In Italia non tutti i cittadini ricevono la stessa Sanità. Dipende da dove nasci, da dove vivi, da quale ospedale riesci a raggiungere. A dirlo non sono solo le denunce dei pazienti o le inchieste giornalistiche. Lo certifica nero su bianco il Ministero della Salute.
Il nuovo monitoraggio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), pubblicato recentemente dal Ministero della Salute, fotografa lo stato della sanità pubblica italiana nel 2023. Un sistema in lenta trasformazione, ma ancora segnato da profonde disuguaglianze territoriali.
Le Regioni del Nord consolidano il proprio vantaggio, mentre al Sud si registra una situazione a macchia di leopardo. La Sicilia, in particolare, resta al di sotto della soglia di sufficienza in due aree su tre: prevenzione collettiva e Sanità pubblica, e assistenza distrettuale. Unico dato relativamente positivo è quello dell’area ospedaliera, dove si raggiungono i punteggi minimi previsti. Ma è sufficiente a parlare di tenuta del Sistema?

Cosa sono i LEA e come vengono misurati oggi
I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale deve garantire a tutti i cittadini. Devono essere uniformi e gratuiti, o quasi. Dal 2020, la loro valutazione segue il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG). Si basa su 88 indicatori, suddivisi in tre macro-aree: prevenzione, assistenza distrettuale (cioè territoriale) e assistenza ospedaliera. Ogni area riceve un punteggio da 0 a 100. La soglia di sufficienza è fissata a 60 punti.
Nel 2023, sono stati introdotti nuovi parametri, come i MACCE (eventi cardiovascolari o cerebrovascolari maggiori entro 12 mesi) o la mortalità a 30 giorni dall’ictus ischemico, che permettono una valutazione più aderente alla qualità reale delle cure.
Sicilia: due aree sotto la soglia, una appena sufficiente
Nel quadro complessivo, la Sicilia è tra le Regioni che mostrano i maggiori segnali di sofferenza. È tra le sole tre, con Valle d’Aosta e Abruzzo, a non raggiungere i livelli minimi in almeno due delle tre macro-aree analizzate.
In particolare:
- prevenzione: punteggio inferiore a 60, con dati critici sulla copertura vaccinale nei bambini, sugli screening oncologici e sull’indicatore sugli stili di vita, che sintetizza sedentarietà, abitudine al fumo, consumo di alcol e obesità. Gli screening oncologici, ad esempio, restano sotto il 30% della popolazione target, ben lontani dagli standard internazionali. Anche le vaccinazioni obbligatorie nei bambini a 24 mesi non raggiungono il 95% auspicato dall’OMS;
- assistenza distrettuale: anche qui punteggio sotto la soglia, con tasso di ospedalizzazione pediatrica evitabile tra i più alti d’Italia (per asma e gastroenterite), ritardi nei tempi di risposta del 118 – in particolare nelle aree interne – e copertura dell’assistenza domiciliare integrata ancora molto lontana dagli obiettivi. È alto anche il consumo inappropriato di antibiotici (tra i primi cinque valori nazionali), sintomo di una medicina territoriale ancora troppo debole;
- assistenza ospedaliera: unica macro-area in cui la Sicilia raggiunge il punteggio minimo di 60, grazie al miglioramento in alcuni indicatori, come gli interventi per frattura del femore operati entro 48 ore negli over 65 e la proporzione di pazienti operati per tumore mammario in centri con volumi adeguati. Un dato, quest’ultimo, che segnala l’effetto positivo della progressiva concentrazione di alcune attività in strutture specialistiche, come accade per esempio al Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo o all’Ospedale “Maria Paternò Arezzo” di Caltagirone, dove si registra una crescita degli interventi oncologici ad alto volume.
Tuttavia, restano significative le disuguaglianze tra strutture: in molte aree della Sicilia interna e nei presidi provinciali, i reparti chirurgici continuano a operare con numeri inferiori agli standard minimi, incidendo negativamente su esiti e sicurezza. Sul fronte dell’ostetricia, il tasso di tagli cesarei primari resta ben oltre la soglia nelle strutture con meno di mille parti l’anno, evidenziando un ricorso eccessivo alla chirurgia anche in casi non indicati clinicamente. Gli stessi Pronto Soccorso risultano cronicamente congestionati: nei grandi ospedali urbani come il Garibaldi di Catania o il Civico di Palermo si registrano code e attese incompatibili con la tempestività di una risposta d’urgenza.
Un altro nodo critico riguarda le riammissioni ospedaliere non programmate entro 30 giorni dalla dimissione. La Sicilia è tra le peggiori Regioni in Italia su questo indicatore. Il dato evidenzia una scarsa presa in carico post-acuzie, soprattutto per patologie croniche come scompenso cardiaco e BPCO. Mancano coordinamento e continuità tra ospedali e territorio. Anche la mobilità passiva conferma la fragilità del sistema. Nel 2023, la Sicilia ha speso oltre 240 milioni di euro per ricoveri in altre Regioni. In molti casi si tratta di interventi complessi che non vengono erogati sull’Isola.
In Sicilia il sistema ospedaliero è sempre più diviso. Pochi grandi poli sanitari migliorano e reggono la domanda. Ma la maggior parte degli ospedali minori fatica a garantire appropriatezza, efficienza e tempestività.
Nord saldo, Sud diviso
Guardando ai punteggi aggregati, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche e Lazio superano senza difficoltà la soglia dei 60 punti in tutte e tre le aree. Incredibilmente, lo fanno anche Campania e Puglia, un tempo tra le realtà più critiche del Sud.
L’Abruzzo e la Sicilia, invece, scivolano in basso in due macro-aree. In coda, ma solo per la distrettuale, Calabria e Basilicata. L’Isola sarda, invece, si difende bene: la Sardegna raggiunge punteggi sopra la soglia in tutte le aree, a testimonianza che il dato geografico non è di per sé determinante. A fare la differenza sono scelte politiche, capacità amministrativa, coinvolgimento professionale.
Un esempio concreto: la percentuale di pazienti oncologici assistiti in cure palliative domiciliari in Sicilia resta intorno al 30%, contro punteggi vicini al 60% in Toscana e oltre il 70% in Emilia-Romagna. Eppure parliamo dello stesso diritto alla dignità nel fine vita.
E oggi, nel 2025, qualcosa è davvero cambiato?
A due anni dai dati ufficiali del report LEA 2023, le criticità restano quasi tutte intatte. Le promesse di riforma ci sono, i fondi del PNRR pure. Ma i segnali di svolta sono ancora pochi, frammentati, spesso invisibili ai cittadini.
In Sicilia, dove la Missione Salute del PNRR prevede complessivamente 15,6 miliardi di euro, è stato speso appena il 13–15% dei fondi assegnati, tra i tassi più bassi d’Italia. Per la sanità territoriale e le Case della Comunità, i progetti procedono con lentezza: meno del 20% è finanziato, il resto resta bloccato da difficoltà burocratiche e amministrative.
Secondo l’analisi indipendente della Fondazione GIMBE, su 14 obiettivi da raggiungere entro giugno 2026, almeno cinque sono in forte ritardo, tra cui proprio le principali riforme previste (Case e Ospedali di Comunità). Altri cinque non sono valutabili per mancanza di aggiornamenti pubblici. Solo quattro misure risultano quasi completate.
Il quadro è chiaro. Ancora pochi posti letto attivati, personale insufficiente, ritardi pesanti su digitalizzazione e telemedicina. La recente proposta di nuova rete ospedaliera prevede una riduzione complessiva di 367 posti letto rispetto alla rete del 2019. Un dato che preoccupa sindacati, medici e territori, soprattutto nelle aree interne, già oggi in sofferenza. La riorganizzazione punta a concentrare i servizi nei grandi hub, ma rischia di svuotare ulteriormente i presidi periferici.
Nonostante i drammatici ritmi richiesti, la Sicilia è ancora lontana dall’avere una sanità di prossimità funzionante.
La speranza resta viva. Ma per ora, con una prevenzione che non decolla, un territorio ancora fragile e pochi ospedali che, da soli, non possono reggere l’intero sistema, la Sicilia è ancora ferma dove l’avevamo lasciata: con le stesse debolezze del 2023.
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