In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, la ricerca ricorda che questo fenomeno non è solo un evento traumatico da elaborare psicologicamente, ma è un fattore che incide profondamente sulla salute, perché altera in modo persistente i sistemi biologici che regolano lo stress, l’immunità, il sonno, l’umore e persino l’attività dei geni.
Le donne che subiscono maltrattamenti, secondo vari studi, vivono un livello di stress cronico che lascia segni misurabili nel corpo, ossia l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene può diventare iperattivo o, al contrario, “esaurirsi”, con conseguenze che aumentano il rischio di disturbi dell’umore, insonnia, dolore cronico, disfunzioni immunitarie e problemi cardiovascolari. È un ambito in cui la medicina di genere è essenziale, perché documenta come gli effetti biologici del trauma si esprimano nelle donne in modo specifico, influenzati da fattori ormonali, immunitari e sociali.
Il progetto EpiWE dell’Istituto Superiore di Sanità mostra quanto queste conseguenze siano diffuse.
Oltre la metà delle donne arruolate presenta sintomi gravi di disturbo post-traumatico, circa un quarto manifesta sintomi depressivi e un terzo è a rischio elevato di subire nuovamente violenza. Non si tratta soltanto di vissuti emotivi, perché la ripetizione degli episodi, presente nel 90% dei casi, è uno dei fattori che più compromette i sistemi di regolazione dello stress e che più facilmente lascia “cicatrici epigenetiche”, modifiche molecolari che non alterano il DNA ma ne cambiano l’espressione. L’alterazione della metilazione di geni coinvolti nella risposta allo stress e nei processi infiammatori contribuisce a spiegare la maggiore incidenza di ansia cronica, ipervigilanza, dolori diffusi, disturbi gastrointestinali e vulnerabilità immunitaria nelle donne con una storia di violenza domestica.
Il profilo raccolto dalle prime cento partecipanti del progetto, di cui settantasei vittime, evidenzia che la violenza non riguarda una condizione sociale specifica. Più della metà delle donne ha almeno un diploma, il 34% un’occupazione stabile, l’82% è di cittadinanza italiana. Nel 97% dei casi l’aggressore è un uomo, nel 71% un partner o ex partner. Questi numeri riflettono dinamiche di potere e controllo note alla medicina di genere e coerenti con i principali studi internazionali sulla violenza domestica.
L’estensione del progetto ai minori tramite EpiCHILD aggiunge un tassello decisivo. I bambini e gli adolescenti che assistono ai maltrattamenti, quasi l’80% dei 26 arruolati in Puglia definisce l’esperienza come evento traumatico, mostrano segni precoci di disagio emotivo, disturbi del sonno, irritabilità, difficoltà di attenzione e casi già identificati di PTSD e depressione. Le neuroscienze dello sviluppo confermano che la violenza assistita è un trauma reale, capace di modificare la maturazione delle aree cerebrali coinvolte nella regolazione emotiva e nello stress, con possibili conseguenze fino all’età adulta. Anche qui, la medicina di genere ricorda che la salute delle donne non può essere separata da quella dei figli, perché la violenza agisce come un ambiente biologico e relazionale alterato che attraversa tutta la famiglia.
Lo studio EpiWE dell’ Iss sta avviando una fase di follow-up longitudinale che consentirà di osservare nel tempo l’evoluzione dei sintomi e di identificare eventuali marcatori biologici in grado di orientare interventi preventivi mirati. Si tratta di un lavoro che unisce competenze di scienze sociali, psicotraumatologia, epigenetica e medicina di genere, e che mette in evidenza come la violenza agisca sulla salute in modo complesso e sistemico, lasciando segni che coinvolgono sia la mente sia i meccanismi più profondi dell’organismo.
La responsabile scientifica del progetto, Simona Gaudi, evidenzia che: “Stiamo costruendo una base scientifica che, per la prima volta in Italia, collega in modo diretto la violenza di genere a modificazioni biologiche osservabili e misurabili nel tempo. Queste trasformazioni ci permettono di comprendere perché gli effetti della violenza si manifestino anche a distanza di anni e perché possano avere conseguenze sulla salute fisica e mentale delle donne. Studiare queste alterazioni significa poter prevedere l’impatto a lungo termine del trauma, offrire strumenti più precisi per l’identificazione precoce del rischio e sviluppare interventi realmente personalizzati, prima che si instaurino patologie croniche”.









