Non si tratta di una scelta ideologica né di una scorciatoia terapeutica, ma di un’opzione per chi vive ogni giorno con un dolore che non si spegne, quando le terapie convenzionali non bastano più.
In Italia l’uso medico della cannabis è previsto nel dolore cronico, nella spasticità associata a sclerosi multipla, nella nausea e nel vomito indotti da chemioterapia e radioterapia, nella stimolazione dell’appetito nella cachessia o anoressia in pazienti oncologici o affetti da HIV e nella sindrome di Tourette. È soprattutto nel dolore cronico, in particolare nelle forme neuropatiche e nei quadri più complessi e resistenti, che negli anni si è concentrato l’interesse clinico e scientifico verso i cannabinoidi. Questo interesse si basa su una plausibilità biologica legata al sistema endocannabinoide, un sistema di regolazione che interviene nella modulazione del dolore e dei processi infiammatori.
I recettori CB1 e CB2, distribuiti rispettivamente nel sistema nervoso centrale e nei tessuti periferici e immunitari, intervengono nella modulazione della trasmissione del segnale nocicettivo e della risposta infiammatoria. Le evidenze disponibili suggeriscono un beneficio clinicamente significativo in sottogruppi di pazienti, in particolare con formulazioni contenenti THC, da solo o in combinazione con CBD. Resta tuttavia una marcata eterogeneità nei risultati, legata alle differenze nei disegni degli studi, nelle popolazioni arruolate e nei dosaggi, che limita la piena trasferibilità dei dati nella pratica clinica.
La norma
L’uso medico della cannabis in Italia trova un riferimento normativo preciso nel Decreto Ministeriale 9 novembre 2015. La legge disciplina le indicazioni terapeutiche, definisce anche le modalità di prescrizione e l’allestimento delle preparazioni magistrali. Il decreto include il dolore cronico tra le condizioni per cui è possibile ricorrere a questi trattamenti in caso di fallimento o intolleranza alle terapie convenzionali. La prescrizione richiede un piano terapeutico individualizzato e un monitoraggio degli esiti clinici. Le preparazioni vengono allestite in forma galenica da farmacie autorizzate, utilizzando infiorescenze standardizzate prodotte a livello nazionale o importate. A questo si affianca la Legge 242/2016, che regola la filiera della canapa senza intervenire direttamente sull’ambito clinico.
Nonostante il quadro normativo sia definito, l’applicazione sul territorio resta disomogenea. Persistono differenze regionali nei criteri di rimborsabilità, nei percorsi prescrittivi e nella disponibilità delle preparazioni, con ricadute concrete sull’accesso dei pazienti. Negli ultimi anni il numero di pazienti trattati con cannabis terapeutica in Italia ha superato le 20.000 unità annue, con un incremento progressivo rispetto al decennio precedente, quando i casi erano limitati a poche centinaia.
A fronte di questa crescita, il sistema di approvvigionamento continua a rappresentare un nodo critico. La produzione nazionale, affidata allo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, si attesta su alcune centinaia di chilogrammi l’anno e copre solo una quota del fabbisogno complessivo, stimata intorno a meno della metà. Questo rende necessario il ricorso all’importazione dall’estero, in particolare dai Paesi Bassi e dal Canada, con possibili ritardi e discontinuità nelle forniture.
Resistenze culturali, difformità organizzative e incertezze interpretative incidono ancora sull’utilizzo clinico della cannabis terapeutica. Questo contribuisce a mantenere un divario tra possibilità normativa e pratica reale. In diversi contesti persistono esitazioni tra i professionisti sanitari. Sono legate sia alla percezione del farmaco sia alla limitata familiarità con protocolli prescrittivi e gestione clinica. A questo si aggiungono differenze nei modelli organizzativi regionali, che influenzano l’accesso ai centri prescrittori, i tempi di attivazione delle terapie e la continuità assistenziale. Anche gli aspetti burocratici e le procedure autorizzative possono rappresentare un ostacolo, soprattutto nei percorsi più complessi. Il risultato è un’applicazione non uniforme, in cui la possibilità di accedere a questo trattamento dipende ancora in larga misura dal contesto territoriale e dall’esperienza dei singoli centri.
In Sicilia
Nella Trinacria queste differenze si riflettono in modo concreto sull’organizzazione dei percorsi e sull’accesso alla terapia.
Negli ultimi anni la Regione ha cercato di ampliare l’accesso alla cannabis terapeutica. Nel 2020 ha introdotto la rimborsabilità tramite il Servizio sanitario regionale per alcune condizioni, tra cui il dolore cronico e la sclerosi multipla. Nel 2025 è stato attivato all’Asp di Siracusa il primo laboratorio galenico pubblico dedicato alla preparazione di cannabis terapeutica. L’obiettivo è garantire maggiore continuità nella fornitura e rafforzare la risposta del sistema pubblico.
Permangono tuttavia limiti nell’applicazione. L’elenco delle indicazioni rimborsabili resta più limitato rispetto a quanto previsto a livello nazionale, creando una discrepanza tra quadro normativo e applicazione regionale. La rete di distribuzione non è ancora capillare e le convenzioni tra Aziende sanitarie e farmacie risultano attive solo in alcune province, tra cui Ragusa, Caltanissetta, Messina, Catania e Trapani. A questo si aggiungono criticità nei tempi autorizzativi, nei percorsi prescrittivi e nella disponibilità dei prodotti, che si riflettono su un accesso ancora non uniforme alla terapia sul territorio regionale.
La gestione clinica
Le differenze nell’accesso, nei percorsi prescrittivi e nella disponibilità dei prodotti incidono direttamente sulla gestione dei pazienti e sull’organizzazione delle terapie. L’utilizzo della cannabis terapeutica richiede quindi valutazioni attente e percorsi ben definiti, costruiti sulle caratteristiche del paziente e sul tipo di dolore.
“Dobbiamo considerare la cannabis come un vero e proprio farmaco. Deve essere utilizzata all’interno di un percorso clinico ben definito. Non si tratta della panacea di tutti i mali, ma non può neanche essere oggetto di pregiudizi o semplificazioni”, spiega dottoressa Antonietta Alongi, responsabile dell’Unità operativa semplice dipartimentale di Terapia del Dolore al Policlinico di Palermo.
“Parliamo di una preparazione galenica, allestita da farmacie autorizzate, che consente di modulare i principi attivi in base al paziente e al tipo di dolore. L’utilizzo dei cannabinoidi può offrire un beneficio significativo nel dolore cronico severo, soprattutto nelle forme che non rispondono alle terapie convenzionali. Questo riguarda in particolare il dolore neuropatico e alcune condizioni complesse in cui i farmaci tradizionali non garantiscono un controllo adeguato dei sintomi o causano effetti collaterali importanti”, aggiunge.
“Negli ultimi anni abbiamo osservato benefici non solo sull’intensità del dolore. Il trattamento può incidere anche su sonno, ansia, umore e capacità di concentrazione. Sono aspetti centrali nell’esperienza del dolore cronico. Se migliorano, può migliorare anche la qualità di vita. I pazienti riescono più facilmente a svolgere le attività quotidiane, spesso compromesse dalla persistenza del dolore”, evidenzia.
“Proprio per questo è importante ribadire che la cannabis terapeutica non è un’opzione universale. Serve una valutazione clinica approfondita, basata su un’anamnesi accurata. Bisogna considerare comorbidità, terapie in corso e possibili interazioni. La gestione deve essere personalizzata. Si parte da dosi basse e si procede con una titolazione graduale fino alla dose minima efficace. L’obiettivo è ottenere benefici riducendo al minimo gli effetti indesiderati. Il monitoraggio continuo e la presa in carico specialistica sono fondamentali per integrare correttamente questo trattamento nei percorsi di cura del dolore cronico”, conclude.








