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Focolaio in Burundi senza diagnosi, Cascio: “Sindrome febbrile emorragica, possibile nuovo patogeno”

mercoledì 15 Aprile - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi, Salute

Cinque morti e trentacinque casi di una malattia che sfugge ai test diagnostici standard. È da qui che bisogna partire per capire cosa sta accadendo nel nord del Burundi, nel distretto di Mpanda al confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove dalla fine di marzo i medici si trovano davanti a un quadro clinico definito ma senza diagnosi.

I test hanno escluso Ebola, Marburg, febbre gialla, febbre della Valle del Rift e febbre emorragica Crimea-Congo, eliminando di fatto le principali minacce note nella regione.

I pazienti arrivano nei centri sanitari con febbre alta, vomito, diarrea e sangue nelle urine, un segnale clinico che orienta immediatamente verso un coinvolgimento renale o epatico. Nei casi più gravi compaiono ittero e anemia, aggravando un quadro che i medici locali definiscono allarmante per la rapidità con cui evolve. I casi si concentrano soprattutto all’interno di nuclei familiari e tra contatti stretti, un elemento che non consente ancora di distinguere con certezza tra esposizione a una fonte comune e possibile trasmissione interumana. Senza questa distinzione, ogni valutazione sul rischio resta necessariamente incompleta.

La risposta sanitaria e le criticità

Le autorità sanitarie burundesi hanno attivato le prime misure già a fine marzo, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dispiegato un team congiunto per supportare sorveglianza epidemiologica, analisi di laboratorio e gestione clinica. La ministra della Salute Lydwine Badarahana ha confermato sul campo che tutti i test disponibili risultano negativi per le principali febbri emorragiche. Non posso confermare ulteriori sviluppi diagnostici perché al momento non esistono comunicazioni ufficiali che identifichino il patogeno. Questo significa che le misure restano generiche, isolamento dei casi, tracciamento dei contatti e rafforzamento delle pratiche igieniche, senza la possibilità di una terapia mirata.

La posizione geografica di Mpanda rende il focolaio tutt’altro che marginale. Il confine con la Repubblica Democratica del Congo è attraversato quotidianamente da flussi di persone, merci e animali, in un’area che rappresenta uno snodo tra Africa centrale e rotte più ampie. In parallelo, il Burundi continua a gestire una recrudescenza di colera con migliaia di casi registrati nel 2025 e trasmissione ancora attiva nel 2026, una condizione che mette sotto pressione la capacità diagnostica e di risposta del sistema sanitario. Pertanto, anche un focolaio limitato può diventare rapidamente più complesso da contenere.

Analisi e urgenza operativa

“La diagnosi differenziale in un quadro di questo tipo deve essere ampia e articolata e non può limitarsi alle febbri emorragiche già escluse dai test. Deve includere anche altre patologie infettive come la dengue, la leptospirosi, la malaria, la febbre tifoide e la meningococcemia. Oltre a condizioni meno frequenti che possono determinare quadri clinici sovrapponibili. In questa fase, l’obiettivo è capire se ci troviamo di fronte a una mutazione di un agente già noto oppure all’emergere di un nuovo patogeno. Ipotesi che resta concreta finché non si arriva a una conferma di laboratorio”. A spiegarlo è Antonio Cascio, direttore dell’Unità di Malattie Infettive e Tropicali del Policlinico di Palermo e componente del comitato scientifico della Fondazione Human Biosafety Health ETS.

“Di fronte a un cluster epidemico con caratteristiche compatibili con una sindrome febbrile emorragica, è fondamentale attivare immediatamente una risposta coordinata e multidisciplinare. Questo significa identificare rapidamente i casi sospetti. Procedere con un isolamento rigoroso. Rafforzare il controllo delle infezioni. Attivare una sorveglianza epidemiologica continua, con particolare attenzione ai contatti stretti. A questo si aggiunge la necessità di una comunicazione tempestiva alle autorità sanitarie nazionali e internazionali, perché solo attraverso un coordinamento efficace è possibile contenere la diffusione del focolaio. In questi contesti, il tempo rappresenta un fattore determinante. Ogni ritardo nella risposta può tradursi in un aumento dei casi e in una maggiore difficoltà nel controllo della trasmissione”, prosegue l’esperto.

“La gestione operativa del focolaio deve seguire protocolli rigorosi. Che partono dall’identificazione precoce dei casi sulla base dei criteri clinici delle sindromi febbrili emorragiche acute. E proseguono con la notifica immediata alle autorità sanitarie. È fondamentale proteggere il personale sanitario attraverso l’utilizzo di dispositivi di protezione completi. E garantire ambienti adeguati, limitando gli accessi e riducendo al minimo i contatti non necessari”, aggiunge.

“Parallelamente, la gestione clinica richiede un approccio di supporto. Con somministrazione di fluidi per via endovenosa e trattamenti empirici in attesa di una diagnosi definitiva. La sorveglianza epidemiologica rappresenta un elemento centrale. Con il tracciamento dei contatti per almeno 21 giorni e il monitoraggio costante dell’eventuale comparsa di sintomi. Anche la gestione dei campioni biologici deve avvenire in condizioni di massima sicurezza. Così come le pratiche funerarie, per evitare ulteriori catene di trasmissione. Il coinvolgimento della comunità resta decisivo per favorire la segnalazione tempestiva dei casi e contenere il focolaio”,  sottolinea.

“Utilizzare i criteri clinici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la sindrome febbrile emorragica acuta significa considerare una febbre superiore a 38,3 gradi con durata inferiore alle tre settimane. In presenza di una malattia grave senza fattori predisponenti per manifestazioni emorragiche. E associata ad almeno due sintomi emorragici, come rash purpureo, epistassi, ematemesi, emottisi, sangue nelle feci o altre manifestazioni analoghe, in assenza di una diagnosi alternativa. Nel caso osservato, il cluster di 35 persone con febbre, vomito, diarrea, ematuria, ittero e anemia soddisfa questi criteri e richiede un’azione immediata”, conclude Cascio.

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