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Sanità in affanno, confronto Cgil-Regione. Caruso: “Le criticità ci sono, l’offerta va rivista insieme”

mercoledì 23 Settembre - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro

Liste d’attesa ancora troppo lunghe, carenza di personale, difficoltà nell’emergenza-urgenza, medicina territoriale ancora incompleta e mobilità sanitaria. Sono alcuni dei temi affrontati ai Cantieri culturali alla Zisa di Palermo durante il confronto dedicato alla sanità nell’ambito de “L’altra Sicilia”, l’iniziativa promossa dalla Cgil Sicilia. Per il sindacato sono intervenuti Francesco Lucchesi, della segreteria regionale della Cgil Sicilia con delega alle politiche sanitarie e socio-assistenziali, e Renato Costa, responsabile sanità della Cgil. Al dibattito ha partecipato anche l’assessore regionale della Salute Marcello Caruso, presenza che ha dato al confronto un diretto interlocutore istituzionale.

I numeri messi sul tavolo dal sindacato fotografano una situazione che la Cgil considera ancora lontana dagli obiettivi fissati. Sul fronte ospedaliero vengono indicati 720 nuovi posti letto di terapia intensiva previsti, 151 realizzati e 109 collaudati e operativi, mentre dei 24 interventi programmati sui pronto soccorso 8 risultano realizzati. Sul versante economico vengono citati oltre 220 milioni di euro di deficit nel 2024 e più di 2 miliardi di euro tra il 2014 e il 2024 per la mobilità sanitaria, mentre la Sicilia viene indicata al terzultimo posto in Italia per i Livelli essenziali di assistenza.

L’attenzione si concentra anche sull’assistenza territoriale. Le strutture previste sono 156 Case della comunità e 43 Ospedali di comunità e, secondo i dati riportati dal sindacato, soltanto due Ospedali di comunità risultano attivati. Per il funzionamento della nuova rete vengono indicate 4.204 unità di personale previste, a fronte di una presenza ancora molto limitata nelle strutture già avviate.

Accesso alle cure

“La sanità in Sicilia ha problemi strutturali che non trovano ancora soluzione. Gli interventi messi in campo fino a oggi non hanno risolto alcune delle criticità più importanti, a partire dalle liste d’attesa, dalla mancanza di personale, dalle difficoltà dell’emergenza-urgenza e dal funzionamento della medicina territoriale. Sono problemi che incidono direttamente sulla possibilità dei cittadini di ottenere una risposta sanitaria nei tempi e nei luoghi in cui ne hanno bisogno”, afferma Lucchesi.

“Se questi problemi non verranno affrontati, continuerà a crescere anche l’emigrazione sanitaria, almeno per quelle famiglie che possono permettersi di sostenere i costi di un viaggio e delle cure fuori dalla Sicilia. Chi non può permetterselo rischia invece di rinunciare o di rimandare una prestazione. Per questo chiediamo alla Regione Siciliana di intervenire tempestivamente e di concentrare le risorse sulle criticità che continuano a pesare maggiormente sul sistema“, aggiunge.

Sul rapporto tra accesso alle cure, territorio e disuguaglianze interviene Costa sottolineando che: “La sanità siciliana continua a mostrare criticità che ricadono direttamente sui cittadini, a partire dalle liste d’attesa e dalla difficoltà di accedere alle cure vicino casa. Troppi siciliani sono ancora costretti a spostarsi fuori regione o rinunciano a una prestazione perché i tempi sono troppo lunghi, i servizi sono lontani o i costi diventano insostenibili. Il diritto alla salute non può trasformarsi in un diritto che si riesce a esercitare soltanto quando si hanno le risorse economiche per cercare altrove una risposta”.

Territorio e personale

“A questo si aggiunge una medicina territoriale che non ha ancora raggiunto gli obiettivi annunciati e un sistema ospedaliero e dell’emergenza-urgenza che continua a lavorare sotto pressione. Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per rafforzare realmente l’assistenza fuori dagli ospedali attraverso Case e Ospedali di comunità, ma non basta costruire le strutture. Bisogna renderle operative, riempirle di personale, servizi e professionalità e collegarle realmente con i distretti, i medici di medicina generale, le cure domiciliari e gli ospedali”, prosegue.

“Il problema del personale attraversa tutto il servizio sanitario. Servono assunzioni, la stabilizzazione dei precari Covid e concorsi a tempo indeterminato. Dobbiamo aumentare anche i posti di accesso alla formazione universitaria, investire sulla formazione e valorizzare il ruolo del Cefpas. Senza medici, infermieri, operatori socio-sanitari, ausiliari, tecnici e amministrativi non si costruisce nessuna riforma. Per questo chiediamo anche di superare i tetti di spesa che impediscono alle aziende di rafforzare realmente gli organici“, rimarca Costa.

“Serve inoltre intervenire sulle attività No Core. Chiediamo di internalizzare questi servizi attraverso società pubbliche partecipate, perché pulizia, sanificazione, distribuzione del vitto e vigilanza sono attività che tengono in piedi ogni giorno le strutture sanitarie e chi vi lavora deve avere maggiori garanzie e tutele”, aggiunge.

Sulla guida delle aziende sanitarie, Costa mette al centro il tema delle nomine. “La scelta dei direttori generali non può dipendere dagli equilibri della politica. Devono contare competenza, esperienza, autonomia e capacità di raggiungere gli obiettivi assegnati. La programmazione sanitaria deve partire dai bisogni di salute dei territori e non da logiche diverse da quelle sanitarie“, precisa.

Il servizio pubblico

“La nostra proposta parte da una sanità pubblica, universale e realmente accessibile. Significa ridare centralità ai distretti, rafforzare le cure domiciliari, i consultori, i dipartimenti di prevenzione e gli Spresal e costruire una rete dell’emergenza-urgenza e ospedaliera realmente integrata con il territorio. Anche nel rapporto con la sanità privata serve una vera complementarità, ma privilegiando sempre il pubblico e aggiornando i criteri di accreditamento delle strutture private. Non possiamo pensare a due sistemi separati che procedono senza una programmazione comune”, evidenzia Costa.

“Serve poi completare l’integrazione sociosanitaria, che oggi resta troppo frammentata, e per questo proponiamo un unico assessorato al Welfare, capace di mettere insieme salute e assistenza e garantire alle famiglie una presa in carico più semplice e continua. Il diritto alla salute non può dipendere dal reddito, dal luogo in cui si vive o dalla possibilità di sostenere i costi di un viaggio fuori dalla Sicilia. Difendere il carattere universale del servizio sanitario significa partire proprio da chi oggi incontra più difficoltà nell’accedere alle cure“, conclude.

La Regione

Alle criticità sollevate dalla Cgil risponde l’assessore Caruso, che riconosce le difficoltà ancora presenti nel sistema e indica nella medicina territoriale uno dei principali interventi da rafforzare.

“Le criticità non possono essere nascoste, questo è un dato di fatto. Dobbiamo rivedere l’offerta sanitaria e soprattutto rafforzare la medicina territoriale, perché per troppo tempo abbiamo pensato che gli ospedali potessero assorbire da soli la domanda di salute. Il risultato è che non sempre abbiamo dato una risposta adeguata ai cittadini e abbiamo congestionato strutture che devono invece occuparsi soprattutto della complessità. Dobbiamo costruire una sanità che parta dalla persona e dal suo bisogno, non soltanto dalla patologia”.

“Le Case della comunità rappresentano il primo luogo nel quale intercettare il bisogno di salute e possono contribuire a evitare che il cittadino arrivi al pronto soccorso o all’ospedale per prestazioni che possono trovare risposta sul territorio. Devono però funzionare davvero e sappiamo che oggi una delle principali difficoltà riguarda il personale. In alcuni casi abbiamo dovuto trasferire operatori da strutture già in sofferenza soltanto per riuscire ad avviarle e questo non è sostenibile. La prossima settimana porteremo al confronto con le organizzazioni sindacali un intervento specifico per rafforzarne gli organici”.

“Il territorio significa anche medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e personale del comparto. Sono loro il primo punto di contatto con il cittadino e dobbiamo rimetterli al centro della presa in carico. Nei distretti conosciamo già molti dei pazienti cronici e sappiamo di quali prestazioni avranno bisogno. Non possiamo aspettare che siano sempre loro a cercare una risposta. Possiamo programmare controlli e visite, anticipare i bisogni e impedire che una cronicità non seguita adeguatamente finisca per aggravarsi e portare il paziente in ospedale”.

“Nelle aree interne dobbiamo inoltre muoverci con attenzione. Non possiamo eliminare dall’oggi al domani presidi che per alcuni territori rappresentano ancora l’unica risposta sanitaria pubblica disponibile. Le guardie mediche, pur dentro un modello che deve evolvere, continuano ad avere una funzione dove la rete territoriale non è ancora sufficientemente strutturata. Prima dobbiamo costruire un’alternativa reale e garantire che nessun territorio resti senza una risposta”.

“Un altro problema riguarda l’attrattività del servizio sanitario pubblico. Oggi molti medici scelgono percorsi diversi perché trovano condizioni più remunerative e meno difficili. Alcune specializzazioni, come chirurgia, anestesia e ortopedia, rischiano così di diventare sempre meno attrattive. Non possiamo restare vincolati da tetti di spesa che impediscono le assunzioni e poi essere costretti a ricorrere ai gettonisti. Spesso con costi maggiori e senza quella continuità professionale che serve alle strutture. Dobbiamo restituire dignità, prospettive e condizioni di lavoro adeguate a chi sceglie la sanità pubblica”.

“Sulle liste d’attesa sappiamo quali sono le branche e i territori nei quali si registrano le maggiori difficoltà. Dobbiamo indirizzare lì le risorse. Il medico di medicina generale e lo specialista devono poter avere un ruolo più diretto nella prenotazione. Quando una prestazione non può essere garantita nei tempi previsti, l’Azienda sanitaria deve attivare un percorso di tutela per il cittadino. Anche su questo la prossima settimana porteremo il provvedimento al confronto con le organizzazioni sindacali e con le categorie interessate”.

“Questo metodo per me è fondamentale. Non possiamo pensare di costruire le riforme soltanto negli uffici. Chi poi deve rendere operative le decisioni deve partecipare al confronto prima che vengano adottate. Un decreto che non viene condiviso con gli operatori e non riesce a tradursi nel lavoro quotidiano rischia di restare soltanto sulla carta. Per questo il dialogo con sindacati, medici, pediatri, personale del comparto e professionisti deve accompagnare le scelte”.

“Anche gli Ospedali di comunità devono entrare pienamente nella rete. Una persona dimessa dall’ospedale che necessita ancora di assistenza non può continuare a occupare un posto destinato alle acuzie. Deve trovare una struttura con infermieri, operatori socio-sanitari e specialisti in grado di accompagnarla nella fase successiva. Gli ospedali devono invece concentrarsi sulle attività più complesse, dove si possono garantire maggiore professionalità, sicurezza e capacità di risposta. Non significa togliere servizi ai territori, ma costruire una rete nella quale ogni struttura svolga la funzione per cui è più adatta”.

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