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Infertilità, l’OMS fissa per la prima volta standard mondiali

lunedì 1 Dicembre - 2025 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi

L’OMS pubblica la sua prima guida mondiale sull’infertilità e lo fa partendo da una fotografia netta della realtà.

Nel mondo 17,5% della popolazione in età riproduttiva sperimenta infertilità nel corso della vita, senza differenze sostanziali tra Paesi ricchi e poveri. Per questo, spiega l’Organizzazione: “Servono standard comuni, percorsi chiari e cure accessibili”. È un messaggio che arriva in un momento in cui l’infertilità non è più un tema confinato nella sfera privata ma una questione globale di salute e diritti, e in cui milioni di persone vivono ancora tra diagnosi tardive, costi proibitivi e profonde disparità territoriali.

L’OMS definisce tre obiettivi:

  • rendere disponibili raccomandazioni costruite sulle migliori evidenze;
  • spiegare in modo trasparente i criteri che hanno guidato ogni scelta, così che i Paesi possano adattarle ai propri sistemi sanitari;
  • dare finalmente una struttura comune alle politiche pubbliche in un campo in cui dominano frammentazione e disuguaglianze.

La guida apre con la questione della prevenzione, che non viene mai presentata come promessa risolutiva ma come parte di un approccio più consapevole. L’OMS invita i sistemi sanitari a offrire informazioni semplici e accessibili sulla fertilità nelle scuole, nei consultori, nei servizi di salute sessuale. Parlare del declino legato all’età, degli stili di vita e dei fattori di rischio può aiutare chi desidera avere figli a non posticipare troppo la valutazione medica. E può ridurre la quantità di coppie che arrivano alla diagnosi quando le strategie terapeutiche sono già limitate.

Per chi sta già affrontando l’infertilità, la guida chiede un cambio di passo. Non solo sul piano clinico, ma anche sulla qualità della relazione, sul tempo dedicato all’ascolto, sulla necessità di offrire un supporto psicologico quando serve. La cura della fertilità non è fatta solo di esami e farmaci, ma anche di informazioni chiare e di una gestione che tenga conto dell’impatto emotivo e sociale del percorso.

La sezione diagnostica

La guida OMS punta a una diagnostica essenziale, mirata e proporzionata, evitando accertamenti inutili. Per le donne con cicli regolari e visita ginecologica nella norma, basta il dosaggio del progesterone nella fase luteale per confermare l’ovulazione: un singolo valore, misurato circa sette giorni prima del ciclo, è sufficiente nella maggior parte dei casi. Se il primo risultato appare anomalo, la raccomandazione è solo una: ripetere il test, per evitare diagnosi errate legate alla variabilità del ciclo. Quando emergono dubbi sull’ovulazione, l’approfondimento si concentra sugli ormoni dell’asse ipotalamo–ipofisi–ovaio (FSH, LH, e in alcune situazioni estradiolo, prolattina e TSH), selezionati in base al quadro clinico.

La valutazione della riserva ovarica segue lo stesso principio di sobrietà. Il parametro più predittivo resta l’età, che supera per valore informativo i test più diffusi come AMH o conteggio dei follicoli antrali: utili strumenti, ma non decisivi se non in specifici contesti. Per le tube, la guida considera equivalenti HSG e HyCoSy nella valutazione della pervietà, mentre per la cavità uterina la scelta preferibile diventa la SIS, più sensibile e meno invasiva rispetto ad altre metodiche.

Lo stesso criterio di essenzialità guida la diagnostica maschile. Il primo esame è il seminogramma, eseguito secondo gli standard del WHO Laboratory Manual. La regola è chiara: se almeno un parametro è fuori dai valori di riferimento, l’esame va ripetuto dopo 11 settimane, il tempo necessario per completare un ciclo di spermatogenesi e stabilizzare eventuali variazioni transitorie. Se invece l’esame è normale, non va ripetuto. È un dettaglio semplice ma con un impatto significativo, perché riduce costi, tempi e stress emotivo per la coppia.

Quando l’alterazione si conferma, la valutazione procede con anamnesi, esame obiettivo e, solo se indicato, accertamenti ormonali (FSH, LH, testosterone, prolattina), ecografia scrotale o test specifici per sospetto varicocele, infezioni o condizioni genetiche. Anche in questo caso la raccomandazione è evitare batterie di esami indiscriminati: meno test, ma meglio scelti, sulla base del quadro clinico reale.

La parte terapeutica

La guida OMS costruisce il percorso terapeutico con la stessa filosofia che orienta la diagnostica: interventi mirati, proporzionati e basati sulle evidenze. Il principio centrale è chiaro: si parte dalle soluzioni meno invasive e più sostenibili, per poi salire di intensità solo quando necessario.

Nelle donne con PCOS, il trattamento di prima linea è il letrozolo, che supera clomifene e metformina per efficacia nei tassi di ovulazione e gravidanza. Dove il letrozolo non è disponibile o non può essere usato off-label, la combinazione clomifene + metformina resta una valida alternativa. Prima dei farmaci, la guida ribadisce l’importanza delle modifiche dello stile di vita — peso, alimentazione, attività fisica — come interventi clinici, non morali.

Anche nella patologia tubarica la strategia dipende dall’età e dalla gravità. Sotto i 35 anni, in presenza di danni lievi o moderati, la chirurgia può offrire buoni risultati. Nei quadri più severi, o quando l’età supera i 35 anni, la fecondazione in vitro diventa la scelta più efficace. In caso di idrosalpinge, la linea guida è molto netta: prima di procedere alla FIV è necessario trattare la tuba con salpingectomia o occlusione, perché migliora gli esiti del ciclo e riduce il rischio di fallimento.

Sul versante maschile, le prove disponibili sono più limitate, ma una raccomandazione spicca per chiarezza: il varicocele clinico va trattato. L’intervento può essere chirurgico o radiologico; quando disponibile, la microchirurgia è la tecnica preferibile per ridurre le recidive e migliorare gli esiti seminali. Per il resto, la guida non supporta l’uso routinario di antiossidanti per migliorare la fertilità: le evidenze non sono ancora sufficienti per formulare una raccomandazione.

Per le coppie senza causa identificabile, il percorso è uno dei più lineari dell’intero documento. Si inizia con attesa monitorata per 3–6 mesi, accompagnata da consigli su stile di vita e finestra fertile. Se il concepimento non arriva, si passa alla inseminazione intrauterina stimolata (IUI) con clomifene o letrozolo. Solo dopo questo passaggio si arriva alla fecondazione in vitro. E qui la guida è esplicita: niente ICSI in assenza di fattore maschile. Una scelta che riduce costi, complicazioni e ricorso a tecniche eccessivamente invasive.

Le sfide che restano

La guida si chiude con un’ammissione importante: la ricerca sull’infertilità ha ancora ampie zone d’ombra, soprattutto nei Paesi in cui l’accesso alle cure è limitato. Servono studi migliori, più rappresentativi ed equi, perché senza nuova conoscenza non è possibile costruire un sistema che funzioni davvero per tutti. Questa prima guida mondiale non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso che afferma un principio decisivo: la fertilità non può più dipendere dalla fortuna o dalle possibilità economiche. Deve diventare un diritto di salute pubblica, riconosciuto e garantito ovunque.

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