“La sanità non è fatta solo di conti che tornano, ma di persone che devono potersi curare allo stesso modo, ovunque vivano”.
A dichiararlo è Toti Amato, presidente dell’Ordine dei medici di Palermo e consigliere nazionale della FNOMCeO con delega ai rapporti con l’estero, che commenta il fascicolo della Corte dei conti sulla Sanità e i più recenti dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, allargando lo sguardo oltre la dimensione puramente contabile e riportando la riflessione sul significato del Servizio sanitario nazionale e sulle disuguaglianze nell’accesso alle cure, soprattutto nei territori più fragili.
“Quando guardiamo ai dati europei ci accorgiamo che il problema delle disuguaglianze non riguarda solo il nostro Paese, ma attraversa l’intera Unione – evidenzia -. Esiste, infatti, un divario Nord-Sud che non è soltanto geografico, ma strutturale, e che si riflette in modo evidente nella sanità. Nel confronto con gli altri Stati membri, l’Italia resta sotto la media per spesa sanitaria in rapporto al Pil e per spesa pro capite, ma il dato medio nazionale rischia di nascondere fratture ancora più profonde. Dentro quei numeri ci sono sistemi sanitari molto diversi tra loro. Le Regioni del Mezzogiorno partono da condizioni più fragili, con minori capacità di investimento, maggiori difficoltà nel trattenere i professionisti e una pressione organizzativa continua, e tutto questo incide direttamente sulla qualità dell’assistenza”.
I limiti
“Raggiungere un equilibrio finanziario è certamente importante, ma non può diventare l’unico parametro con cui valutiamo la salute di un sistema sanitario – sottolinea -. Nei territori che presentano fragilità strutturali più marcate, come alcune aree del Mezzogiorno e la Sicilia, la tenuta dei conti si accompagna spesso a complessità organizzative rilevanti. Questo rende più difficile programmare interventi di lungo periodo e rafforzare in modo stabile i servizi, soprattutto sul versante territoriale. In questi contesti, la sostenibilità del sistema si misura anche nella capacità di garantire continuità assistenziale e condizioni di lavoro adeguate, elementi che nel tempo incidono direttamente sulla qualità dell’assistenza”.
Il prezzo della mobilità
“Non si può parlare di moralità nella mobilità sanitaria se mancano investimenti e visione – aggiunge Amato -. Quando una persona è costretta a spostarsi per curarsi non sta facendo una scelta ideologica, ma risponde a un bisogno di salute che il sistema non riesce a soddisfare. La mobilità sanitaria interregionale muove ogni anno miliardi di euro, e questo fenomeno è particolarmente significativo per regioni come la Sicilia. Nel 2024 l’Isola ha registrato un saldo di mobilità sanitaria negativo di oltre 240 milioni di euro, una cifra che segnala non solo un impatto sui bilanci, ma anche sulla qualità percepita dei servizi e sulla fiducia dei cittadini nel sistema sanitario locale. Dietro quei numeri ci sono persone, famiglie e percorsi di cura spesso complessi, e non possiamo limitarci a leggere la mobilità come dato finanziario se non affrontiamo le ragioni profonde che la alimentano”.
Tra riforma e responsabilità
“Come Federazione nazionale degli Ordini dei medici ribadiamo che la tenuta del Servizio sanitario nazionale non può essere affidata esclusivamente alla capacità di chiudere i bilanci. L’approvazione, nelle scorse settimane, della riforma del Servizio sanitario nazionale rappresenta un passaggio rilevante perché riafferma i principi di universalità, equità e prossimità delle cure, ma il valore di questa riforma si misurerà soprattutto nella sua attuazione concreta – ribadisce il presidente -. Investire nella sanità pubblica significa investire nelle persone, nei professionisti che ogni giorno garantiscono l’assistenza e nei cittadini che si affidano al sistema nei momenti di maggiore fragilità. Ridurre le disuguaglianze territoriali, garantire livelli di assistenza realmente uniformi e assicurare condizioni di lavoro adeguate non sono obiettivi astratti, ma la sostanza stessa del diritto alla salute”.
“Quando l’accesso alle cure dipende dal luogo in cui si vive non siamo di fronte a un problema locale, ma a una questione nazionale che chiama in causa il ruolo dello Stato e la responsabilità delle istituzioni. Rafforzare la sanità pubblica significa rafforzare la fiducia dei cittadini e la coesione sociale, tutelando uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia”, conclude.









