miliardi di euro. La Germania ha raggiunto 67,9 miliardi e il Belgio 38,5 miliardi. Questi tre Paesi partono quindi da volumi complessivi superiori a quelli italiani.

L’Irlanda ospita grandi stabilimenti di gruppi multinazionali e concentra una parte rilevante della produzione farmaceutica destinata agli Stati Uniti. Germania e Belgio svolgono a loro volta un ruolo centrale nella manifattura, nella logistica e nella distribuzione internazionale. Non è però ancora possibile stabilire quale Paese europeo rischi di più, perché i dati disponibili comprendono anche farmaci innovativi, biologici, vaccini e altri prodotti che non rientrano necessariamente nell’annuncio sui generici.

Tra le aziende europee più esposte figura Sandoz, uno dei principali produttori mondiali di generici e biosimilari. Il gruppo realizza circa il 22% delle proprie vendite in Nord America e dispone di una capacità produttiva limitata negli Stati Uniti. Dopo l’annuncio, l’azienda ha comunicato l’intenzione di confrontarsi con le autorità americane, spiegando però di non poter ancora valutare le conseguenze della misura sugli investimenti e sulle attività produttive.

Il punto più delicato riguarda la sostenibilità economica del trasferimento della produzione. I farmaci generici rappresentano oltre il 90% dei medicinali venduti negli Stati Uniti, ma hanno prezzi e margini molto più bassi rispetto ai prodotti innovativi. Costruire un impianto americano richiede anni, capitali elevati, autorizzazioni e personale specializzato. Molte aziende, soprattutto quelle di dimensioni minori, potrebbero non avere risorse sufficienti o non trovare conveniente l’investimento.

Un dazio del 100% o del 200% non garantisce quindi che la produzione torni automaticamente negli Stati Uniti. Alcuni produttori potrebbero ridurre le forniture, rinunciare ai medicinali meno remunerativi o chiedere prezzi più alti. Il rischio riguarda soprattutto i farmaci essenziali utilizzati negli ospedali, che già oggi soffrono frequenti carenze e una progressiva riduzione del numero di fornitori.

L’Italia

Il nostro Paese occupa una posizione industriale importante e ha rafforzato molto la propria presenza sui mercati internazionali, anche se non figura tra i primi tre esportatori europei di prodotti farmaceutici. Tra gennaio e ottobre 2025 le esportazioni italiane di prodotti farmaceutici sono cresciute del 33,7%, mentre gli Stati Uniti hanno consolidato il proprio ruolo di principale mercato di destinazione per il settore.

Irlanda, Germania e Belgio registrano volumi complessivi superiori, ma questo dato non permette di stabilire quali Paesi subiranno le conseguenze maggiori. Le statistiche disponibili comprendono infatti farmaci innovativi, biologici, vaccini e principi attivi, mentre manca una ripartizione omogenea della sola quota di generici esportata negli Stati Uniti.

La filiera italiana comprende aziende che producono medicinali equivalenti, principi attivi, semilavorati e farmaci per conto di grandi gruppi internazionali. I nuovi dazi potrebbero spingere i committenti a chiedere prezzi più bassi, spostare gli ordini o sollecitare investimenti produttivi negli Stati Uniti, soprattutto nei confronti delle imprese che dipendono maggiormente dal mercato americano e non possiedono stabilimenti locali.

Nel 2025 l’Italia ha inoltre occupato il primo posto nell’Unione europea per le importazioni farmaceutiche dai Paesi extra Ue, con 27,5 miliardi di euro, davanti a Belgio e Germania. Il dato mostra il forte inserimento del sistema produttivo nazionale nelle catene internazionali. Le imprese importano principi attivi e semilavorati, li sottopongono a ulteriori lavorazioni e in alcuni casi li riesportano. Le tariffe americane potrebbero quindi incidere non soltanto sulle vendite finali, ma anche sull’organizzazione della produzione e sui rapporti tra fornitori e committenti.

Il futuro incerto

I due anni di transizione consentiranno alle aziende di valutare accordi industriali, aprire nuove linee produttive e investire negli Stati Uniti. Bruxelles dovrà invece accertare se il nuovo piano rispetta l’intesa commerciale del 2025 e se Washington continuerà a garantire condizioni favorevoli ai generici europei.

L’Unione europea potrà negoziare una nuova esenzione oppure rafforzare la produzione interna. Resta però un interrogativo. I dazi riporteranno davvero gli impianti negli Stati Uniti o spingeranno le aziende a ridurre le forniture, aumentare i prezzi e rinunciare ai medicinali meno remunerativi?

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