Negli ultimi anni, la terapia con 223-Radicloruro (223Ra) ha assunto un ruolo sempre più significativo nella gestione di alcune patologie oncologiche. Per approfondire le prospettive cliniche legate a questa terapia, abbiamo intervistato Renato Costa, direttore della Medicina Nucleare del Policlinico di Palermo.
Come funziona il 223-Radicloruro e quali sono i suoi vantaggi rispetto ad altre terapie?
“Il 223-Ra è un isotopo emettitore di particelle alfa. Il suo funzionamento è straordinario: si tratta di una radiazione che si propaga solo per pochi micron dal punto di decadimento. Inoltre, essendo un calcio mimetico, si concentra nelle aree dell’osso in rapida crescita, come le metastasi. Questo ci consente di avere un’azione mirata, simile a una radioterapia cellulare, che distrugge le cellule tumorali localmente senza danneggiare significativamente il tessuto osseo sano o gli organi vicini. Il paziente può ricevere il trattamento e tornare a casa con pochi accorgimenti, dato che la radiazione alfa non comporta rischi rilevanti”.
Ci sono difficoltà nella gestione degli isotopi utilizzati?
“Paradossalmente, isotopi pesanti come il radio e l’attinio sono più facili da gestire rispetto allo iodio-131, che ha un’emivita lunga e un decadimento ad alta energia. Ora ci stiamo orientando verso isotopi più moderni, come lo iodio-123, che ha una vita più breve e caratteristiche di sicurezza migliorate, pur essendo più costoso. Queste innovazioni tecnologiche ci permetteranno di migliorare ulteriormente la gestione dei pazienti“.
Qual è l’evoluzione del ruolo del 223Ra nella pratica clinica?
“Il 223-Ra ha visto un’importante evoluzione negli ultimi anni. Inizialmente, le indicazioni erano molto rigide: potevamo trattare i pazienti solo dopo che avevano completato una serie di trattamenti, come la chemioterapia. Questo significava che spesso arrivavano da noi in condizioni già compromesse, se non proprio stremate. Ora, invece, si sta comprendendo l’importanza di anticipare la terapia, intervenendo prima che il paziente sia troppo debilitato. Questo approccio precoce ci consente di ottenere risultati clinici molto migliori“.
Ci sono nuove applicazioni cliniche per questa terapia?
“Certamente. Stiamo esplorando il suo utilizzo non solo per il carcinoma prostatico, ma anche per altre patologie. Per esempio, abbiamo condotto una sperimentazione aziendale sul carcinoma mammario, con risultati sorprendentemente superiori a quelli ottenuti nel tumore prostatico. Purtroppo, lo studio è stato interrotto a causa della pandemia, ma abbiamo già ottenuto i finanziamenti per riprenderlo con una nuova coorte di pazienti”.
Il futuro della Medicina Nucleare?
“Il futuro si chiama teranostica, ossia la combinazione di diagnosi e terapia. Con isotopi come il 223-Ra o l’attinio, possiamo passare dalla fase diagnostica a quella terapeutica in modo seamless, utilizzando lo stesso principio di localizzazione del bersaglio. L’attinio, ad esempio, è un altro emettitore alfa che può essere legato a target diversi e utilizzato non solo per le metastasi ossee, ma anche per quelle viscerali, ampliando enormemente il campo d’azione della terapia nucleare.
La gestione integrata, in questo contesto, è essenziale. Noi, al Policlinico di Palermo, collaboriamo strettamente con altre strutture come il Civico e Villa Sofia, ragionando come un’unica entità di medicina nucleare. Dobbiamo quindi pensare in grande. Superare le barriere organizzative e culturali ci permetterà di sviluppare una medicina nucleare più efficiente e accessibile. La chiave è unire competenze e risorse per garantire che ogni paziente possa accedere alle cure più avanzate nel minor tempo possibile. Questo è il futuro che vogliamo costruire, ed è un futuro imminente, non remoto”.








