Le intolleranze alimentari sono entrate stabilmente nel lessico quotidiano e sempre più persone eliminano alimenti e intere categorie dalla dieta, spesso senza un vero inquadramento medico.
“La popolazione generale ritiene circa il 20% dei casi di avere un problema allergico o di intolleranza ad uno o più alimenti. Poi alla fine però, quando si fanno dei test scientifici di una certa qualità, quale è il test di provocazione in doppio cieco controllato con placebo, questa percentuale scende di molto, intorno all’1-2%, che probabilmente si avvicina alla realtà”.
“La verità quindi è che è un fenomeno esistente ma è ampiamente sovrastimato e questa sovrastima è legata probabilmente anche a una pressione che viene dai social, ma viene soprattutto da tutte quelle ditte che producono dei test per allergie e intolleranze alimentari che però non hanno una vera e propria validità scientifica – aggiunge –. Questo tende a sovrastimare la percezione, l’autopercezione che i pazienti hanno dei loro disturbi sia gastrointestinali che extraintestinali”.
La differenza
“Bisogna distinguere chiaramente tra allergie e intolleranze. La gente usa questi due termini come se fossero uguali, ma non lo sono – evidenzia -. L’allergia è una patologia in cui c’è un malfunzionamento del sistema immunitario. La celiachia in fondo è una forma particolare di allergia alimentare e quindi queste reazioni sono in genere dose indipendente: piccole quantità dell’alimento possono dare comunque grossi sintomi. Le intolleranze sono invece patologie diverse, non c’è un malfunzionamento del sistema immunitario. La più comune è l’intolleranza al lattosio, che è legata ad una carenza enzimatica e queste sono risposte alimentari dose dipendenti, quindi è necessario mangiare una certa quantità di alimenti perché il paziente possa avere dei sintomi”.
“Dal punto di vista scientifico possiamo dire con certezza che alcune allergie sono sicuramente vere, sicuramente esistenti – prosegue –. La sensibilità al glutine o più precisamente al frumento non celiaca, l’allergia alle proteine del latte vaccino, la sindrome allergica sistemica da nickel. Fra le intolleranze, l’intolleranza al lattosio e le pseudo-allergie da alimenti che contengono istamina e istamino-liberatori”.
Tra sospetti, test non credibili e diete fai-da-te
“La maggior parte dei pazienti che vediamo nei nostri ambulatori ha sintomi molto simili a quelli del colon irritabile, ma ci sono anche disturbi gastrointestinali più alti, di tipo dispeptico, digestione difficile, acidità, dolore epigastrico – spiega -. E poi c’è una buona fetta di pazienti che riferisce sintomi extraintestinali molto variabili, sintomi neuropsichiatrici, disturbi cutanei, disturbi del ciclo mestruale e così via. In linea di massima la letteratura scientifica tende ad associare potenzialmente qualsiasi sintomo ad una allergia o intolleranza alimentare”.
“La verità è che, nel momento in cui identifichiamo l’alimento e l’alimento viene rimosso, il sintomo deve passare – sottolinea –. Se non passa vuol dire che non c’entrava niente con la nostra ipotetica allergia o intolleranza. Noi vediamo moltissimi pazienti che arrivano già dopo avere fatto questi fantomatici test. Il problema è che danno spesso reazioni positive senza alcun tipo di valore su tantissimi alimenti, che il paziente finisce per auto eliminare convincendosi di reagire a tutto. Di fatto giunge alla nostra osservazione con squilibri nutrizionali importanti e con una grossissima quota di stress. Una dieta di eliminazione ampia, che non porta miglioramento, determina nervosismo, tensione e peggiora ulteriormente la qualità di vita”.
Il percorso corretto
“La diagnosi di allergia o intolleranza alimentare deve essere valutata dopo avere escluso tutta una serie di patologie organiche che possono dare gli stessi sintomi, dalla celiachia a una malattia infiammatoria intestinale o ad altre patologie organiche dell’apparato digerente e non – ribadisce -. Alla fine di questo iter si può ipotizzare, sulla base dell’anamnesi del paziente, cioè di quello che il paziente autoriferisce che gli faccia male, e si possono provare diete di eliminazione per vedere che cosa succede eliminando gli alimenti. È l’unico modo reale per capire se uno ha un problema con un alimento piuttosto che con un altro. È un percorso molto impegnativo che deve essere fatto da centri che si occupano continuamente di queste problematiche, per evitare di fare danno al paziente e cercare invece di risolvere i suoi problemi”, conclude.








