“L’osteoporosi è una patologia sottovalutata ma molto impattante, sia in termini clinici che economici. Parliamo di oltre 4 milioni di pazienti in Italia, l’80% donne, e con l’invecchiamento della popolazione la situazione è destinata a peggiorare se non interveniamo con misure efficaci di prevenzione e trattamento”.
A dirlo è il professor Maurizio Rossini, direttore dell’UOC di Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona e docente all’Università di Verona, tra i massimi esperti in materia, durante il convegno Dies Panormitanae Atque Magnae Graeciae – promosso dal prof. Salvatore Corrao, punto di riferimento per la medicina interna e la gestione della cronicità.
“Negli ultimi anni, la terapia dell’osteoporosi ha compiuto un vero salto di qualità, grazie all’arrivo di nuovi farmaci anabolici – prosegue -. Abbiamo a disposizione trattamenti molto innovativi come romosozumab, un anticorpo anti-sclerostina, e abaloparatide, un frammento del paratormone. Entrambi stimolano la formazione di nuovo osso, attivando gli osteoblasti. Sono farmaci che cambiano l’approccio terapeutico e che ora sono stati inseriti ufficialmente nella”.
Un algoritmo per la cura personalizzata
“Ma come decidere chi curare con questi farmaci? Proprio per rispondere a questa esigenza – racconta Rossini – a Verona abbiamo sviluppato un algoritmo che si chiama DEFRA. È uno strumento pratico, veloce, che in trenta secondi permette di stimare il rischio di frattura a dieci anni. Tiene conto di vari fattori: età, fratture pregresse, comorbidità, assunzione di cortisonici, familiarità. È molto più vicino alla realtà italiana rispetto a strumenti internazionali come il FRAX, perché si basa sugli stessi criteri indicati nella nota 79″.
L’algoritmo, calibrato sui dati clinici della popolazione italiana e sulle indicazioni regolatorie nazionali, restituisce una stratificazione immediata del rischio – da basso a molto elevato – orientando così il medico nella scelta del trattamento più appropriato. Rispetto ad altri sistemi di valutazione, come il FRAX sviluppato dall’OMS, DEFRA ha il vantaggio di essere pienamente compatibile con i requisiti richiesti per l’accesso alle terapie previste dal Servizio Sanitario. La sua semplicità d’uso e l’affidabilità clinica lo rendono un alleato concreto anche per i medici del territorio, favorendo decisioni terapeutiche rapide, personalizzate e in linea con la normativa vigente.
“Un aspetto non secondario è la possibilità di usare strumenti diagnostici più agili e accessibili – evidenzia -. Oggi abbiamo anche la REMS una metodica ecografica che consente di valutare la densità ossea e la qualità del tessuto, soprattutto in sedi rilevanti come colonna e femore. La cosa interessante è che non è una tecnica radiologica, quindi può essere usata anche al di fuori dei contesti ospedalieri. Può diventare uno strumento di screening e monitoraggio molto utile, anche per specialisti diversi dal reumatologo”.
Sicilia: ancora troppe limitazioni
E proprio sulla gestione territoriale dell’osteoporosi, Rossini apre un ragionamento che tocca da vicino la Sicilia. “Negli ultimi anni, bisogna dirlo, in Sicilia sono stati fatti passi avanti importanti. Ma restano due criticità. Primo: la gestione è ancora troppo ristretta a pochi specialisti. L’osteoporosi è una malattia interdisciplinare. Endocrinologi, geriatri, internisti, ginecologi… tutti dovrebbero essere messi in condizione di prescrivere questi farmaci, almeno quelli già esperti nella gestione del rischio osteoporotico”.
L’altra questione riguarda la complessità della nota 79, che regola l’accesso alle terapie a carico del Servizio Sanitario. “È una nota articolata, difficile da interpretare per molti – specifica – . Per questo sarebbe utile costruire un algoritmo semplice, magari digitale, che aiuti i medici a capire rapidamente se un paziente rientra nei criteri di trattamento. In questo senso c’è già una disponibilità da parte del dottor Nicola Russo dell’AIFA, che si è detto aperto a un confronto con le società scientifiche”.
Un’occasione da non perdere
In una regione come la Sicilia, dove ogni anno si registrano oltre 19.000 fratture da fragilità (in gran parte a Palermo e Catania), e dove oltre 560.000 donne sarebbero a rischio osteoporotico, secondo stime recenti, la possibilità di intervenire in modo precoce e mirato potrebbe evitare non solo dolore e disabilità, ma anche costi sociali e sanitari enormi.
“Abbiamo le conoscenze, abbiamo gli strumenti e ora abbiamo anche farmaci di nuova generazione. Ma tutto questo va messo nelle condizioni di funzionare – conclude Rossini –. Serve formazione, serve semplificazione. E soprattutto serve una sanità territoriale che funzioni come rete, non a compartimenti stagni”.







