Sulla scena di un crimine non ci sono soltanto impronte digitali e Dna ad incastrare il colpevole. Gli investigatori forensi hanno un’ulteriore arma: le ‘impronte microbiche’.
Questo tipo di impronta è lasciata dai batteri che vivono sulla pelle e che sono specifiche per ogni persona, in grado dunque di far risalire ad un particolare individuo. Uno studio ha dimostrato, inoltre, che le impronte microbiche rimangono per mesi sui tessuti.
La microbiologia forense è una disciplina scientifica che si concentra sulle applicazioni della microbiologia alle indagini criminali ed ha preso piede nei primi anni 2000 soprattutto in relazione al bioterrorismo. Oggi, però, è diventata fondamentale in molti modi: permette di identificare le persone dopo la morte, capire com’era il loro stato di salute, determinare come e perché sono morte, quanto tempo è passato dal decesso e il luogo di provenienza.
I ricercatori guidati da Noemi Procopio, dell’Ateneo britannico Lancashire Centrale, e da Giulia Sguazzi, dell’Università del Piemonte Orientale, hanno pubblicato uno studio sulla rivista Genes riguardante l’identificazione di un individuo a partire dagli abiti, oggetti che si trovano spesso sulla scena di un crimine.
Lo studio
Grazie a magliette indossate da volontari per 24 ore, gli autori dello studio hanno potuto dimostrare che sugli indumenti vengono trasferiti microrganismi ben riconoscibili e unici per ciascun individuo, una vera e propria ‘firma’. Queste tracce, inoltre, permettono di distinguere tra capi indossati e non anche dopo 180 giorni, e possono trasferirsi per contatto ad altri oggetti. I vestiti si confermano, così, prove chiave per il processo investigativo, fornendo informazioni importanti come genere, occupazione, reddito, status sociale e spesso anche indizi sulla morte. Questo grazie anche al confronto di tre specifici kit di estrazione del microbioma QIAGEN per testare la loro efficienza di estrazione su campioni di tessuto.
Inoltre, i risultati ottenuti dalla ricerca mostrano: (1) variazioni nel microbioma cutaneo tra i volontari, potenzialmente dovute al loro diverso sesso; (2) differenze nella composizione microbica tra indumenti indossati e non indossati; (3) l’influenza dell’ambiente sulla firma microbica degli indumenti mai indossati; (4) il potenziale utilizzo di alcuni phyla come biomarcatori per distinguere tra indumenti indossati e mai indossati, anche per periodi prolungati; (5) una tendenza verso errori di estrazione nel kit QIAampMP ® DNA microbiome tra i tre testati; e (6) nessuno dei kit di estrazione consente la tipizzazione di profili genetici umani adatti al confronto. In conclusione, il nostro studio offre approfondimenti supplementari sulla potenziale utilità dell’analisi del microbioma trasferito nel tempo sugli indumenti per applicazioni forensi.








