Una sorta di modello a “carriere aperte” per i medici del Pronto soccorso, in cui i camici bianchi che si specializzano in Medicina di emergenza urgenza non debbano rimanere a vita in questi reparti di prima linea ma possano, eventualmente, avere prospettive di carriera anche altrove, avendo la possibilità di “passare” in altre aree sanitarie. A lanciare l’idea è il ministro della Salute Orazio Schillaci, perché, dice, “non si tratta solo di aumentare gli stipendi ma anche di dare prospettive“.
Una proposta che non convince, però, la Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), secondo cui gli incentivi, anche di carriera, vanno pensati all’interno del sistema dei Pronto soccorso stessi: incentivi, cioè, “a restare e non ad andarsene“.
L’ipotesi del ministro punterebbe ad attrarre più medici verso il settore dell’emergenza garantendo loro la possibilità eventuale di cambiare, facendo in modo che non si sentano “in gabbia” per tutta la loro vita professionale. “Abbiamo dato più sicurezza a chi lavora nei Pronto soccorso, ma credo che bisogna trovare nuovi modelli organizzativi per non far sentire chi entra nel Pronto soccorso in una gabbia da cui non può più uscire, soprattutto i giovani. Ovvero – ha chiarito Schillaci – la possibilità di cambiare reparto o percorso nel corso della carriera”.
Per incentivare la presenza dei medici in Pronto soccorso, secondo il ministro, è cioè importante “anche dare delle prospettive di carriera e la possibilità dopo un certo periodo di andare a lavorare in altri reparti, e non solo al pronto soccorso. È un problema anche di stimoli professionali”.
Sul Pronto soccorso “c’è una crisi vocazionale, ma questo – ha aggiunto – non è un problema solo italiano e non è legato solo agli stipendi“. Una crisi di vocazione simile si vive pure tra i medici di famiglia: “i giovani non vogliono più fare i medici di base, per questo siamo intervenuti per fare in modo che la medicina generale diventi una vera specializzazione“, ha detto Schillaci.
Si cercano insomma soluzioni per rendere più attrattiva la medicina di prima linea dei reparti di emergenza, ma le perplessità non mancano. Innanzitutto, commenta all’ANSA il presidente Simeu Alessandro Riccardi, “abbiamo già ottenuto delle equipollenze, per cui i medici dell’emergenza possono già, volendo, passare ad altre aree come Cardiologia, Medicina interna, Gastroenterologia, Pneumologia e Geriatria. Questa possibilità è in parte contemplata, dunque, ma chi si dedica a questo ambito lo fa prima di tutto per passione“.
L’ipotesi di Schillaci suscita pertanto perplessità: “L’idea di proporre ai migliori specialisti, magari quelli con più anzianità, di passare ad altre aree per avere più opportunità di carriera non credo sia positivo. Piuttosto – rilancia Riccardi – sarebbe più opportuno incentivarli a rimanere prevedendo percorsi di carriera all’interno degli stessi Pronto soccorso, ad esempio pensando ad un ruolo ‘senior’ di guida verso i medici più giovani. Bisogna dunque sviluppare un concetto di progressione di carriera all’interno del sistema stesso dell’emergenza”.
Tutto ciò a fronte di numeri preoccupanti, avverte: “I medici dell’emergenza sono circa 4.500 nel Ssn, ne mancherebbero almeno 2-3 mila. Ma a fronte di 1.026 borse di specializzazione bandite nel 2024 per l’area emergenza urgenza, ne sono state assegnate solo 254 e 5 hanno abbandonato“.
Al momento, conclude il presidente Simeu, “i professionisti continuano a mancare e gli incentivi finora ottenuti restano insufficienti a fronte dei rischi e dello stress che il nostro ruolo impone“.








