Non solo guarire, ma comprendere, accompagnare, ascoltare.
È attorno a questa idea che si è sviluppato il seminario “Benessere, sofferenza e cura. Prospettive dall’Occidente e dall’Oriente”, promosso dal Dipartimento di Biomedicina, Neuroscienze e Diagnostica avanzata dell’Università degli Studi di Palermo. Un confronto tra saperi medici, bioetici, filosofici e spirituali che ha rimesso al centro una domanda cruciale: che cosa significa oggi prendersi cura davvero della persona? In un tempo in cui la medicina dispone di strumenti sempre più efficaci, ma rischia talvolta di lasciare sullo sfondo la dimensione umana della sofferenza.
“In un tempo in cui la medicina occidentale ha raggiunto risultati straordinari nella diagnosi e nella cura, il confronto con l’Oriente ci richiama a una verità essenziale, non basta guarire, bisogna anche comprendere e accompagnare la sofferenza della persona. Le esperienze maturate sul campo, anche nei contesti tibetani, mostrano infatti che la salute non può essere ridotta a un semplice dato clinico. Ma riguarda un equilibrio più ampio tra corpo, mente, relazioni e contesto di vita. Del resto, la stessa Organizzazione mondiale della sanità definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non come semplice assenza di malattia, eppure nella pratica quotidiana questa visione rischia spesso di restare sullo sfondo”.

Lo spiega la professoressa Giuseppina Campisi, docente del Dipartimento di Biomedicina, Neuroscienze e Diagnostica avanzata dell’Università degli Studi di Palermo, la quale aggiunge che: “Il confronto con l’Oriente può offrire alla medicina occidentale insegnamenti molto preziosi. Il primo è il valore dell’ascolto, perché la persona viene prima della patologia e il tempo dedicato alla sua storia, alle sue fragilità e al suo vissuto è già parte della cura. Un altro aspetto fondamentale riguarda l’equilibrio. È la capacità di leggere la malattia dentro una relazione più ampia. Tra individuo e ambiente, tra stili di vita e salute, tra dimensione biologica e significato dell’esperienza del dolore. C’è poi il tema dello scambio reciproco. Non si tratta di importare modelli, ma di costruire un’integrazione autentica. Un processo in cui anche la medicina occidentale può riscoprire essenzialità, resilienza e centralità della persona”.
“In fondo, la medicina occidentale sa curare molto bene le malattie, ma l’incontro con l’Oriente può aiutarla a non perdere di vista chi quella malattia la vive. E forse la vera innovazione oggi non è solo tecnologica, ma culturale, tornare a una medicina capace di tenere insieme rigore scientifico e profondità umana”.
Bioetica e fiducia
Su questo terreno si inserisce anche la riflessione di Lucia Craxi, vicepresidente della Consulta di Bioetica e ricercatrice Bi.N.D., che sottolinea come sia necessario riportare al centro non solo la prestazione sanitaria, ma la persona nella sua interezza.
“L’etica offre strumenti preziosi per riportare al centro la persona, ricordando che la medicina non deve limitarsi a guarire, ma deve soprattutto prendersi cura. Proprio perché ha come oggetto un soggetto, la medicina richiede uno sguardo integrale, capace di tenere insieme dimensione biologica, psicologica e sociale. Il modello bio-psicosociale, elaborato già dagli anni Settanta, va in questa direzione e resta oggi più che mai attuale. Anche la prevenzione rischia di essere meno efficace, se manca una relazione di fiducia con i pazienti. Lo stesso vale quando non vengono coinvolti davvero. O quando i loro bisogni e i loro valori restano sullo sfondo. In questo quadro si inserisce anche l’intelligenza artificiale, che rappresenta una grande opportunità ma anche una sfida. Molto dipenderà da come sarà governata e integrata nei percorsi di cura. Se usata bene, potrà diventare anche uno strumento di empowerment per i pazienti”.
La malattia come esperienza da ascoltare
Il confronto tra Oriente e Occidente si è soffermato anche sul significato stesso della malattia, letta non soltanto come evento biologico, ma come esperienza capace di interrogare la persona, modificarne lo sguardo e incidere sul modo in cui ripensa la propria vita.
“Abbiamo ancora molto da approfondire nel confronto tra approccio occidentale e orientale alla malattia, alla sofferenza, ma anche alla prevenzione e alla profilassi. La visione orientale, infatti, attribuisce grande importanza alla dimensione preventiva e tende a non considerare la malattia come un evento puramente fatalistico o accidentale, ma come una condizione che può essere orientata, almeno in parte, attraverso le scelte di salute, i comportamenti quotidiani e persino il modo di pensare”, ha detto Daniele La Barbera, ordinario di Psichiatria all’Università di Palermo.
“È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti che emergono da un incontro interculturale come questo, l’idea che la malattia, quando irrompe nella vita della persona e ne attraversa la sofferenza, possa anche comunicare qualcosa che merita di essere ascoltato. In alcuni casi, infatti, l’esperienza del malanno può trasformarsi in un’occasione di cambiamento. Spingendo chi la vive a rivedere il proprio stile di vita, a riscoprire il valore della salute e a maturare una consapevolezza esistenziale più profonda. La malattia genera certamente dolore e fragilità, ma può anche aprire uno spazio di riflessione, trasformazione e crescita“, ha aggiunto lo psichiatra.
Corpo e mente, due visioni a confronto
Su un piano più filosofico, il seminario ha messo in luce non solo la distanza, ma anche le possibili forme di integrazione tra due diversi modi di leggere il rapporto tra corpo, mente e sofferenza, come evidenziato dal professor Bruno Neri del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa.
“Quello che ho compreso, avendo trascorso diversi mesi nei monasteri tibetani in India per le mie ricerche sugli effetti della meditazione, è che la scienza occidentale, e quindi anche la medicina, parte dal presupposto che ogni fenomeno abbia un’origine fisica, così anche la malattia e la sofferenza, e per questo si prende cura soprattutto del corpo. Nella visione orientale, invece, si ritiene che la sofferenza e il benessere dipendano dalla nostra mente. E che questa possa essere educata per evitare che il dolore si trasformi in sofferenza. Se ci pensiamo, il dolore non è altro che un segnale elettrico che viaggia nel nostro sistema nervoso. È solo quando arriva al cervello e viene elaborato che diventa sofferenza. Il benessere può essere coltivato meglio proprio integrando queste due visioni”.
La compassione come parte della cura
A chiudere idealmente il percorso è stata la prospettiva del Buddhismo tibetano, data da Geshe Jamyang Tashi, monaco buddhista del Monastero di Thiksey, in Ladakh.
“Nella tradizione buddhista tibetana, il cuore della compassione è la karuna. Non indica soltanto la pietà verso chi soffre. Esprime, invece, il desiderio profondo e autentico di vedere l’altro libero dalla sofferenza. Come si prova in modo naturale un amore incondizionato verso la propria madre, questa pratica invita a estendere la stessa cura a tutti gli esseri senzienti. Anche per un medico questo principio ha un significato molto concreto. Se il paziente incontra un medico mosso da autentica compassione, la relazione di cura cambia profondamente. Anche il processo di guarigione può diventare più efficace e benefico”.







