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Fibrillazione atriale: i nuovi anticoagulanti riducono il rischio di demenza, lo conferma UniPa CLICCA PER IL VIDEO

lunedì 3 Novembre - 2025 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Studio medico, Video

Proteggere il cuore può significare anche proteggere la mente. Uno studio del team di Medicina Interna dell’Università di Palermo, in collaborazione con l’Università Magna Graecia di Catanzaro e l’Università La Sapienza di Roma, ha analizzato il legame tra fibrillazione atriale, terapia anticoagulante e declino cognitivo. Utilizzando tecniche di intelligenza artificiale, i ricercatori hanno scoperto che i nuovi anticoagulanti orali diretti (DOAC, Direct Oral Anticoagulants) riducono significativamente il rischio di demenza rispetto ai farmaci tradizionali.

I risultati conseguono la strada verso un approccio più mirato nella cura dei pazienti anziani, unendo competenze cliniche e modelli predittivi di machine learning.

I ricercatori

“Volevamo capire se il trattamento anticoagulante nei pazienti a rischio di embolia cerebrale, come quelli con fibrillazione atriale, poteva offrire un vantaggio rispetto alle terapie tradizionali – spiega Antonino Tuttolomondo, professore ordinario di Medicina Interna all’Università di Palermo -. Abbiamo utilizzato algoritmi di machine learning, in particolare il random forest, per stimare il rischio di declino cognitivo. I risultati mostrano che i nuovi anticoagulanti orali diretti riducono in modo significativo la progressione verso la demenza rispetto agli antagonisti della vitamina K. Questo conferma il ruolo dei microembolismi cerebrali nella perdita delle funzioni cognitive.”

“In questa fase è stato fondamentale il ruolo del medico – aggiunge Sergio Ferrantelli, dottorando in Medicina Molecolare e Clinica all’Università di Palermo -. Abbiamo definito i dati più rilevanti e guidato lo sviluppo dell’algoritmo. Il modello ha classificato i pazienti in base alla probabilità di declino cognitivo con ottime prestazioni. La variabile più influente è risultata proprio il tipo di anticoagulante. Il medico non si è limitato a interpretare i risultati, ma ha contribuito a selezionare le informazioni necessarie per arrivare a una conclusione clinicamente solida”.

“Importante è stata anche la collaborazione con altre realtà sanitarie –  sottolinea Mario Daidone, ricercatore di Medicina Interna all’Università di Palermo  -. Lo studio si inserisce nel filone di ricerca cardiocerebrovascolare che la nostra Unità di Medicina Interna con Stroke Care porta avanti da tempo. Abbiamo lavorato in sinergia con le Unità dirette dalla professoressa Angela Sciacqua e dal professor Daniele Pastori e il confronto tra i gruppi di ricerca ha arricchito l’analisi e rafforzato la validità dei risultati”.

Lo studio

Ha coinvolto quasi mille pazienti anziani con fibrillazione atriale, seguiti per oltre sette anni tra i Policlinici. Tutti erano in terapia anticoagulante, ma con due approcci diversi: i tradizionali antagonisti della vitamina K e i più recenti anticoagulanti orali diretti. L’obiettivo era capire se la scelta del farmaco potrebbe influire sul declino cognitivo, un fenomeno che spesso accompagna l’aritmia anche in assenza di ictus.

All’inizio, le funzioni cognitive dei partecipanti erano simili. Con il passare del tempo però, le differenze sono diventate evidenti. I pazienti trattati con antagonisti della vitamina K hanno perso in media quasi due punti nel punteggio MMSE, mentre chi assumeva i nuovi anticoagulanti ha mostrato un calo minimo. Il dato, già di per sé significativo, è stato confermato da un’analisi statistica avanzata e da un modello di intelligenza artificiale basato su algoritmi di machine learning, capace di riconoscere correlazioni complesse tra decine di variabili cliniche.

Il modello ha analizzato i dati clinici, i valori di laboratorio, l’età, le terapie in corso e i fattori di rischio cardiovascolare. Dopo numerosi test di validazione, ha confermato che il tipo di anticoagulante è il fattore che più incide sulla probabilità di declino cognitivo. I pazienti in terapia con i vecchi farmaci presentavano una probabilità media di deterioramento del 70%, contro appena il 9% di chi utilizzava i nuovi. Anche dopo aver corretto i risultati per età, comorbilità e fattori di rischio, la differenza è rimasta evidente.

Gli studiosi hanno voluto capire anche perché questo accade. L’ipotesi più accreditata è che i nuovi anticoagulanti offrono una protezione più stabile, riducendo i micro-sanguinamenti cerebrali e gli episodi ischemici silenti che nel tempo danneggiano il cervello. Alcuni dati sperimentali suggeriscono anche un possibile effetto “protettivo” sul piano biologico, grazie ad azioni antinfiammatorie e antiossidanti che migliorano la funzionalità endoteliale e riducono lo stress cellulare.

Il risultato più interessante, secondo gli autori, riguarda la convergenza tra metodi tradizionali e approcci predittivi. Le analisi statistiche classiche e l’intelligenza artificiale hanno portato alla stessa conclusione, evidenziando che l’uso dei nuovi anticoagulanti si associa a un rischio nettamente inferiore di declino cognitivo negli anziani con fibrillazione atriale. Si tratta di un dato che apre nuove prospettive nella gestione clinica di questi pazienti e pone l’accento non solo sulla prevenzione dell’ictus, ma anche sulla tutela della mente e della qualità della vita.

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