Tutto rimandato. Il disegno di legge delega sulle professioni sanitarie, atteso in Consiglio dei Ministri il 4 agosto, è stato accantonato alla vigilia della pausa estiva. Al centro dello stallo, ancora una volta, lo scudo penale per i medici, misura chiave del provvedimento. Le divergenze tra i ministeri della Salute e della Giustizia hanno impedito di trovare un’intesa definitiva.
Il nodo principale riguarda proprio lo scudo penale, cioè la norma che limita la punibilità dei professionisti sanitari ai soli casi di colpa grave, escludendo il reato nei casi di morte o lesioni quando l’operato del medico rispetta le linee guida o si svolge in contesti particolarmente complessi.
Due le versioni in campo: quella sostenuta dal Ministero della Giustizia prevedeva l’applicazione dello scudo solo in situazioni di “speciale difficoltà”; quella promossa dalla Salute puntava invece a un’applicazione generalizzata, sempre con l’esclusione della colpa grave.
Lo scudo penale tra promesse e rinvii
A oggi, quindi, la stabilizzazione dello scudo, nato durante la pandemia e prorogato più volte, resta ancora una promessa non mantenuta.
“Lo scudo penale non è un privilegio per i medici, ma uno strumento di tutela per chi opera in condizioni critiche, spesso con carenza di personale, risorse insufficienti e in contesti ad alta complessità. Lo dico da medico e da presidente dell’Ordine: serve una norma chiara e stabile, che protegga chi lavora per salvare vite, soprattutto nei reparti di emergenza e urgenza”, dichiara Toti Amato, presidente dell’Ordine dei Medici di Palermo e componente Fnomceo.
Lo stallo normativo arriva nonostante i lavori della Commissione ministeriale, istituita oltre due anni fa per rivedere la disciplina della responsabilità medica e guidata dal magistrato Adelchi d’Ippolito. Dopo più di 600 giorni di analisi e confronto con esperti, il documento prodotto dalla Commissione è rimasto però lettera morta, respinto da buona parte del mondo medico e mai tradotto in un testo organico di riforma.
Più incentivi e tutele per chi resta nel Sistema sanitario
Il Ddl, oltre allo scudo penale (art. 7), contiene anche misure per incentivare la permanenza dei professionisti nella Sanità pubblica, tra cui premi per chi lavora in aree disagiate, semplificazione delle incombenze burocratiche, sistemi premianti legati alla performance e alla riduzione delle liste d’attesa, e un maggiore coinvolgimento degli Ordini professionali.
“Non basta la protezione giuridica. Serve un investimento serio sulla formazione specialistica e un riconoscimento concreto a chi sceglie di lavorare nell’urgenza, tra turni massacranti, stress continuo e rischi crescenti. Formazione, tutele e contributi adeguati sono tre pilastri imprescindibili per ricostruire la fiducia nel sistema e fermare l’emorragia di medici”, sottolinea ancora Amato.
Il testo prevede anche una riforma della medicina generale, che diventerebbe una scuola di specializzazione a tutti gli effetti, l’introduzione di nuove specializzazioni, lo snellimento delle procedure per i piani formativi regionali e una strategia nazionale per l’aggiornamento continuo, compreso l’uso dell’intelligenza artificiale.
Nel frattempo, mentre la politica rimanda, migliaia di procedimenti continuano a gravare sui medici italiani e sulle nostre tasche, tra spese legali, perizie e risarcimenti quasi sempre infondati.








