Il recente caso di intossicazione da botulino che ha provocato due vittime in Italia riaccende i riflettori su un tema che da anni resta irrisolto: la crisi dei pronto soccorso. Strutture al collasso, carenza cronica di medici e condizioni di lavoro che scoraggiano le nuove generazioni di professionisti mettono a rischio la tenuta del sistema dell’emergenza-urgenza.
Su questo fronte è intervenuto con una lettera aperta al Ministro della Salute il dottor Luigi Galvano, consigliere dell’OMCeO di Palermo, che pone una serie di riflessioni critiche sul sistema dell’emergenza-urgenza e sulla necessità di misure straordinarie per salvaguardare la salute pubblica.
La lettera aperta
Egregio Ministro,
In questi giorni in cui le notizie sull’intossicazione da botulino si sono rincorse, desidero condividere le mie spontanee riflessioni.
I due connazionali deceduti, erano entrambi in buona salute, si sarebbero potuti salvare? Entrambi si erano rivolti al pronto soccorso, ed in particolare, Luigi Di Sarno ad una struttura privata, morendo durante il viaggio di rientro in Campania, precisamente mentre si trovava a Lagonegro (PZ). Proprio per questo, ahimè, anche i medici di quella struttura purtroppo risultano ora indagati.
Mi chiedo quindi, se sia davvero possibile che una casa di cura privata gestisca un pronto soccorso. Una struttura di questo tipo, per sua natura, infatti, si occupa, in genere, di ricoveri in elezione che seguono una logica diametralmente opposta a quella richiesta nelle aree di emergenza, che comporta un modello “whatever it takes” – fare tutto ciò che è necessario.
In questo contesto, l’espressione può essere letta come un approccio politico-gestionale in cui:
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l’obiettivo prioritario → garantire la piena funzionalità dell’area di emergenza;
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il criterio guida → “costi quel che costi”.
Le implicazioni pratiche possono includere:
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dotazione completa di personale (anche se comporta sforamenti di budget ↦ straordinari, assunzioni in deroga, etc.);
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copertura di turni notturni/festivi senza riduzioni;
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acquisizione di apparecchiature e dispositivi anche fuori dalle gare standard;
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aumento dei posti letto di osservazione breve;
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potenziamento dei protocolli diagnostici rapidi.
In altre parole: trattare l’area di emergenza come una funzione essenziale non comprimibile, che richiede un livello minimo garantito di risorse anche a costo di scelte straordinarie sul piano economico.
Costi elevatissimi e margini quasi sempre negativi determinati dal fatto che molti accessi non producono alcun ricovero, o brevi ricoveri frequentemente poco remunerativi; all’infruttuoso compenso del mantenimento di personale e diagnostica H24!
In sintesi, il pronto soccorso rappresenta il crogiuolo dell’assistenza sanitaria pubblica. Il punto più alto di solidarietà nazionale.
Tranne che in quelle strutture, tipicamente ospedaliere, che ricevono altri tipi e volumi di sostegni pubblici, i pronto soccorso privati rischiano quindi di trasformarsi in semplici porte di ingresso funzionali a intercettare i casi più redditizi, senza poter garantire la completezza e la sicurezza che un servizio di emergenza-urgenza richiede in linea con i profili di responsabilità medica.
Questo, a mio avviso, è il segno di come il sistema si stia sgretolando. I pronto soccorso, anche pubblici, non sono più presidiati da specialisti in medicina d’urgenza, con le scuole di specializzazione che restano vuote.
Perché un giovane dovrebbe scegliere di fare il medico d’urgenza con lo stesso contratto di un collega che lavora in un reparto a più basso, e talvolta anche nullo, impatto assistenziale?
Dovrebbe piuttosto essere l’opposto: chi lavora in urgenza dovrebbe avere stipendi adeguati al rischio e allo stress lavoro-correlabile, anche per incentivare una categoria che difficilmente potrebbe trovare spazio nella libera professione.
Oggi lo stipendio di ingresso è di circa 2500 € al mese, arrivando a 3500 € dopo dieci anni, comprendendo in genere almeno sei notti e due festivi al mese. Cui prodest, Sig. Ministro?
Questi episodi non sono che epifenomeni di un problema più profondo, che va affrontato e corretto subito. Non basta dire “turni a 1000 euro”. Anche con il nuovo provvedimento governativo – che non prevede più l’intermediazione delle cooperative, ma contratti singoli dei medici con l’ASL – resta il nodo di fondo: non tutti gli specialisti hanno lo stesso background clinico né la stessa capacità di inserirsi efficacemente in un pronto soccorso, garantendo un servizio realmente sicuro e appropriato.
Con questo stato di cose possiamo affermare che oggi la salute pubblica è a rischio.
In più, oggi la specializzazione in medicina d’urgenza è equipollente con la medicina interna: assistiamo quindi a una migrazione di medici dalle aree di emergenza ai reparti, una scelta “naturale e legittima” dopo un quarto di secolo di lavoro in pronto soccorso.
Nelle grandi aree di emergenza questo problema si riesce talvolta a tamponare, assegnando ai colleghi meno esperti compiti marginali, ma questo non è un modello sostenibile.
Credo che da questo episodio – pur occasionale – in cui due persone sono state mandate a casa e poi sono morte, con conseguente indagine sui colleghi, per me senza alcuna colpa, dobbiamo ripartire.
Serve esercitare una pressione forte, perché non si può andare avanti così.
Quello che non comprendo è perché non si adottano contratti realmente differenziati, calibrati sulla difficoltà e sulla scarsa attrattività delle specializzazioni in urgenza.
Si potrebbe immediatamente valorizzare il contratto della medicina di urgenza, con l’elevazione della remunerazione delle notti e dei festivi, portando la retribuzione complessiva almeno a 5000 € netti al mese – pur sempre il 30% in meno della media europea – evitando di pagare 1000 € a notte a colleghi non esperti.
Sig. Ministro, un suo Decreto urgente prima che i colleghi siano chiamati a scegliere la scuola di specializzazione (20 settembre) potrebbe indurre molti di loro a scegliere medicina d’urgenza.
Non è la soppressione del numero chiuso che risolverà i problemi della Sanità: i medici, conseguita la laurea, emigreranno verso l’estero, dove contratti di formazione-lavoro li remunereranno tre volte in più delle borse italiane.
Sig. Ministro, sarebbe un atto che la consacrerebbe nella storia della Sanità italiana, come fu per l’ex Ministro Sirchia che abolì il fumo dai locali pubblici.









