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Diagnostica di primo livello, FIMMG Palermo: “Case della Comunità sì, ma risorse anche agli studi medici”

sabato 1 Agosto - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro

La diagnostica di primo livello diventa uno dei banchi di prova della nuova medicina territoriale. Dopo l’intesa in Conferenza Stato Regioni sul decreto per l’acquisto delle apparecchiature, il provvedimento coinvolge Case della Comunità, studi dei medici di famiglia (MMG) , pediatri di libera scelta (PLS) e aggregazioni della medicina generale. Ecografi, spirometri, elettrocardiografi e altri dispositivi possono avvicinare alcune prestazioni ai cittadini, ma servono formazione, personale e percorsi chiari per trasformare gli strumenti in presa in carico reale.

Il decreto del 29 luglio 2022 aveva ripartito 235,834 milioni di euro per il fabbisogno di apparecchiature sanitarie di supporto ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta, assegnando alla Sicilia 19.632.718,88 euro. Il testo includeva, come detto, Case della Comunità, studi dei MMG e dei PLS, aggregazioni di medicina di gruppo, aree interne, rurali, piccole isole e periferie urbane. Con l’intesa del 23 luglio 2026, il percorso accelera dentro il quadro del DM 77 e del PNRR e guarda soprattutto al pieno funzionamento delle Case della Comunità.

Gli studi dei medici di famiglia, i pediatri di libera scelta e le aggregazioni professionali restano nel provvedimento, ma fino al 50% della quota assegnata può andare alle Case della Comunità. Inoltre, le somme non impegnate per gli studi dei medici di famiglia potranno essere riprogrammate per integrare gli acquisti destinati alle stesse strutture.

Per la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) Palermo, quindi, il tema non è contrapporre gli studi dei medici di famiglia alle Case della Comunità, dove anche gli MMG saranno chiamati a svolgere parte della loro attività. La questione riguarda il ruolo concreto della medicina generale dentro la nuova organizzazione. In una fase in cui molte strutture territoriali devono ancora entrare pienamente a regime, mancano professionisti e la copertura resta fragile, il medico di famiglia continua a rappresentare il primo riferimento dei cittadini. Per questo, secondo il sindacato, la diagnostica di primo livello deve rafforzare studi, Aggregazione Funzionale Territoriale (AFT) e reti già presenti sul territorio, senza allontanare strumenti e decisioni dalla relazione fiduciaria con il paziente.

Ne abbiamo parlato con Luigi Galvano, segretario provinciale di FIMMG Palermo.

La diagnostica di primo livello viene presentata come una svolta per la medicina di prossimità. Basta portare nuove apparecchiature sul territorio per cambiare davvero l’assistenza?

“No! Le apparecchiature sono uno strumento, non la soluzione. Per migliorare davvero l’assistenza servono organizzazione, personale, formazione, integrazione con gli specialisti e percorsi assistenziali ben definiti. La tecnologia da sola non cambia il sistema. Se si acquistano dispositivi senza costruire attorno un modello di presa in carico, il rischio è che l’investimento non produca il cambiamento promesso. La diagnostica di primo livello può essere utile, ma solo se entra dentro un’organizzazione vera, capace di dare risposte rapide ai cittadini e di non lasciare il medico da solo davanti a nuovi compiti, nuove responsabilità e nuove attese“.

Il medico di famiglia resterà il primo punto di riferimento del cittadino o rischia di diventare una figura dentro un’organizzazione più grande e meno riconoscibile?

“Il medico di famiglia deve rimanere il riferimento principale del cittadino. Ogni riforma dovrebbe rafforzarne il ruolo, non diluirlo all’interno di modelli organizzativi che rischiano di indebolire il rapporto di fiducia costruito negli anni. Il cittadino deve continuare a sapere a chi rivolgersi per primo. La medicina generale non può diventare un pezzo indistinto dentro un sistema più grande. Deve restare il primo accesso, il punto di orientamento e il coordinatore del percorso assistenziale”.

Le Case della Comunità dovrebbero rafforzare il ruolo dei medici di medicina generale. Quali condizioni servono perché non diventino strutture nuove con vecchi problemi?

“Servono risorse umane adeguate, personale di supporto, sistemi informatici interoperabili, integrazione reale tra professionisti e una governance condivisa con la medicina generale. Altrimenti si rischia di creare nuovi contenitori senza risolvere le criticità esistenti. Le Case della Comunità devono rappresentare un’estensione dell’attività del medico, non un’alternativa al suo studio. La continuità della relazione con il proprio medico deve restare il principio guida, anche quando gli MMG lavorano dentro queste strutture. Il punto non è spostare il cittadino da un luogo all’altro, ma costruire un’organizzazione che semplifichi davvero il percorso di cura”.

Il cittadino continuerà a rivolgersi al proprio medico di famiglia o dovrà orientarsi tra studi, Case della Comunità, CUP, specialisti e altri percorsi?

“L’obiettivo deve essere semplificare il percorso del cittadino. Il medico di famiglia deve continuare a essere il primo accesso al sistema sanitario e il coordinatore del percorso assistenziale. Se il cittadino si trova davanti a troppi passaggi, troppi sportelli e percorsi poco chiari, la riforma non avvicina la sanità alle persone. La complica. Per questo la diagnostica di primo livello deve rafforzare il rapporto tra paziente e medico, non creare ulteriore frammentazione”.

La diagnostica deve stare solo nelle Case della Comunità o può essere organizzata anche attraverso AFT, studi aggregati e reti di medici di famiglia?

“La diagnostica dovrebbe essere distribuita sul territorio, valorizzando anche le AFT, gli studi associati e le reti della medicina generale. Portare i servizi dove vivono i cittadini significa garantire maggiore accessibilità. Le AFT rappresentano uno strumento fondamentale per condividere competenze, tecnologie e percorsi assistenziali, soprattutto nella gestione dei pazienti cronici, fragili o con bisogni complessi. Le esperienze già esistenti costituiscono una base concreta su cui costruire il cambiamento. Valorizzare ciò che funziona è spesso più efficace che introdurre modelli completamente nuovi o percepiti come calati dall’alto”.

Tutti i medici di famiglia sono davvero nelle condizioni di eseguire e interpretare esami come ecografie, spirometrie o ECG?

“No! Ogni prestazione richiede formazione specifica e aggiornamento continuo. La disponibilità delle apparecchiature deve essere accompagnata da competenze certificate. Un conto è avere un ecografo, uno spirometro o un elettrocardiografo. Un altro è usarli bene. La qualità della prestazione dipende dalla preparazione del professionista, non dalla semplice presenza dello strumento. Servono percorsi formativi qualificati, standard condivisi e certificazioni riconosciute. La diagnostica di primo livello può rappresentare una crescita per la medicina generale, ma non può essere improvvisata”.

Chi deve stabilire quali medici possono usare determinate apparecchiature e con quali responsabilità medico legali?

“Occorrono regole nazionali e regionali chiare, che definiscano requisiti formativi, competenze, responsabilità professionali e criteri di accreditamento. Il rischio che si mettano strumenti nuovi sul territorio senza garantire prima formazione, aggiornamento e responsabilità professionali ben definite è concreto. L’investimento in tecnologia deve procedere parallelamente a quello nella formazione e nella definizione delle responsabilità. Noi, ormai, nei nostri congressi a tutti i livelli, nazionale, regionale e provinciale, abbiamo in programma una serie di laboratori specifici per l’uso dei dispositivi di primo livello. Ma serve una cornice chiara, riconosciuta e uguale per tutti, perché il cittadino deve ricevere una prestazione sicura e il medico deve sapere entro quali limiti opera”.

Se un esame viene eseguito dal medico di famiglia ma poi serve una valutazione specialistica, come si evita che il paziente finisca comunque dentro un percorso frammentato?

“Servono percorsi condivisi, comunicazione diretta con gli specialisti, accessi prioritari quando appropriati e sistemi informatici integrati. La diagnostica di primo livello non può funzionare come un atto isolato. Deve inserirsi in un percorso in cui il medico di famiglia può dialogare con lo specialista e indirizzare rapidamente il paziente quando serve. Altrimenti si fa un esame in più, ma il cittadino resta dentro lo stesso labirinto. Il valore della diagnostica di prossimità sta proprio nella possibilità di orientare prima e meglio il percorso, non nel produrre un referto che poi non trova una presa in carico successiva”.

La diagnostica di primo livello può ridurre liste d’attesa e accessi impropri al pronto soccorso o senza personale, formazione e organizzazione rischia di restare solo uno slogan?

“Può produrre risultati importanti, ma solo se accompagnata da investimenti organizzativi. In assenza di queste condizioni, il rischio è che rimanga un obiettivo solo teorico. ECG, spirometria, ecografia clinica di supporto, monitoraggio pressorio e alcuni esami di diagnostica rapida possono essere molto utili per la gestione dei pazienti cronici e per favorire diagnosi precoci, soprattutto tra fragili, diabetici, cardiopatici e pazienti respiratori. Ma bisogna mettere i medici e le reti territoriali nelle condizioni di usarli in modo sicuro, appropriato e continuativo”.

Se il medico di famiglia deve fare anche diagnostica, chi lo libera dal peso crescente della burocrazia quotidiana?

“Serve una reale semplificazione amministrativa e un maggiore supporto di personale dedicato, affinché il medico possa dedicare più tempo all’attività clinica. Il nuovo Piano nazionale gestione liste d’attesa 2026 2028 dovrebbe riportare agli specialisti la presa in carico dei pazienti che accedono a loro, con la produzione delle ricette relative alle indagini specialistiche di loro origine e con le relative prenotazioni. Questo alleggerirebbe il medico di famiglia da tutta la burocrazia che viene scaricata su di lui dagli specialisti che non producono le ricette di loro pertinenza. Se si aggiunge la diagnostica senza togliere carichi impropri, si aumenta la pressione su una categoria già sommersa da certificati, ricette, cronicità, adempimenti e carenza di colleghi. Prima di chiedere nuove funzioni, bisogna liberare tempo medico”.

Servono strumenti, ma anche personale di studio, infermieri, collegamenti informatici e percorsi chiari con gli specialisti. Senza questa organizzazione la diagnostica di prossimità può funzionare davvero?

“No! La diagnostica territoriale è un modello organizzativo complesso che richiede investimenti nelle persone, nelle tecnologie e nei collegamenti tra tutti gli attori del sistema. Dovrebbero aumentare il personale amministrativo che collabora con il MMG, assegnandolo a tutti i medici e non solo a una parte di essi. Allo stesso modo bisogna allocare sul territorio, in supporto al MMG, gli infermieri di famiglia e di comunità in ragione di uno ogni 3.000 cittadini residenti, come previsto dalla normativa di settore. La collaborazione di queste due figure professionali rilascerebbe al MMG un aumento del tempo medico clinico e diagnostico. Senza personale, senza infermieri, senza sistemi informatici che parlano tra loro e senza percorsi chiari con gli specialisti, la diagnostica di prossimità rischia di restare solo una buona intenzione”.

Che ruolo potrebbero avere gli infermieri nella diagnostica di primo livello?

“In particolare, l’esecuzione della diagnostica di primo livello potrebbe essere una prerogativa degli infermieri, mentre al medico potrebbe essere riferita la loro interpretazione per quel determinato paziente. Questo non significa togliere centralità al medico, ma liberare tempo clinico e costruire un lavoro di squadra. Il medico resta il professionista che interpreta il dato dentro la storia clinica del paziente, decide il percorso e coordina la presa in carico. In questo modo la diagnostica non diventa un carico aggiuntivo sulle spalle del singolo medico, ma entra in un’organizzazione più moderna e più utile per il cittadino”.

Chi deve sostenere davvero questa trasformazione, il sistema sanitario, i medici o alla fine i cittadini?

“La responsabilità principale è del Servizio sanitario regionale e nazionale. Ai medici spetta il contributo professionale, ma la programmazione e gli investimenti devono essere garantiti dalle istituzioni. La continuità del servizio richiede una gestione strutturata e finanziata. Non può essere demandata esclusivamente ai singoli professionisti. Se le apparecchiature ci sono ma mancano manutenzione, consumabili, software, assistenza tecnica e personale, nessuno può garantire davvero un servizio stabile e accessibile. La trasformazione non può poggiare sulle spalle del singolo medico e non deve ricadere sui cittadini”.

C’è il rischio che la diagnostica di primo livello funzioni solo dove ci sono già studi organizzati, lasciando indietro periferie, piccoli comuni e aree interne?

È un rischio che va evitato programmando gli investimenti in modo uniforme e garantendo pari opportunità di accesso ai servizi su tutto il territorio. La diagnostica di prossimità deve avvicinare le risposte ai cittadini, non creare nuove differenze tra chi vive in aree già servite e chi abita in zone più fragili. Se il medico di famiglia può contribuire a una diagnosi più precoce nel proprio studio o nella propria rete territoriale, bisogna metterlo nelle condizioni di farlo subito, con strumenti, formazione e organizzazione adeguati”.

Alla fine questa riforma rafforza davvero la medicina generale o rischia di spostare ancora una volta il baricentro lontano dagli studi dei medici di famiglia?

“Dipenderà da come verrà attuata. Se valorizzerà il ruolo del medico di famiglia, le AFT e la rete territoriale, rappresenterà un’opportunità. Se invece concentrerà servizi e decisioni lontano dai professionisti che seguono quotidianamente i cittadini, rischierà di indebolire la medicina generale. La diagnostica di primo livello può migliorare davvero l’assistenza, ma solo se mantiene il medico di famiglia al centro del percorso di cura”.

Che cosa chiedete alla Regione Siciliana?

“Chiediamo investimenti stabili in personale, formazione certificata, tecnologie, manutenzione, interoperabilità informatica e organizzazione territoriale. Chiediamo inoltre di valorizzare le AFT e le forme associative della medicina generale, coinvolgendo i medici nella progettazione dei modelli organizzativi. Solo così la diagnostica di primo livello potrà diventare un servizio sicuro, utile e accessibile, capace di migliorare davvero l’assistenza ai cittadini senza perdere la centralità del medico di famiglia. La Regione deve mettere la medicina generale nelle condizioni di fare la propria parte, con strumenti, regole e risorse adeguate”.

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