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Europa, Amato: “Meno fondi per la Sanità, il sistema va ripensato e non frammentato”

lunedì 23 Febbraio - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Articoli

“Oggi il mondo della salute non è molto chiaro nei confronti degli Stati membri dell’Unione Europea“.

Con questa riflessione si apre l’analisi di Toti Amato, presidente dell’Ordine dei medici di Palermo e delegato ai rapporti esteri della Federazione Nazionale Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, che a Bruxelles, al Parlamento Europeo, ha affrontato il nodo delle politiche sanitarie europee intrecciandolo con le criticità nazionali, compresa la posizione contraria della categoria medica rispetto all’autonomia differenziata in Sanità.

Europa, risorse e modelli

“Abbiamo davanti guerre, distrazioni, una retratezza nel mondo dell’imprenditoria e ancora di più dell’innovazione che bisogna recuperare. Per molto tempo gli Stati europei si sono adagiati sul modello statunitense e oggi siamo superati da Paesi emergenti come India, Corea e alcune realtà africane – racconta -. Ci siamo cullati su una presunta superiorità culturale, ma ora dobbiamo tornare a essere protagonisti. Può bastare la sola innovazione? Assolutamente no. Serve anche un passaggio di natura umanistica. L’Unione Europea ha messo in campo programmi importanti per ristrutturazione e ammodernamento, ma non tutte le risorse sono state utilizzate e il rischio è concentrarsi sulle infrastrutture senza rafforzare la componente umana dell’organizzazione sanitaria”.

Professionisti e sistema

“C’è un grosso deficit di figure professionali e questo è un problema europeo, non solo italiano – avverte -. Corriamo il rischio di dover far arrivare medici e operatori da altri Paesi per coprire i vuoti. La programmazione non può essere emergenziale. Senza investimenti nella formazione e nella valorizzazione dei professionisti, le riforme restano incompiute. Le strutture, da sole, non garantiscono assistenza. La vera innovazione è anche organizzativa. Serviranno forse grandi ospedali di riferimento affiancati da presidi territoriali efficienti, ma con personale adeguato. Senza capitale umano non c’è sistema che possa reggere”.

Autonomia e diseguaglianze

In questo contesto si inserisce anche il tema dell’autonomia differenziata – sottolinea -. I medici sono contrari quando si parla di frammentare ulteriormente il sistema sanitario. Il rischio è aumentare le diseguaglianze tra territori. La salute è un diritto costituzionale e deve essere garantita in modo uniforme. Se già oggi esistono differenze tra Nord e Sud, come in tutti i Paesi dell’Unione, immaginare ulteriori frammentazioni significa rendere ancora più difficile assicurare equità di accesso alle cure. Noi dobbiamo lavorare per ridurre le distanze, non per ampliarle. La Sanità non può diventare materia di competizione territoriale ma deve restare un collante nazionale“.

“Io non vedo un avvenire roseo per i meridioni del mondo se non sanno trarre dalle proprie energie il loro futuro – evidenzia -. La Sicilia è al centro del Mediterraneo e può diventare un ponte tra un’Europa vecchia e un’Africa nuova, un hub naturale tra queste due realtà. Potrebbe essere un hub tra queste due realtà. Quei Paesi che finora abbiamo considerato terzo mondo hanno risorse ingenti, minerali e umane. Se queste risorse possono aiutare noi, che siamo poveri di alcune ma ricchi di altre, potrebbe essere un vantaggio reciproco. Dobbiamo imparare anche da loro“.

Prevenzione e sostenibilità

“In questo scenario dobbiamo essere molto più semplici anche nella gestione della sanità, saper dire con chiarezza che cosa si può garantire e spostare l’attenzione sulla prevenzione nel senso più ampio, non solo come tutela della salute delle persone ma come scelta strategica per la sostenibilità dell’intero sistema. L’Europa ci dice che le grandi risorse per la sanità saranno sempre più limitate mentre si punterà sull’innovazione come motore economico, e con fondi ridotti non possiamo permetterci di rincorrere soltanto la malattia. Una corretta divulgazione dei sistemi di prevenzione diventa allora fondamentale, così come l’educazione agli stili di vita fin da giovani, perché intervenire dopo che il danno è già prodotto significa aumentare costi e pressione sulle strutture. Investire in educazione sanitaria e prevenzione significa alleggerire gli ospedali, contenere la spesa futura e garantire maggiore stabilità organizzativa. L’innovazione è importante, ma senza una cultura diffusa della prevenzione rischia di restare solo tecnologia, mentre la sanità si difende prima di tutto costruendo consapevolezza e responsabilità collettiva“, conclude.

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