La gestione sanitaria dei flussi migratori in Sicilia non si ferma allo sbarco. Nell’Isola vivono 206.753 cittadini stranieri, pari al 4,3% della popolazione regionale, provenienti da 165 Paesi. A questa presenza stabile si aggiungono gli arrivi via mare e il lavoro quotidiano del sistema dell’emergenza, soprattutto nelle isole minori. Lampedusa rappresenta uno dei punti in cui soccorso, trasferimento, prevenzione e continuità delle cure si incontrano con maggiore frequenza. I dati Istat, riferiti al 31 dicembre 2024, mostrano una crescita di 9.834 residenti stranieri rispetto all’anno precedente.
Ad affrontare il tema a margine del XVII Congresso regionale SIMIT Sicilia, che si è tenuto a Palermo, sono stati anche Fabio Genco, direttore della Centrale operativa 118 Palermo-Trapani, e Alberto Firenze, direttore generale dell’ASP Palermo e docente dell’Università degli Studi di Palermo, durante il confronto “Migrazioni, vulnerabilità e salute globale: dall’emergenza alla governance sanitaria”.
Dal soccorso alla preparedness
“La gestione sanitaria dei flussi migratori non può più coincidere con una successione di risposte a singoli eventi. Per il 118 significa mantenere una capacità operativa costante, soprattutto in un territorio complesso come quello che comprende Lampedusa e le isole minori. Possiamo trovarci davanti a traumi, disidratazione, emergenze ostetriche, patologie acute o condizioni aggravate da viaggi molto lunghi. Dobbiamo riconoscere rapidamente le priorità, stabilizzare il paziente e scegliere il livello assistenziale più appropriato”, ha spiegato Genco.
L’esperienza maturata a Lampedusa ha prodotto anche strumenti organizzativi specifici. Tra questi c’è il Lampedusa Protocol, al centro di uno studio pubblicato nel settembre 2025 sul Journal of Migration and Health e firmato anche dal direttore della Centrale operativa 118 Palermo-Trapani. Il lavoro, dedicato alla gestione delle donne migranti in gravidanza, ha analizzato 571 pazienti assistite tra marzo 2023 e maggio 2024. Dopo l’introduzione del protocollo, la quota di pazienti che ha richiesto un trasferimento aereo è scesa dal 24,5% al 18,9%, mentre i voli urgenti dedicati sono passati dall’8,3% al 4%. Gli autori hanno calcolato una riduzione rispettivamente del 23% e del 52%.
“L’esperienza accumulata negli anni ci ha consentito di trasformare molti interventi in procedure più definite. La Centrale deve coordinare mezzi di soccorso, elisoccorso, presidi sanitari e ospedali, valutando quando il paziente può ricevere assistenza sull’isola e quando necessita di un trasferimento. Il passaggio che considero decisivo riguarda la preparedness. Non dobbiamo prepararci quando aumenta la pressione, ma mantenere personale formato, collegamenti già attivi e procedure condivise anche nei periodi ordinari”, ha sottolineato.
“Questo permette anche di utilizzare meglio le risorse. Un trasferimento non necessario sottrae un mezzo e un’équipe al sistema, mentre un trasferimento tardivo può incidere sull’assistenza. La valutazione clinica deve guidare la decisione. Il 118 deve riuscire a portare il paziente nel luogo giusto e nel momento giusto, garantendo durante tutto il percorso il livello di assistenza necessario”, ha aggiunto.
Per Genco, il soccorso, però, ha rappresentato soltanto il primo passaggio.
“Il nostro intervento non può terminare quando il paziente arriva in ospedale. La qualità della risposta dipende dal collegamento tra emergenza, aziende sanitarie, specialisti, servizi di prevenzione e territorio. Dobbiamo trasferire insieme al paziente anche le informazioni necessarie alla sua cura. La continuità assistenziale comincia già durante il soccorso, perché ogni passaggio incompleto rischia di rallentare quello successivo”, ha osservato.
Dopo l’emergenza
Superata la fase acuta, il tema diventa quello dell’accesso e della continuità delle cure. L’Organizzazione mondiale della sanità richiama da tempo l’attenzione sulle barriere linguistiche, culturali e organizzative che possono rendere più difficile per rifugiati e migranti utilizzare i servizi sanitari. Allo stesso tempo chiarisce che la migrazione, di per sé, non comporta un aumento del rischio di trasmissione delle malattie infettive per le popolazioni ospitanti. A incidere sulla salute sono soprattutto le condizioni affrontate prima, durante e dopo il viaggio, insieme alla possibilità di accedere ad acqua, alimentazione, cure e assistenza sanitaria.
“Il Mediterraneo non rappresenta soltanto il luogo in cui gestiamo un’emergenza. È uno spazio sanitario nel quale mobilità delle persone, condizioni sociali, accesso alle cure e prevenzione si intrecciano ogni giorno. Il compito di un’azienda sanitaria comincia spesso dopo il primo soccorso. Dobbiamo garantire continuità, intercettare i bisogni e impedire che la persona si perda tra un servizio e l’altro. Screening, vaccinazioni, diagnosi precoce e accesso ai servizi territoriali devono entrare nello stesso percorso. Una barriera linguistica può rendere difficile perfino ricostruire una terapia già iniziata o comprendere un sintomo. La mediazione culturale, quindi, non rappresenta un elemento accessorio. Aiuta il professionista a raccogliere informazioni corrette e consente al paziente di comprendere indicazioni, controlli e terapie”, ha evidenziato Firenze, che ha poi richiamato la necessità di distinguere la provenienza geografica dal rischio sanitario.
Sul fronte della preparedness infettivologica, Lampedusa dispone inoltre di una camera a pressione negativa installata nel Poliambulatorio e fornita dal Ministero della Salute nel 2023. La struttura consente l’isolamento dei pazienti con malattie infettive contagiose ed è dotata di una barella di biocontenimento per il trasferimento in sicurezza.
“Non possiamo associare automaticamente migrazione e malattia infettiva. La vulnerabilità dipende dalle condizioni della persona, dal viaggio, dalle cure che ha potuto ricevere e dagli ostacoli che incontra nell’accesso ai servizi. Alcuni arrivano dopo settimane trascorse in condizioni estreme, altri vivono in Sicilia da anni. Il sistema deve partire dal bisogno clinico e non dalla provenienza. Questo significa applicare davvero il principio di equità”, ha precisato.
Un principio che diventa ancora più evidente quando il bisogno di cura riguarda persone che hanno subito tortura o gravi forme di violenza. A Palermo esiste un percorso specifico rivolto proprio a questi pazienti, costruito attraverso la collaborazione tra Università, Policlinico “Paolo Giaccone” e Medici Senza Frontiere, con un modello multidisciplinare che integra valutazione clinica e psicopatologica, riabilitazione, inclusione sociale e attività di ricerca.
“Il Policlinico di Palermo rappresenta un punto di riferimento per la presa in carico delle persone migranti vittime di tortura e violenza. Sono pazienti che possono portare conseguenze fisiche e psicologiche molto profonde e che richiedono competenze diverse. Medicina legale, assistenza clinica, psicologia, mediazione culturale e servizi sociali devono dialogare tra loro. Non sempre il trauma emerge durante il primo contatto con il sistema sanitario, per questo serve un percorso capace di riconoscerlo anche nel tempo”, ha ricordato Firenze.
“Queste esperienze ci dicono che la vulnerabilità non termina con lo sbarco. Una persona può superare l’emergenza acuta e avere ancora bisogno di cure, controlli e sostegno per mesi. La continuità assistenziale significa collegare questi passaggi, evitando che il paziente debba ricominciare ogni volta da zero o si perda tra strutture che non comunicano tra loro”, ha rimarcato.
Salute, ambiente e mobilità
“La vulnerabilità non si esaurisce con l’arrivo. Le condizioni del viaggio, l’esposizione al caldo, la disidratazione e più in generale l’ambiente possono modificare il bisogno sanitario già prima del primo contatto con i servizi. È un aspetto che abbiamo analizzato anche in una revisione scientifica pubblicata nel 2026, firmata insieme a Marco Palmeri, responsabile della UOS Gestione flotta elisoccorso della Centrale operativa 118 Palermo-Trapani, e ad altri colleghi. Il lavoro descrive Lampedusa come una sentinel interface tra cambiamento climatico, migrazione e vulnerabilità alle malattie infettive, ma chiarisce anche che, dopo l’arrivo, il rischio per la salute pubblica europea resta generalmente basso”, ha rilevato Genco.
Da questa lettura, Firenze ha allargato il ragionamento alla sanità pubblica e all’approccio One Health.
“L’approccio One Health ci aiuta a leggere insieme fenomeni che non possiamo separare. Salute umana, ambiente, cambiamenti climatici, mobilità delle popolazioni e circolazione degli agenti infettivi si influenzano reciprocamente. Nel Mediterraneo queste relazioni diventano particolarmente evidenti. Dobbiamo quindi rafforzare sorveglianza, prevenzione e capacità di condividere rapidamente le informazioni tra professionisti e istituzioni. Non significa guardare soltanto alle infezioni. Il caldo estremo, l’esposizione prolungata durante il viaggio, la disidratazione, le patologie croniche non trattate e le condizioni sociali incidono anch’esse sulla salute. One Health significa anche superare una lettura settoriale e comprendere che l’ambiente nel quale una persona vive o si sposta può modificare il rischio sanitario e il bisogno assistenziale”, ha chiarito.
Dall’esperienza a una rete stabile
Se salute, ambiente e mobilità si influenzano tra loro, anche la risposta sanitaria deve tenere insieme più livelli dell’assistenza. In Sicilia esistono già strumenti specifici. Il Servizio 6 del dipartimento Pianificazione strategica coordina le attività sanitarie allo sbarco e segue il Piano di Contingenza Sanitario Regionale Migranti. La sfida riguarda quindi soprattutto il raccordo tra emergenza, prevenzione, territorio e ospedali.
“Ogni intervento ci restituisce informazioni utili per quello successivo. Dobbiamo trasformarle in formazione, protocolli e collegamenti sempre più rapidi tra i diversi livelli dell’assistenza. L’esperienza di Lampedusa ci ha insegnato che una procedura condivisa può migliorare la selezione dei pazienti, ridurre trasferimenti non necessari e concentrare le risorse sui casi che richiedono realmente un livello di cura superiore. La stessa logica vale per tutta la rete dell’emergenza. Se 118, presidi territoriali e ospedali condividono criteri, informazioni e modalità operative, riduciamo i tempi e miglioriamo la continuità. Il fenomeno migratorio ha richiesto al sistema uno sforzo importante, ma ha anche prodotto competenze che possiamo utilizzare in molte altre situazioni complesse”, ha puntualizzato Genco.
Su questo punto Firenze ha allargato il ragionamento alla programmazione sanitaria complessiva.
“La Sicilia dispone già di strumenti, competenze e percorsi costruiti negli anni. La sfida ora è integrarli sempre di più, collegando emergenza, prevenzione, territorio e ospedale dentro una programmazione capace di leggere insieme mobilità, ambiente e salute. La posizione geografica dell’Isola ci impone di sviluppare queste competenze, ma può anche consentirci di trasformare l’esperienza maturata nel Mediterraneo in un patrimonio stabile di sanità pubblica. Cooperazione, integrazione dei servizi e approccio One Health devono accompagnare questo percorso”, ha concluso Firenze.









