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Ebola, primo morto in Kenya: l’Oms rafforza la risposta, parte il trial del vaccino contro Bundibugyo

mercoledì 7 Ottobre - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: News ed eventi

Dopo il primo caso di Ebola Bundibugyo registrato in Kenya, conclusosi con la morte del paziente, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) rafforza le misure per impedire che il virus riesca a stabilire nuove catene di trasmissione nel Paese. Il 6 ottobre le autorità hanno notificato formalmente il caso all’OMS attraverso il Regolamento sanitario internazionale. La segnalazione ha fatto scattare il tracciamento dei contatti, il potenziamento della sorveglianza e dei controlli nei punti di ingresso considerati a maggiore rischio.

Il paziente era un cittadino keniano che viveva nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), epicentro dell’epidemia. Si era ammalato mentre si trovava nel Paese ed era stato assistito in diverse strutture sanitarie. Il 2 ottobre aveva raggiunto Kampala, in Uganda, via terra passando da Beni, per poi prendere un volo diretto a Nairobi, dove era arrivato il giorno successivo. Una volta giunto nella capitale keniana era stato trasferito in ospedale e isolato. I campioni analizzati dal National Virology Reference Laboratory e dal Kenya Medical Research Institute hanno confermato l’infezione da Bundibugyo virus. Nonostante le cure di supporto, il paziente è morto nella notte del 5 ottobre ed è stato sepolto il giorno successivo secondo il protocollo previsto per Ebola.

La risposta dell’OMS

Le autorità sanitarie hanno finora inserito nella sorveglianza 28 contatti tra familiari e operatori sanitari che avevano avuto rapporti con il paziente. È inoltre in corso il rintraccio di 23 passeggeri e quattro membri dell’equipaggio che si trovavano sullo stesso volo tra Kampala e Nairobi.

L’OMS sta lavorando con il governo keniano per rafforzare il coordinamento della risposta, le indagini epidemiologiche, la sorveglianza e lo screening nei punti di ingresso. Il sistema era già stato potenziato nei mesi precedenti. Dall’inizio dell’emergenza il Kenya ha controllato oltre 652 mila viaggiatori, analizzato 267 campioni sospetti e formato circa 5 mila operatori sanitari sulla prevenzione e sulla gestione dell’Ebola. Sono state inoltre individuate e valutate unità di isolamento in 27 contee considerate ad alto rischio, mentre l’OMS ha consegnato circa mille test diagnostici e mille kit di dispositivi di protezione individuale. L’indice utilizzato per misurare il livello di preparazione del Kenya all’Ebola è salito dal 66% di maggio all’82% di luglio.

“La preparazione alle emergenze sanitarie ci offre un vantaggio iniziale. Il Kenya ha messo in atto importanti misure di controllo dell’epidemia. La priorità adesso è agire rapidamente per individuare eventuali altri casi prima che il virus abbia la possibilità di diffondersi”, ha dichiarato Mohamed Janabi, direttore regionale dell’OMS per l’Africa.

Nonostante l’arrivo del virus in Kenya, l’OMS continua a sconsigliare restrizioni ai viaggi o agli scambi commerciali con Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Kenya sulla base delle informazioni attualmente disponibili. L’organizzazione continuerà invece a monitorare le misure adottate dai singoli Paesi.

Anche Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa CDC) ha rafforzato la risposta. Una squadra multidisciplinare di alto livello è stata inviata in Kenya, mentre il direttore generale Jean Kaseya ha annunciato una visita nel Paese. L’organizzazione ha inoltre richiamato gli Stati della regione sulla necessità di potenziare la sorveglianza, lo scambio di informazioni oltre frontiera, la capacità diagnostica dei laboratori e le squadre di risposta rapida.

I dati

Il caso keniano arriva mentre l’epidemia continua a correre nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo l’ultimo aggiornamento dell‘European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), i casi confermati hanno raggiunto quota 8.603 e i morti 4.148. I dati epidemiologici sono aggiornati al 4 ottobre. Nelle ultime 24 ore considerate, le autorità sanitarie hanno segnalato 59 nuovi casi e 34 decessi. Altri 896 pazienti si trovano in isolamento, mentre 2.235 sono guariti.

Complessivamente il virus ha raggiunto 64 zone sanitarie nelle sette province congolesi interessate dall’epidemia. L’Ituri rimane la provincia più colpita, con 6.450 casi e 2.968 morti. Cresce intanto il peso del Nord Kivu, che conta 1.729 contagi e 1.005 decessi in 17 delle 34 zone sanitarie.

La capacità del sistema di intercettare le catene di contagio rimane uno dei punti più critici. Secondo Africa CDC, oltre il 70% dei nuovi casi emerge ancora nella comunità. Si tratta di persone che il sistema non aveva precedentemente identificato come contatti e inserito nella sorveglianza. Per l’organizzazione africana, il dato indica che alcune catene di trasmissione continuano a sfuggire al sistema di risposta.

L’attuale epidemia si distingue anche per la velocità con cui avanza. Un confronto basato sui dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi fotografa chiaramente la differenza rispetto alle precedenti emergenze. A 139 giorni dall’individuazione dell’epidemia, i casi avevano raggiunto quota 8.224. Nello stesso intervallo temporale erano 1.766 durante l’epidemia dell’Africa occidentale del 2014 e 543 durante quella della Repubblica Democratica del Congo del 2018.

Il vaccino

Mentre aumenta la pressione sulla risposta sanitaria, dall’Uganda arriva un nuovo sviluppo sul fronte della ricerca. Il 6 ottobre, a Masaka City, i ricercatori hanno somministrato il ChAdOx1 BDBV ai primi partecipanti africani dello studio clinico. Il candidato vaccino punta specificamente contro il virus Ebola Bundibugyo. A guidare lo studio è la Medical Research Council/Uganda Virus Research Institute and London School of Hygiene & Tropical Medicine Uganda Research Unit, insieme all’Oxford Vaccine Group e al Pandemic Sciences Institute dell’Università di Oxford. In questa prima fase, i ricercatori valuteranno soprattutto la sicurezza del vaccino e la sua capacità di indurre una risposta immunitaria negli adulti sani. Al momento, quindi, non è ancora possibile stabilire se il prodotto riesca a prevenire la malattia.

Il candidato utilizza la piattaforma ChAdOx, tecnologia già impiegata per il vaccino Oxford-AstraZeneca contro il Covid-19. Una prima sperimentazione sull’uomo aveva preso il via nel Regno Unito. Con l’apertura dello studio in Uganda, la ricerca entra ora in uno dei Paesi direttamente coinvolti nell’attuale emergenza. Proprio in quest’area geografica, inoltre, gli scienziati identificarono per la prima volta il Bundibugyo virus nel 2007.

Un altro elemento importante riguarda la disponibilità delle dosi. Il Serum Institute of India ha già prodotto e accumulato circa 620 mila dosi del candidato vaccino e ne ha destinate circa 3 mila allo studio in Uganda. Se i primi studi daranno risultati favorevoli, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) sosterrà le successive fasi della sperimentazione. L’obiettivo sarà raccogliere i dati necessari per arrivare a una possibile autorizzazione all’uso di emergenza o alla registrazione del vaccino.

Il passaggio assume particolare importanza perché contro Ebola Bundibugyo non esistono ancora vaccini specificamente approvati. Parallelamente, gli esperti stanno valutando anche Ervebo, sviluppato contro Zaire ebolavirus, per verificare una possibile protezione crociata. ChAdOx1 BDBV, invece, nasce specificamente contro la specie responsabile dell’epidemia in corso.

“La malattia da virus Bundibugyo è una forma di Ebola per la quale non esistono vaccini approvati o trattamenti specifici”, ha dichiarato Eugene Ruzagira, responsabile dello studio in Uganda. Il ricercatore ha aggiunto che la sperimentazione servirà a raccogliere le evidenze necessarie sulla sicurezza del candidato e sulla sua capacità di generare risposte immunitarie potenzialmente protettive.

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