Il Policlinico Paolo Giaccone di Palermo dedica alla donna un percorso che supera la dimensione celebrativa e non si esaurisce in una successione di eventi, ma ad un’affermazione di presenza, concreta e simbolica, delle donne nella sanità e nella società.
“Abbiamo scelto di inaugurare questo percorso con un concerto e con una mostra fotografica dedicata alle donne che lavorano nel Policlinico, per accompagnare l’avvio di una serie di attività di prevenzione realizzate insieme all’Asp di Palermo e rivolte alla tutela della salute femminile spiega Maria Grazia Furnari, direttore generale dell’Azienda -. La donna nella società ha un ruolo ormai assolutamente importante, è capillare, ma è anche esposta sempre più dell’uomo a rischi per la sua salute. L’età media si è allungata e spesso gli anziani sono a carico delle donne. I figli escono tardi da casa perché le condizioni lavorative non consentono autonomia precoce. La donna lavora e quindi ha un carico eccessivo. Noi diciamo alle donne oggi di curarci di più e di fare prevenzione in modo da poter stare meglio e poter aiutare meglio anche gli altri”.
L’importanza della prevenzione
“I numeri raccontano l’urgenza di un approccio di salute femminile integrato e in Italia oltre 1 milione 250 mila donne vivono con una diagnosi di tumore e il carcinoma mammario rappresenta oltre 4 casi su 10 nel genere femminile – sottolinea il professor Renato Venezia, direttore della UOC di Ginecologia e Ostetricia a indirizzo oncologico del Policlinico – . Negli ultimi 15 anni la mortalità per tumori nelle donne più giovani si è ridotta di oltre il 20%, ma la prevenzione resta fondamentale. Circa tre quarti delle donne tra 50 e 69 anni partecipano allo screening mammografico e quasi 8 su 10 effettuano il test per il carcinoma cervicale secondo le raccomandazioni nazionali. In un Paese dove la speranza di vita femminile supera gli 85 anni, la sfida resta la gestione delle malattie croniche e anche la salute mentale, che tra le donne si mantiene su livelli inferiori rispetto agli uomini”.
“Le esigenze della donna sono tante ed è fondamentale fare una buona prevenzione di quelle che possono essere malattie oncologiche, ma anche di altre malattie – aggiunge -. La prevenzione resta lo strumento più efficace che abbiamo per intervenire precocemente e migliorare la prognosi. Non dimentichiamoci anche dell’aspetto emotivo, dell’aspetto psicologico che va curato con la stessa attenzione del dato clinico. Noi, in quanto gestori della salute delle donne, prevalentemente noi ginecologi, abbiamo questo dovere e anche il piacere di accudire queste esigenze. La donna non è soltanto un quadro clinico, ma una persona con una storia, con fragilità e con forza, e la presa in carico deve essere completa e continua”.
Sanità di genere ancora in ritardo
Accanto alla prevenzione, il nodo centrale è un altro, più strutturale e ancora non del tutto risolto, quello della piena applicazione della medicina di genere. Non si tratta di un’etichetta, ma di un approccio scientifico che impone di considerare le differenze biologiche e socio-culturali tra uomini e donne nei percorsi diagnostici e terapeutici. E in Italia, dal 2018, è stata introdotta una normativa specifica, ma la sua traduzione nella pratica clinica e nella ricerca procede a velocità diverse.
La letteratura internazionale mostra che molte patologie si manifestano in modo differente nei due sessi, con variazioni nei sintomi, nella progressione della malattia e nella risposta ai trattamenti. Le malattie cardiovascolari, prima causa di morte nelle donne, presentano spesso segnali meno tipici rispetto al modello maschile su cui per anni si è costruita la diagnosi. Anche il metabolismo dei farmaci può variare, influenzando dosaggi, effetti collaterali ed efficacia terapeutica.
Eppure nei trial clinici le donne sono state storicamente meno rappresentate o non adeguatamente analizzate per sesso, con conseguenze sull’appropriatezza delle cure. È su questo terreno che la medicina di genere diventa una questione di equità sanitaria.
“La realizzazione della norma sulla medicina di genere nelle realtà ospedaliere non è ancora perfettamente aderente a quello che è previsto – evidenzia Lia Murè, direttore sanitario del Policlinico -. Se la riportiamo nell’ambito della ricerca il concetto di medicina di genere è poco applicato e abbiamo la necessità di aumentare l’ingresso delle donne nei trial clinici non solo nella quantità ma soprattutto nella qualità dell’analisi dei dati. Le donne e gli uomini si ammalano e guariscono in maniera diversa. Anche le posologie dei farmaci devono tener conto di queste differenze perché l’organismo femminile e quello maschile metabolizzano in modo differente“.
“Non è un’intuizione recente, già nel Medioevo Ildegarda di Bingen, considerata da alcuni un’eretica nonostante fosse una suora, dosava rimedi e preparati in modo diverso a seconda del sesso, anticipando empiricamente un principio che oggi la scienza conferma – ribadisce -. La differenza di genere non è una contrapposizione, ma una ricerca di equilibrio che garantisca appropriatezza terapeutica e sicurezza”.
Il divario che incide sulla salute
Ilpiano sanitario si intreccia con quello sociale. In Sicilia questo legame è ancora più evidente poiché l’occupazione femminile resta tra le più basse d’Italia. E il lavoro di cura continua a ricadere in larga misura sulle donne. Tutto questo incide, ovviamente, anche sul tempo che possono dedicare alla propria salute.
Secondo gli ultimi dati Istat, nell’Isola meno di una donna su tre in età lavorativa è occupata. La media nazionale supera il 50%, mentre l’occupazione maschile in Sicilia oltrepassa il 55%. Il divario non è soltanto numerico. Le retribuzioni femminili sono mediamente inferiori e la precarietà contrattuale colpisce di più le lavoratrici, riducendone autonomia e stabilità economica.
A questo si aggiunge il peso del lavoro di cura non retribuito. In Italia le donne dedicano molte più ore rispetto agli uomini alle attività domestiche e all’assistenza di figli e anziani. Nei contesti più fragili questa sproporzione aumenta e riduce ulteriormente lo spazio per la prevenzione.
“Quando parlo di donne come streghe ed eretiche mi riferisco alla loro capacità di avere un approccio culturale differente – rimarca il direttore sanitario -. Storicamente la donna è stata identificata come madre e custode del focolare ma ridurla a questo significa impoverire la società. La donna è madre quando lo sceglie o quando lo è ma è anche pensiero critico e capacità di mettere in discussione modelli consolidati. La parità non significa quindi cancellare le differenze, ma riconoscerle e valorizzarle anche nei percorsi di cura. Se vogliamo una sanità più giusta dobbiamo partire da qui, dall’equilibrio tra differenza biologica, ruolo sociale e piena dignità professionale”, conclude Murè.








