Secondo la Corte dei conti: “il Servizio sanitario nazionale si mantiene in equilibrio dopo la pandemia, ma senza riuscire a colmare le fragilità strutturali e le disuguaglianze territoriali”. Una fotografia complessiva che mostra un sistema in equilibrio nei conti, ma ancora impreparato ad affrontare davvero le trasformazioni demografiche, epidemiologiche e sociali che stanno già cambiando i bisogni di cura.
Nel confronto europeo
La sanità italiana continua a collocarsi sotto la media dei principali Paesi europei sia per spesa pro capite sia in rapporto al Pil. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica ha superato i 138 miliardi di euro, ma la crescita reale è stata fortemente ridimensionata dall’inflazione, attestandosi poco sopra l’1 per cento. Il risultato è un sistema che aumenta nominalmente le risorse, ma fatica a tradurle in un rafforzamento strutturale dei servizi, in particolare nella prevenzione e nell’assistenza territoriale.
Accanto alla spesa pubblica, cresce in modo significativo il ricorso a forme di finanziamento privato. I regimi volontari di finanziamento, fondi sanitari integrativi e assicurazioni, hanno raggiunto nel 2024 i 6,36 miliardi di euro, con un incremento dell’8,4 per cento rispetto all’anno precedente. È un dato che segnala un cambiamento ormai strutturale nei comportamenti delle famiglie, sempre più spesso spinte verso il privato per superare tempi di attesa e difficoltà di accesso alle prestazioni ambulatoriali e diagnostiche, con un impatto diretto sulle disuguaglianze sociali e territoriali.
Il report lega questo scenario ai risultati economici dei sistemi sanitari regionali, chiarendo come l’equilibrio di bilancio non coincida automaticamente con la sostenibilità nel medio periodo. La crescita della spesa è trainata soprattutto dal costo del personale e dai consumi intermedi, mentre restano più fragili gli investimenti sulle aree che potrebbero ridurre la pressione sugli ospedali e riequilibrare il sistema, come la sanità di prossimità e la prevenzione.
La Sicilia
Dentro questo quadro nazionale, la Trinacria emerge come uno dei casi più emblematici. La Regione resta tra quelle sottoposte a piano di rientro e presenta un equilibrio economico che appare fragile e fortemente condizionato da fattori esterni alla gestione ordinaria. Nel 2024 il risultato di esercizio consolidato si è chiuso formalmente in positivo per circa 2,7 milioni di euro, ma il dato è arrivato solo dopo una lunga sequenza di rettifiche e aggiornamenti successivi dei conti, segnale di una difficoltà strutturale nel presidio e nel monitoraggio della spesa sanitaria.
A rendere particolarmente delicata la valutazione dell’equilibrio economico siciliano non è tanto il segno positivo del risultato finale, quanto il modo in cui questo risultato viene costruito. La tenuta dei conti è sostenuta soprattutto dal peso delle componenti straordinarie, che nel 2024 hanno prodotto un saldo positivo di oltre 330 milioni di euro, all’interno del quale rientrano anche 87 milioni legati a risorse non ordinarie. Si tratta di entrate una tantum, non ripetibili nel tempo, che non rafforzano la sostenibilità strutturale del Fondo sanitario regionale e rendono l’equilibrio più fragile e meno prevedibile. È da questa consapevolezza che nasce il richiamo a una riflessione più ampia sulla gestione ordinaria, sull’efficienza della spesa e sull’appropriatezza nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza.
Sul piano assistenziale
La Sicilia riesce a garantire livelli adeguati soprattutto nell’area ospedaliera, mentre restano sotto la soglia di sufficienza la prevenzione e l’assistenza distrettuale, con segnali di peggioramento rispetto agli anni precedenti. È il riflesso di una sanità ancora fortemente ospedale centrica, nella quale il territorio fatica a diventare il primo presidio e la prevenzione non riesce a incidere in modo significativo sulla domanda di cure.
Persistono inoltre criticità nella rete dei punti nascita, caratterizzata da un’elevata percentuale di tagli cesarei primari anche nelle strutture di primo livello, e nella rete laboratoristica, dove il processo di razionalizzazione procede lentamente, anche a causa dell’elevato numero di strutture private accreditate sotto soglia. Sono elementi che incidono direttamente sulla qualità e sull’omogeneità dell’offerta sanitaria sul territorio.
Mobilità
Il dato che restituisce meglio l’impatto concreto di queste criticità è quello della mobilità sanitaria. Nel 2024 la Sicilia registra un saldo di mobilità interregionale negativo di oltre 240 milioni di euro, mentre nel periodo compreso tra il 2014 e il 2024 il saldo complessivo supera i 2 miliardi di euro. Una perdita che non è soltanto economica, ma che racconta anche la difficoltà di trattenere la domanda di cura sul territorio e, soprattutto, la fiducia dei cittadini, che continua a spostarsi verso altri sistemi sanitari regionali.
Guardando alle prospettive, le previsioni per il periodo 2025 2028 indicano una crescita della spesa sanitaria complessiva fino a oltre 155 miliardi di euro, con un’incidenza sul Pil sostanzialmente stabile. La sostenibilità del sistema viene però letta nel contesto più ampio della protezione sociale, sempre più assorbita dalla componente previdenziale, e della capacità delle Regioni di trasformare le risorse disponibili in servizi effettivi. In questo quadro, il ruolo dei Tavoli tecnici e il monitoraggio delle Regioni in piano di rientro restano centrali non solo per il controllo dei conti, ma per valutare la reale solidità organizzativa e amministrativa dei sistemi sanitari regionali.
Oltre l’equilibrio dei conti
Per la Sicilia, come per altre Regioni del Mezzogiorno, l’uscita dal piano di rientro non può essere letta come un traguardo esclusivamente contabile né come un passaggio formale di certificazione dei conti. Il superamento del vincolo finanziario ha senso solo se accompagnato da un rafforzamento reale della governance del sistema, da una capacità stabile di programmare e controllare la spesa e da un governo più efficace degli erogatori privati, che rappresentano una quota rilevante dell’offerta sanitaria regionale. Senza questo salto di qualità, il rischio è quello di replicare nel tempo equilibri costruiti su basi fragili, affidati a componenti straordinarie e incapaci di sostenere l’ordinaria erogazione dei servizi.
Allo stesso tempo, l’uscita dal piano di rientro non può prescindere da un investimento concreto sulla sanità territoriale e sulla prevenzione, le aree che continuano a mostrare le maggiori criticità e che incidono direttamente sull’accesso alle cure, sulla pressione sugli ospedali e sulla mobilità sanitaria. È su questi fronti che si misura la distanza tra sanità amministrata e sanità vissuta, tra equilibrio dei bilanci e qualità percepita dei servizi.
In assenza di un rafforzamento strutturale del territorio, di un utilizzo efficace delle risorse disponibili e di una capacità di tradurre le riforme in servizi effettivamente funzionanti, l’equilibrio rischia di restare solo apparente. Un equilibrio che tiene i conti ma non ricuce le disuguaglianze, non riduce la rinuncia alle cure e non ricostruisce quella fiducia dei cittadini che, oggi, rappresenta uno degli indicatori più fragili e meno misurabili della sanità siciliana e, più in generale, del Servizio sanitario nazionale.
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