Un’analisi condotta dal Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo fornisce per la prima volta una mappa regionale aggiornata delle mutazioni del virus HIV e delle resistenze ai farmaci antiretrovirali. Lo studio, pubblicato su Viruses, ha preso in esame 367 persone con infezione da HIV, per un totale di 384 test genotipici eseguiti tramite sequenziamento di nuova generazione (NGS).
Alla ricerca hanno partecipato Luca Pipitò, Sara Cannella, Chiara Mascarella, Domenico Graceffa, Marcello Trizzino, Chiara Iaria, Pietro Colletti, Giovanni Mazzola, Giovanni M. Giammanco, Antonio Cascio e Celestino Bonura, insieme al Sicilian GRT Working Group, che riunisce numerosi clinici e ricercatori attivi nei principali centri infettivologici dell’Isola.
Il dato che emerge è incoraggiante: le resistenze clinicamente rilevanti restano basse, soprattutto nei pazienti che non hanno ancora iniziato le terapie. “La grande rivoluzione degli ultimi vent’anni è stata l’efficacia delle combinazioni antiretrovirali, che hanno cambiato radicalmente la storia naturale dell’infezione”, spiega Luca Pipitò, infettivologo e primo autore del lavoro.
Le mutazioni osservate

Il sottotipo B del virus è risultato il più diffuso in Sicilia (50 per cento), seguito dalle forme ricombinanti circolanti (30 per cento), spesso associate a pazienti provenienti dall’Africa. Tra i soggetti mai trattati, la prevalenza di mutazioni associate a resistenza è stata minima. Al contrario, nei pazienti già in terapia i valori sono sensibilmente più alti. “Il dato più interessante è che, anche nei pazienti con esperienze terapeutiche complesse, le resistenze verso farmaci di ultima generazione come dolutegravir e bictegravir rimangono limitate al 3 per cento”, precisa Celestino Bonura, microbiologo e coautore.
Il confronto con l’Europa
Lo studio conferma una tendenza già osservata a livello continentale: le resistenze sono in calo rispetto agli anni Ottanta e Novanta. In Sicilia le percentuali risultano persino più basse di quelle globali, con la resistenza trasmessa agli NNRTI che si ferma al 5,5 per cento, contro una media mondiale del 6.
Le implicazioni cliniche

Tra le mutazioni più frequenti nei pazienti in trattamento spicca la M184, che conferisce resistenza a lamivudina ed emtricitabina. Alcune varianti legate agli inibitori dell’integrasi, come Q148 e N155, sono state rilevate più spesso nei pazienti già trattati. “Questi dati ci dicono che le terapie attuali restano solide, ma l’uso degli inibitori dell’integrasi, ormai centrali in quasi tutti i regimi, impone di mantenere alta la sorveglianza”, sottolinea Giovanni Mazzola, infettivologo dell’Ospedale Cervello.
Il sequenziamento di nuova generazione ha reso possibile individuare anche mutazioni minoritarie, non sempre clinicamente rilevanti.
Migranti e differenze di genere

Le forme ricombinanti, più comuni nei pazienti africani, mostrano un rapporto uomo-donna più equilibrato rispetto al sottotipo B, prevalente negli italiani. “Questo ci suggerisce che alcune categorie, come le donne immigrate con sottotipo CRF02_AG, potrebbero richiedere percorsi mirati di prevenzione e cura”, spiega Chiara Iaria, infettivologa dell’Arnas Civico.
Sorveglianza e prospettive

L’indagine ha raccolto campioni da tutta la Sicilia, con Palermo che da sola ha fornito oltre il 60 per cento dei test. “La forza di questo lavoro è nella dimensione multicentrica, che ci permette di dire che i dati rispecchiano la realtà regionale e non solo quella di un singolo ospedale”, sottolinea Marcello Trizzino, infettivologo del Policlinico di Palermo.

Il monitoraggio continuo resta fondamentale. “Il rischio non è dietro l’angolo ma nella gestione quotidiana. Più aumentano le linee di trattamento e più diventa importante sapere in anticipo se il virus ha già sviluppato mutazioni. La prevenzione delle resistenze è la chiave per mantenere l’HIV sotto controllo nel lungo periodo”, avverte Giovanni Giammanco, ordinario di Microbiologia.
La sfida della personalizzazione delle cure
Per i ricercatori la fotografia ottenuta non rappresenta un traguardo definitivo, ma un punto di partenza.

“Questo lavoro dimostra che le terapie che utilizziamo in Sicilia funzionano bene e che le resistenze restano contenute. È un risultato che deve rassicurare i pazienti, ma che allo stesso tempo ci richiama a un impegno costante: solo attraverso la sorveglianza molecolare, la personalizzazione delle cure e la collaborazione tra centri possiamo garantire che l’HIV resti una malattia cronica gestibile e non torni mai a essere una condanna”, sottolinea Antonio Cascio, direttore dell’Unità di Malattie Infettive e Tropicali del Policlinico e coordinatore dello studio.








