Dalla sorveglianza delle persone in arrivo dalle aree coinvolte alla gestione di un eventuale paziente sintomatico. Mentre l’assessorato regionale della Salute lavora alla stesura di un protocollo per coordinare la risposta del sistema sanitario siciliano, l’Asp Palermo ha adottato una nuova procedura operativa, costruita sulle indicazioni emanate nel 2026 per affrontare in sicurezza i casi sospetti di malattia da virus Ebola.
Il documento, adottato con la determina numero 1067 del 27 luglio 2026, descrive le attività che devono svolgere pronto soccorso, presidi territoriali di emergenza, punti di primo intervento e guardie mediche. La procedura definisce il percorso del paziente fin dal primo contatto, individua le strutture da coinvolgere e disciplina l’isolamento precauzionale, l’uso dei dispositivi di protezione, la registrazione delle persone esposte, la sanificazione degli ambienti e l’eventuale trasferimento in biocontenimento.
L’intervento si inserisce nelle misure adottate dopo il focolaio causato dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale il 17 maggio. Al 15 luglio, nella Repubblica Democratica del Congo risultavano 2.124 casi confermati e 828 decessi.
Il Ministero della Salute considera basso il rischio di infezione sul territorio nazionale, ma ha scelto di applicare il principio di massima precauzione. Con l’ordinanza del 29 maggio ha introdotto specifiche misure di sorveglianza per chi arriva dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda e ha definito i criteri per la gestione dei viaggiatori, dei contatti e degli eventuali casi sospetti.
Cosa prevede la procedura
Il percorso dell’Asp Palermo riguarda le persone che, nei 21 giorni precedenti la comparsa dei sintomi, hanno soggiornato in un’area interessata dal focolaio oppure hanno avuto un contatto con un caso probabile o confermato. Gli operatori devono quindi valutare insieme il quadro clinico e la storia epidemiologica. La sola presenza della febbre, senza un viaggio o un’esposizione compatibile, non basta per classificare il paziente come caso sospetto.
Il documento considera come criterio clinico una febbre pari o superiore a 38,6 gradi associata ad almeno un altro sintomo, tra cui cefalea intensa, vomito, diarrea, dolore addominale, tosse, dolore al petto, difficoltà respiratorie, problemi nella deglutizione, manifestazioni emorragiche inspiegabili o insufficienza multiorgano. In presenza di un’esposizione ad alto rischio, anche una febbre di qualsiasi grado accompagnata da almeno un sintomo compatibile può fare scattare la valutazione.
La procedura distingue inoltre le esposizioni occasionali dai contatti diretti con una persona infetta o con i suoi liquidi biologici. Rientrano tra le situazioni ad alto rischio anche le punture accidentali, il contatto delle mucose con materiali contaminati, la partecipazione a riti funerari senza protezioni adeguate e il contatto con animali selvatici o con la loro carne nelle aree coinvolte.
Il documento classifica come sospetta la persona che presenta sia il criterio clinico sia quello epidemiologico oppure che, dopo un’esposizione ad alto rischio, sviluppa almeno un sintomo compatibile. Un caso diventa probabile quando al quadro clinico si aggiunge un’esposizione ad alto rischio. In attesa degli esami, gli operatori devono gestirlo con le stesse precauzioni previste per un caso confermato. La conferma diagnostica spetta al laboratorio nazionale di riferimento dell’Istituto Spallanzani di Roma.
Il percorso nelle strutture sanitarie
Quando il sospetto emerge durante il triage, il personale fa indossare al paziente una mascherina chirurgica, se la tollera, gli chiede di igienizzare le mani e limita gli spostamenti all’interno del pronto soccorso. Gli operatori lo accompagnano in un locale separato dai normali percorsi assistenziali e consentono l’accesso soltanto al personale strettamente necessario e formato.
La struttura registra i nomi degli operatori, degli accompagnatori e delle altre persone che possono avere avuto un contatto rilevante. Se il paziente contamina superfici o ambienti con materiale biologico, il personale interdice l’area e attiva la sanificazione. Durante l’isolamento gli operatori devono ridurre al minimo gli esami, le procedure invasive e gli spostamenti non indispensabili.
Il medico di pronto soccorso effettua la prima valutazione clinica ed epidemiologica. Dovrà poi coinvolgere la Direzione sanitaria, il Dipartimento di Prevenzione, la Centrale operativa 112 e 118 e il Servizio di prevenzione e protezione. Come riportato dalla Regione, il referente clinico è Antonio Cascio, direttore dell’Unità operativa di Malattie infettive e tropicali del Policlinico Paolo Giaccone di Palermo. Garantirà il supporto specialistico nelle 24 ore.
Nei casi dubbi o più complessi, la rete si raccorda con lo Spallanzani per gli approfondimenti diagnostici e per l’eventuale ricovero in alto biocontenimento. Se il paziente necessita di cure urgenti, il personale assicura le manovre indifferibili all’interno dell’area di isolamento, utilizzando le protezioni previste.
La procedura dedica particolare attenzione anche alle guardie mediche, ai presidi territoriali di emergenza e ai punti di primo intervento. Se una persona con sintomi e criteri epidemiologici compatibili si presenta direttamente in una di queste strutture, il medico non deve inviarla con mezzi propri al pronto soccorso.
Gli operatori limitano gli spostamenti, individuano un locale isolato, riducono il numero delle persone coinvolte e contattano subito il Dipartimento di Prevenzione e il 118. Quando necessario, sospendono temporaneamente l’attività per gli altri utenti e chiedono alla direzione di individuare uno spazio alternativo. Il sistema di emergenza organizza quindi l’eventuale trasferimento protetto. Dopo la partenza del paziente, la struttura chiude l’area interessata, avvia la sanificazione e completa l’elenco delle persone esposte.
L’Asp ha trasmesso il documento ai dipartimenti e ai distretti sanitari, alle direzioni mediche di presidio, ai responsabili dei pronto soccorso, alle professioni sanitarie, al Servizio di prevenzione e protezione e agli altri uffici coinvolti. I responsabili devono diffondere la procedura tra gli operatori e conservare la documentazione che dimostra l’avvenuta distribuzione.
L’Azienda controllerà inoltre l’applicazione delle regole dopo ogni caso reale o simulazione. Il monitoraggio riguarderà la corretta attivazione del percorso, l’invio delle segnalazioni al Dipartimento di Prevenzione e le eventuali criticità emerse durante la gestione. La procedura prevede una revisione entro il 2028.
L’avviso ai cittadini
Accanto alla procedura destinata agli operatori, il 21 luglio l’Asp Palermo ha pubblicato un avviso rivolto ai cittadini. L’Azienda invita le persone provenienti direttamente o indirettamente dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda, che abbiano soggiornato nei due Paesi nei 21 giorni precedenti l’ingresso in Italia, a contattare il servizio competente per avviare la sorveglianza sanitaria.
La sorveglianza permette all’Asp di monitorare lo stato di salute delle persone interessate e di intervenire rapidamente in caso di comparsa dei sintomi. Per le informazioni, l’Azienda indica l’Ambulatorio vaccinazioni per i viaggi internazionali di via Carmelo Onorato 6, a Palermo, il numero 091 7034229 e l’indirizzo epidemiologia.centroprofilassi@asppalermo.org.
L’avviso non segnala la presenza di casi a Palermo e non riguarda indistintamente tutta la popolazione. Si rivolge soltanto a chi presenta un collegamento epidemiologico con le aree coinvolte dal focolaio. Con la procedura aziendale, l’Asp Palermo definisce adesso le azioni che gli operatori devono seguire quando dalla sorveglianza emerge un caso da valutare.








