Il diabete di tipo 2 continua a rappresentare una delle condizioni croniche più diffuse e complesse, con un impatto significativo su cuore, reni, fegato e qualità di vita. Colpisce circa il 10-15% della popolazione e interessa soprattutto le fasce più fragili. La ricerca scientifica, tuttavia, sta aprendo nuove prospettive grazie a terapie capaci di modificare il metabolismo e migliorare il controllo della malattia.
“Il diabete di tipo 2 è una malattia multisistemica e molto diffusa. Interessa una parte enorme della popolazione e ha ricadute importanti sulla salute generale. La scienza, però, ci permette oggi di parlare di una certa reversibilità della malattia”.
A dichiararlo è Giorgio Arnaldi, professore ordinario di Endocrinologia e Metabolismo dell’Università di Palermo, per il PROMISE, il Programma Mattone Internazionale Salute, che promuove iniziative dedicate alla prevenzione, alla diagnosi precoce e alla gestione delle patologie metaboliche croniche attraverso ricerca, collaborazione internazionale e diffusione delle buone pratiche cliniche.
Nuovi farmaci e nuovi meccanismi
“Oggi abbiamo a disposizione farmaci innovativi come semaglutide e tirzepatide, che agiscono sulle incretine, ormoni intestinali capaci di regolare la produzione di insulina e il senso di sazietà. Questo doppio effetto migliora il profilo cardio-nefro-metabolico e riduce l’appetito, con risultati evidenti nei trial clinici e nella pratica quotidiana”, sottolinea il professore.
“Si tratta di farmaci veri e propri, che devono essere prescritti dopo una diagnosi accurata – precisa –. Ogni paziente ha una storia clinica diversa e terapie diverse. Gli effetti collaterali vanno conosciuti e monitorati. L’uso ‘fai da te’ o per la prova costume è sbagliato: è inefficace e aumenta i rischi”.
Possibilità di remissione
“Il diabete di tipo 2 può regredire, soprattutto nelle fasi iniziali, quando esiste ancora una certa reversibilità. Lo stile di vita è fondamentale, così come farmaci consolidati come la metformina. Il calo di peso è uno dei criteri con cui possiamo controllare, correggere e talvolta portare alla remissione la malattia – afferma -. Tengo a far presente che per il diabete di tipo 1 il policlinico di Policlinico di Palermo è stato il primo in Italia ad utilizzare il teplizumab, un anticorpo monoclonale che blocca il processo autoimmune che distrugge le cellule del pancreas, permettendo al paziente di sospendere la terapia per almeno due anni. È un cambiamento significativo nella storia naturale del diabete di tipo 1”.
“Le terapie quindi esistono, sono efficaci e rappresentano un passo avanti straordinario, ma devono essere gestite da specialisti in centri competenti. Solo così possiamo parlare davvero di prevenzione e, quando possibile, di remissione”, conclude Arnaldi.








