Negli ospedali italiani, la percentuale di pazienti che sviluppano un’infezione durante il ricovero è in crescita costante, con valori che in alcune strutture arrivano fino al 10%.
“Un dato allarmante che colpisce principalmente pazienti gravi, perché il problema principale è rappresentato dal fatto che spesso i batteri sono resistenti agli attuali antibiotici. Di conseguenza, a parte l’utilizzo di antibiotici nuovi, è fondamentale iniziare correttamente una terapia e soprattutto agire tempestivamente, perché la malattia può manifestarsi in situazioni di estrema complessità clinica, dove il paziente rischia la vita”, spiega il siciliano Antonino Mazzone, direttore del Dipartimento di Area Medica dell’ASST Ovest Milanese.
Uno dei casi più significativi è quello di una donna di 41 anni, immunodepressa per patologie autoimmuni, colpita da una grave forma di setticemia evoluta in sindrome da attivazione macrofagica (MAS), una condizione rarissima che porta alla morte nel 90% dei casi.
“Questa paziente ha sviluppato una sindrome rarissima che innesca meccanismi immunitari devastanti – racconta -. Il paziente non muore per il batterio, ma per le complicanze sistemiche: alterazioni della coagulazione e del patrimonio immunologico. In questo quadro, la terapia antibiotica non basta: servono interventi immunologici mirati e tempestivi”.
Il caso clinico è stato oggetto di uno studio scientifico pubblicato su Frontiers in Immunology, firmato da Paola Faggioli, Marianna Galeazzi, Carlotta Ferrari, Francesca Capelli, Chiara Marchesi, Lucia Marchionni, Laura Castelnovo, Antonio Tamburello, Eugenio Capparelli, Cristina Campidelli e lo stesso Antonino Mazzone.
La paziente è stata inizialmente trattata con glucocorticoidi, anakinra e immunoglobuline, ma la situazione ha richiesto l’utilizzo combinato di due farmaci biologici: eculizumab, che ha stabilizzato ma non risolto il quadro clinico, e emapalumab, un anticorpo monoclonale anti-interferon gamma non ancora disponibile in Europa, fornito in uso compassionevole.
“Questo farmaco blocca una citochina fondamentale, l’interferon gamma, che altera il funzionamento di organi vitali come fegato, rene e cuore. Bloccandolo, abbiamo ottenuto un miglioramento rapido e duraturo – evidenzia -. È stato fondamentale: il paziente era al limite, ma grazie a questo approccio combinato e a una gestione olistica siamo riusciti a salvarla e la paziente oggi sta bene”.
“Questo caso dimostra che in presenza di quadri clinici estremi serve un approccio integrato e innovativo. Ma l’allarme sulle infezioni è reale: dobbiamo rafforzare la prevenzione, migliorare l’appropriatezza delle terapie antibiotiche e agire in fretta quando i segnali diventano critici”, conclude Mazzone.







