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Tumore del cavo orale, tra innovazione e ritardi: il nodo resta la diagnosi precoce

venerdì 10 Aprile - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Articoli

Odontoiatria e medicina non possono più essere considerate ambiti separati, soprattutto nella diagnosi e nella prevenzione del carcinoma del cavo orale.
È questo il messaggio emerso con forza dal confronto tra esperti e allievi al Policlinico “Giaccone” di Palermo, organizzato in occasione del XXV anniversario del Congresso della Società Italiana di Patologia e Medicina Orale (SIPMO) “Il Cancro orale del prof. V. Margiotta, tenutosi nel 2001.

Un richiamo che oggi assume un significato ancora più urgente, alla luce di dati che continuano a destare preoccupazione. In Italia si registrano circa 8.000 nuovi casi l’anno di tumore del cavo orale e la sopravvivenza a cinque anni resta ferma intorno al 50–60%, senza miglioramenti sostanziali negli ultimi decenni secondo i principali dati epidemiologici nazionali. La diagnosi tardiva rappresenta ancora il principale fattore critico.

Diagnosi, clinica e nuovi scenari

“La sopravvivenza per il carcinoma del cavo orale non è migliorata come ci si aspettava negli ultimi decenni, e questo rappresenta un dato critico per la comunità scientifica. Il problema principale resta la diagnosi tardiva, perché nella maggior parte dei casi il tumore viene individuato quando è già in fase avanzata”.
A dichiararlo è Giuseppina Campisi, docente di Patologia del cavo orale e responsabile della UOSD di Medicina orale del Policlinico “Giaccone” di Palermo.

Questo accade nonostante sia ormai acquisito che l’odontoiatra non debba limitarsi alla cura dei denti, ma debba svolgere anche un controllo sistematico delle mucose orali. La clinica, in questo senso, ha un valore centrale e non richiede tecnologie complesse. Bastano infatti strumenti semplici e una corretta ispezione del cavo orale, ad esempio esplorando i margini della lingua e il pavimento orale, dove più frequentemente si localizzano queste neoplasie. Le lesioni possono presentarsi come macchie bianche, rosse o ulcerazioni che non tendono a guarire. Si tratta di segnali semplici, ma il problema è che non vengono ancora sistematicamente integrati nella pratica quotidiana. Paradossalmente basta poco, ma quel poco deve essere applicato con costanza”, ha aggiunto.

“Per quanto riguarda i fattori di rischio, il papillomavirus è coinvolto soprattutto nei tumori dell’orofaringe, in particolare alla base della lingua e nelle tonsille, mentre i tumori del cavo orale restano più frequentemente associati ai fattori classici come fumo e alcol. Oggi però osserviamo cambiamenti importanti, soprattutto tra i giovani, dove il binge drinking associato al tabagismo rappresenta un elemento emergente. Stiamo inoltre osservando nuovi cluster di pazienti, come giovani e donne non fumatrici e non bevitrici, nei quali si ipotizza una predisposizione genetica. In alcuni casi, questi tumori si sviluppano senza il passaggio attraverso le classiche lesioni potenzialmente maligne, rendendo ancora più difficile l’intercettazione precoce”.

“Anche le sigarette elettroniche non possono essere considerate innocue. Contengono sostanze chimiche irritanti e stiamo osservando quadri infiammatori acuti delle mucose. Il rischio è che la percezione di minore pericolosità induca a sottovalutarne gli effetti. In uno studio condotto su 7.000 studenti è emerso chiaramente che i giovani non sono consapevoli dei rischi reali legati a questi dispositivi”, ha evidenziato Campisi.

Ricerca e terapie

“Negli ultimi venticinque anni la ricerca sul carcinoma orale ha compiuto progressi rilevanti, soprattutto nell’ambito dell’oncologia sperimentale e delle terapie personalizzate. Oggi comprendiamo meglio i meccanismi molecolari che guidano lo sviluppo del tumore. E questo consente di progettare trattamenti più mirati, capaci di colpire selettivamente le cellule tumorali e ridurre il danno ai tessuti sani. Le terapie target rappresentano uno degli sviluppi più significativi, perché intervengono su specifici bersagli molecolari coinvolti nella crescita e nella diffusione della malattia”, ha sottolineato Lorenzo Lo Muzio, rettore dell’Università degli Studi di Foggia.

Parallelamente, l’immunoterapia ha introdotto un cambio di paradigma, poiché utilizza il sistema immunitario del paziente per riconoscere e contrastare le cellule neoplastiche, con risultati incoraggianti soprattutto nei casi più avanzati o recidivanti. L’introduzione di farmaci come pembrolizumab e nivolumab ha ampliato le possibilità terapeutiche nei tumori della testa e del collo. Offrono nuove prospettive soprattutto nei pazienti che non rispondono ai trattamenti convenzionali. Questi approcci si affiancano alla chirurgia, alla radioterapia e alla chemioterapia, che restano fondamentali ma oggi si inseriscono in percorsi più integrati”, ha fatto presente.

“L’obiettivo consiste nel superare i modelli standardizzati e costruire strategie terapeutiche sempre più personalizzate, basate sul profilo biologico del singolo paziente. Questo richiede l’integrazione tra dati clinici, genetici e molecolari e una maggiore comprensione delle interazioni tra farmaci e sistema immunitario. La ricerca si muove verso un dialogo sempre più stretto tra laboratorio e pratica clinica, con l’obiettivo di rendere il carcinoma orale una patologia sempre più controllabile”.

Diagnosi biologica e approccio integrato

Se la ricerca punta su terapie personalizzate, anche la diagnosi segue la stessa direzione e guarda al paziente nel suo insieme.

“L’approccio alle lesioni del cavo orale non può più limitarsi all’osservazione e al semplice prelievo bioptico. La biopsia resta un passaggio fondamentale, ma oggi non basta più osservare una lesione e prelevarne un frammento per ottenere una risposta. Serve uno studio complessivo del paziente che tenga conto delle caratteristiche biologiche, delle condizioni sistemiche e delle eventuali abitudini a rischio. Oggi non è tanto l’entità della lesione a determinare il rischio di trasformazione maligna, quanto un insieme di fattori che riguardano il paziente nel suo complesso”, ha spiegato Giacomo Oteri, referente nazionale delle Scuole di specializzazione in Chirurgia orale.

“Utilizziamo marcatori biologici, analisi della saliva e cellule esfoliate per costruire un profilo di rischio più accurato e orientare meglio le scelte diagnostiche e terapeutiche. Non preleviamo solo tessuto, ma ricaviamo informazioni utili per definire il rischio biologico del paziente. Non tutte le lesioni potenzialmente maligne evolvono in tumori e, in alcuni casi, lesioni apparentemente meno rilevanti possono nascondere un rischio maggiore. Questo richiede un approccio strutturato e multidisciplinare, in cui la collaborazione tra medico orale e chirurgo orale, soprattutto nei centri di secondo livello, consente di ottenere risultati più precisi e migliorare la gestione del paziente”, ha rimarcato Oteri.

Prevenzione

“È sorprendente che nel 2026 si debba ancora parlare di prevenzione insufficiente per una patologia che interessa un distretto facilmente esplorabile come il cavo orale. Il problema riguarda sia la prevenzione primaria, legata alla riduzione dei fattori di rischio come fumo e alcol, sia quella secondaria, cioè la capacità di riconoscere precocemente le lesioni iniziali attraverso screening efficaci. Il punto critico non riguarda solo le conoscenze, ma la loro applicazione concreta nella pratica clinica quotidiana e l’adesione dei pazienti ai controlli periodici. Spesso le lesioni vengono sottovalutate o ignorate fino alla comparsa di sintomi più evidenti, quando il percorso diagnostico risulta più complesso”.

Ad  accentuare il problema è stato Umberto Romeo, presidente nazionale della SIPMO, docente alla Sapienza Università di Roma e direttore del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo-facciali, nonché della UOC di Chirurgia orale del Policlinico Umberto I.

“Come società scientifica stiamo lavorando per diffondere questi programmi a livello nazionale, coinvolgendo gli ordini professionali e la rete degli odontoiatri. L’obiettivo consiste nel rendere il controllo delle mucose orali una pratica sistematica e strutturata, integrata nei percorsi assistenziali e accompagnata da una maggiore sensibilizzazione della popolazione”, ha puntualizzato Romeo.

L’appello

A chiudere il confronto è stato un richiamo alla responsabilità condivisa, espresso da Mario Marrone, presidente della Commissione Albo Odontoiatri di Palermo.

“Il messaggio riguarda tutti. Riguarda i cittadini, ma anche gli odontoiatri. La diagnosi precoce resta il punto critico e spesso arriva troppo tardi. Per questo serve attenzione ogni giorno. I cittadini devono imparare a osservare il cavo orale e a riconoscere segnali semplici, come lesioni bianche, rosse o ulcerazioni che non guariscono. Non devono sottovalutarli. Allo stesso tempo, il controllo delle mucose deve diventare una pratica sistematica in ogni visita. Deve diventare un’abitudine sistematica. Richiede metodo e costanza. Davanti a qualsiasi dubbio è fondamentale rivolgersi subito al proprio odontoiatra di fiducia. Le visite periodiche restano essenziali. Anche l’auto-osservazione può fare la differenza. Solo una collaborazione reale tra paziente e professionista può migliorare la diagnosi precoce e incidere concretamente sull’andamento della malattia”.

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