C’è chi entra negli ospedali per curare i pazienti, chi per prendersi cura di sé o di un familiare, e chi, invece, ci entra per lucrare sulla malattia o addirittura sulla morte. Non è una metafora: gli “avvoltoi” esistono. Sono avvocati e agenzie di pompe funebri che gravitano attorno alle strutture sanitarie, con l’obiettivo di intercettare clienti nei momenti di maggiore vulnerabilità, quando il dolore è ancora caldo e la confusione lascia spazio alla manipolazione. Persone che, come denuncia Toti Amato, presidente dell’Ordine dei Medici di Palermo, trasformano la sofferenza in un’occasione di profitto.
“In ospedale, accanto agli angeli che sono i medici, gli operatori sanitari, gli amministrativi onesti, ci sono anche dei “corvi” – spiega -. Corvi neri, pronti a planare sul dolore, a divorare l’anima di chi è appena stato spezzato da una perdita. Non aspettano che la vita si spenga per rispetto, ma per convenienza. Si muovono rapidi, si insinuano nei momenti più fragili, offrono il loro biglietto da visita accanto a un letto ancora caldo o a una salma appena composta. Corvi che incitano alla denuncia prima ancora di sapere cosa sia successo davvero. Prima del rispetto, cercano il profitto. Prima della verità, cercano un pretesto. È una vergogna”.

Il tema è tornato d’attualità dopo il caso delle salme del Policlinico di Palermo, che, attraverso un’indagine, ha fatto emergere presunti episodi di mala gestione e il sospetto, ancora più grave, di un sistema che avrebbe lucrato persino sull’ultimo saluto ai defunti. Una pratica inaccettabile, in una Regione, come la Sicilia, dove la morte si intreccia con la storia, le tradizioni e l’identità di un popolo.
“In Sicilia abbiamo un rapporto viscerale con la morte, antico, profondo – evidenzia il presidente -. Vogliamo i nostri morti in casa, non li vogliamo all’obitorio. Già solo parlarne è un dolore. La veglia, il lutto condiviso, la preparazione della salma sono riti che ci appartengono. Il morto torna a casa perché lì si chiude il cerchio e si celebra la persona. È un momento sacro, che unisce le famiglie, i quartieri, l’intera comunità. Offendere questo passaggio, profanarlo con logiche di guadagno, è un insulto alla nostra cultura e alla nostra umanità”.
Il fenomeno, purtroppo, non è nuovo. Già nel 2019 l’Antitrust aveva segnalato la presenza di cartelli tra imprese funebri e pratiche scorrette, con agenzie che offrivano commissioni a dipendenti sanitari in cambio di informazioni sui decessi. In alcuni ospedali italiani, da Roma a Napoli, da Torino a Bari, sono emersi casi in cui i cosiddetti procacciatori stazionavano nei corridoi dei reparti, pronti a intervenire appena spirava un paziente.
Quanto agli avvocati che si aggirano nei corridoi ospedalieri pronti a offrire soluzioni legali immediate. Secondo l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, circa il 90% delle cause per presunta malasanità si conclude senza alcun riconoscimento di responsabilità. Solo una minima parte, meno di 1 su 10, si traduce in un risarcimento effettivo. Il resto si perde tra archiviazioni, rigetti o sentenze che escludono completamente l’errore medico.
Molte denunce non arrivano mai a una sentenza favorevole per il paziente. Spesso si risolvono in mediazioni extragiudiziali, archiviazioni o rigetti per mancanza di prove, con l’inevitabile conseguenza di alimentare un sistema percepito sempre più come un’industria delle cause, anziché un reale strumento di giustizia. Un meccanismo che grava pesantemente sul sistema sanitario, costretto a sostenere costi legali e assicurativi elevati per difendersi da contenziosi che, come detto, nella maggior parte dei casi, si rivelano infondati.
Ma a pagarne il prezzo sono anche i cittadini, perché la pressione costante di un possibile procedimento giudiziario ha spinto molti medici a praticare quella che viene definita medicina difensiva, con prescrizioni inutili, esami superflui, ricoveri evitabili. Tutto questo si traduce in un sistema più lento, più costoso, più distante e meno fiducia, per tutti.
“Chi deve stare in ospedale? I medici, i pazienti, i caregiver – ribadisce Amato -. Non chi cerca profitto nel dolore altrui. Bisogna porre fine a questa deriva” incalza Amato “Serve un controllo istituzionale. La magistratura deve indagare, ma anche i dirigenti sanitari devono fare la loro parte. Le istituzioni devono attivarsi, tutte. Perché non possiamo più tollerare che, dentro un luogo di cura, si consumino pratiche da sciacalli”.
Sul caso interviene anche il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, che da medico e da ex assessore alla Salute conosce bene le dinamiche sanitarie della città.

“Da sindaco, da ex assessore alla salute e da cittadino penso che è vergognoso speculare sui morti e parlare di tangenti in un ambito così delicato e così intimo… è veramente più che disdicevole – dice –. È il motivo per cui la prima emergenza alla quale si dedicò questa amministrazione, fin dall’atto dell’insediamento, fu proprio ristabilire la santità del riposo dei defunti. Trovammo millecinquecento bare insepolte e abbandonate in una condizione vergognosa. Da allora a oggi non solo è passata tanta acqua sotto i ponti, ma è passato anche il tempo sufficiente per dire che quell’intervento è stato decisivo per dare finalmente sicurezza ai cittadini, almeno sul fatto che i servizi cimiteriali potevano funzionare. E hanno ripreso a funzionare”
“Chi entra in ospedale deve trovare accoglienza, rispetto e professionalità. Non può essere esposto ad abusivi, intermediari o interessi estranei alla cura. La sanità è un presidio di fiducia, e va difesa da ogni forma di speculazione”, conclude Lagalla.
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