
“Il processo penale affronta sempre più spesso questioni che richiedono un sapere scientifico approfondito. Non esiste più l’idea del giudice tuttologo che domina ogni materia. Il magistrato, il pubblico ministero e gli avvocati devono affidarsi a esperti di settore, perché le scienze avanzano con una velocità che rende impossibile gestirle senza competenze specialistiche”, spiega Bartolomeo Romano, professore ordinario di Diritto penale UniPa.
“Lo vediamo nei cold case riaperti dopo anni grazie a nuove tecniche investigative. La legge Gelli Bianco ha ampliato il ruolo dei periti e dei consulenti, ha previsto albi specifici, la presenza del medico legale e perizie collegiali. Il processo richiede un confronto tecnico di alto livello, perché senza questo confronto il sistema non regge – aggiunge -. Una traccia genetica o un’impronta digitale dimostrano una presenza in un luogo, non l’autore del reato. Il rischio nasce quando la prova scientifica viene letta come conclusiva. Occorre un contraddittorio reale e consulenti tecnici di parte in grado di offrire letture differenti. Senza confronto tra esperti il procedimento si sbilancia e finisce in una visione unilaterale”.
“L’esperto offre un contributo determinante, ma questo contributo non è mai neutro. Ogni valutazione dipende dal momento storico, dalle possibilità diagnostiche e dai limiti cognitivi dell’esperto – evidenzia Antonella Argo, professore ordinario di Medicina legale UniPa -. Nessuno è immune dai bias e chi opera come perito deve riconoscerli. La prova scientifica rappresenta un tassello del puzzle, non il quadro completo. Servono umiltà, prudenza e un atteggiamento critico costante, perché il giudicante deve conoscere il valore del dato tecnico e anche il margine interpretativo in cui quel dato si muove”.
“La raccolta omogenea degli elementi e la standardizzazione delle procedure mostrano ancora difficoltà – sottolinea -. Le metodologie si sviluppano rapidamente e hanno fatto passi significativi, ma ogni risultato va collocato nel proprio contesto. Nei casi di abuso sessuale o violenza su soggetti vulnerabili la narrativa processuale può esercitare pressioni rilevanti e l’esperto deve mantenere ancora più cautela”.
“La prova rappresenta un elemento centrale perché oggi tutti parlano di medicina legale, spesso senza cognizione, e questo crea un’enorme confusione –puntualizza Francesco Introna, presidente della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni -. Il magistrato si muove tra ciò che raccontano i media, le opinioni di chi si definisce esperto senza avere una specializzazione e ciò che la scienza può realmente offrire. La realtà tecnica è molto diversa dalle aspettative pubbliche. Fornire prove certe attraverso consulenze e perizie è sempre più difficile perché bisogna riportare l’analisi dentro i confini della possibilità scientifica e non dentro le pretese della narrativa esterna”.
“La SIMLA lavora da quattro anni per garantire percorsi di formazione specialistica – fa presente -. Abbiamo creato board con esami finali e attestazioni riconosciute dalla FNOMCeO. Chi opera come perito deve dimostrare una preparazione solida e aggiornata, perché il tribunale ha bisogno di competenze reali, non di improvvisazioni. La formazione non rappresenta un valore aggiunto, ma un requisito strutturale per una perizia corretta“.
E sulla formazione, rivolgendosi soprattutto ai più giovani, la professoressa Argo richiama l’attenzione alla dimensione etica del ruolo: “L’esperto non deve mai sentirsi infallibile. La consapevolezza dei propri limiti rappresenta una tutela per tutti e rafforza il lavoro tecnico. Il nostro compito è valorizzare gli elementi disponibili senza travalicare questo limite, mantenendo rispetto nel confronto con i consulenti dell’altra parte e con i periti del giudice. L’etica professionale entra in gioco proprio qui, nella capacità di sostenere la parte che assistiamo senza snaturare il metodo”.







