“Mettere a carico del Servizio sanitario nazionale le prestazioni effettuate in intramoenia quando il cittadino vi ricorre non per libera scelta ma perché non trova disponibilità nel canale pubblico”.
È questa la proposta del presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, alla luce dei primi dati 2025 della Piattaforma nazionale sulle prestazioni attivata presso Agenas e alimentata dai flussi regionali dei Cup. I dati evidenziano ritardi persistenti e disuguaglianze territoriali, oltre a monitorare anche il ricorso alla libera professione intramoenia.
Nel 2025 la piattaforma ha monitorato 57,8 milioni di prestazioni, di cui 24,2 milioni prime visite specialistiche e 33,6 milioni esami diagnostici. Tuttavia, solo il 40,6% delle prestazioni diagnostiche e il 34,5% delle visite specialistiche risultano accettate dal cittadino alla prima disponibilità proposta. In molti casi le attese per prestazioni programmabili superano i 260–350 giorni, mentre per alcuni esami come la colonscopia si registrano tempi superiori ai 100 giorni, anche in presenza di priorità clinica.
“I cittadini italiani amano il loro Servizio sanitario nazionale, però considerano le liste d’attesa il principale problema della sanità italiana – prosegue -. Questo significa che il tema non è la fiducia nel modello pubblico, ma la capacità organizzativa di garantire prestazioni nei tempi appropriati”.
Il riferimento è anche alle analisi della Corte dei Conti, dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e della Ragioneria generale dello Stato sulle criticità organizzative.
“Da tempo si parla di inappropriatezza organizzativa – aggiunge -. Che cosa significa concretamente? Significa che la carenza di medici, la mancanza di strumenti o di strutture, la difficoltà a programmare i fabbisogni, finiscono per produrre un effetto a cascata sulle liste d’attesa. E quando il sistema non riesce a dare una risposta nei tempi giusti, il cittadino o rinuncia o paga”.
Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, sono circa 6 milioni i cittadini che dichiarano di aver rinunciato a visite o accertamenti. La spesa sanitaria privata ha superato i 43–44 miliardi di euro.
“Se abbiamo 6 milioni di persone che rinunciano alle cure o si rivolgono al privato, significa che il problema non è marginale. È un fenomeno strutturale. E quando una prestazione non viene erogata nei tempi previsti dal Servizio sanitario nazionale, il diritto alla salute viene compresso”, sottolinea.
Sul tema dell’intramoenia, Anelli chiarisce che: “L’intramoenia è il tempo libero che il medico mette a disposizione per svolgere attività libero-professionale all’interno delle strutture pubbliche. Non è una sottrazione di ore al servizio pubblico, ma un’attività regolata e tracciata. Tuttavia i cittadini si lamentano perché, se prenotano attraverso il canale istituzionale, ricevono appuntamenti lontani nel tempo. Se invece chiedono una visita in intramoenia, spesso ottengono la prestazione in pochi giorni. Questa differenza genera un senso di ingiustizia”.
La proposta
“Se la responsabilità è del sistema e non del cittadino, la fattura non può ricadere su chi ha bisogno di una cura. Se il cittadino è costretto a scegliere l’intramoenia perché il sistema non garantisce tempi adeguati, quella prestazione dovrebbe essere posta a carico del Servizio sanitario nazionale. Non si tratta di mettere in discussione la libera professione né di colpevolizzare i medici, ma di ristabilire un principio di equità: il diritto alla salute non può dipendere dalla capacità economica del paziente quando il ritardo è imputabile a carenze organizzative.
“Dobbiamo intervenire sull’organizzazione, sulla programmazione del personale, sull’uso appropriato delle agende e sulla trasparenza dei dati. Senza un rafforzamento strutturale del Servizio sanitario nazionale, il rischio è che il ricorso al privato diventi la normalità e non più l’eccezione”, conclude.








