La formazione in cure palliative non riguarda soltanto la clinica, ma anche l’ascolto, la dignità e la gestione della paura. È il principio che ha guidato la giornata di studio al Policlinico di Palermo, dove Samot ha organizzato un momento di confronto interno per i propri operatori, collegando in remoto anche le sedi regionali.
L’evento, intitolato “La gestione delle emergenze in cure palliative domiciliari”, ha rappresentato non solo un’occasione di aggiornamento tecnico, ma anche di riflessione condivisa tra diversi professionisti. A guidare il dibattito è stato il dottor Massimo Bellavia, medico palliativista di Samot, che ha offerto una chiave di lettura profonda e concreta, intrecciando la prospettiva clinica con quella psicologica e sociale.
“Tutti sappiamo cos’è un’emergenza sanitaria: un evento che mette a rischio la vita di una persona. Ma nel nostro mondo c’è qualcosa di in più. C’è l’urgenza di rispondere a una sofferenza, prima di tutto del paziente, ma anche dei familiari”, spiega Bellavia. L’approccio, dunque, non può essere individuale ma corale. “Il nostro è un lavoro di équipe integrata e multiprofessionale – aggiunge –. Quando affrontiamo un bisogno, affrontiamo il bisogno di un intero nucleo familiare. E per questo servono medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali. Tutti a supporto di una rete che condivide lo stesso peso emotivo”.
Il quadro normativo italiano – dalla Legge 38 del 2010, che garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, fino agli standard organizzativi regionali – definisce l’assistenza domiciliare come livello essenziale. Ma è nella pratica quotidiana che la normativa prende corpo.
“Quando riceviamo una richiesta di aiuto, spesso arriva dal familiare. Porta con sé timore, angoscia e senso di smarrimento– sottolinea –. Per questo il supporto psicologico è parte integrante del nostro intervento. Quindi, oltre agli aspetti clinici, ci occupiamo anche del contesto, ossia del disagio che l’emergenza genera nell’intera famiglia”.
Le emergenze più comuni e la preparazione dei caregiver
Le criticità con cui i palliativisti si confrontano ogni giorno hanno volti concreti: la difficoltà respiratoria, il dolore che non risponde più alle terapie, gli stati di confusione che disorientano e spaventano chi assiste. “Lavoriamo in modo anticipatorio, preparando i caregiver a riconoscere i segnali e ad affrontarli con il nostro sostegno. Così evitiamo che il disagio diventi ingestibile e riduciamo l’impatto emotivo delle crisi”, evideniza.
Preparare pazienti e famiglie
“Nella cura palliativa non basta la terapia farmacologica: il nostro compito è contenere l’ansia e la paura di morire male. Questo significa dare al paziente non solo una prescrizione, ma anche un razionale, perché se non comprende l’importanza della terapia, tende a trascurarla – spiega Bellavia -. Il medico non può limitarsi a reagire, ma deve saper prevedere i bisogni, così da accompagnare la famiglia in un percorso che la renda pronta ad affrontare le fasi più delicate”.
In questo processo entra in gioco una figura spesso sottovalutata: “L’assistente sociale è fondamentale nell’emergenza, perché mette in campo azioni pratiche e concrete per la gestione delle criticità”.
Bellavia rimarca inoltre l’importanza del lavoro condiviso: “L’équipe è lo sguardo collettivo del medico. Consente di osservare il paziente e le sue condizioni in modo più ampio, cogliendo aspetti che al singolo professionista potrebbero sfuggire”.
E avverte: “Quando una famiglia chiama il 118, per noi è un fallimento. Significa che non eravamo pronti o che non abbiamo costruito il percorso giusto. La formazione deve servire a crescere, a preparare i professionisti all’impatto emotivo e clinico, evitando di medicalizzare in maniera inappropriata l’ultimo tratto di vita. Inoltre, nelle cure palliative bisogna monitorare costantemente la disponibilità e la capacità della famiglia, capire se i caregiver riescono davvero a seguire le indicazioni. Quando questo non accade, il nostro compito è sostenerli e formarli, non lasciarli soli”.
Il valore della comunicazione
“La comunicazione è tempo di cura. Dedichiamo grande impegno alla formazione per saper comunicare in maniera efficace e rispettosa. Non si tratta solo di trasmettere informazioni, ma di creare fiducia, di accompagnare”, ribadisce Bellavia il quale conclude con una riflessione più delicata, quella che dà senso all’intero approccio palliativista: “Nella nostra realtà l’evento morte è atteso. L’emergenza in cure palliative non significa procrastinare la fine, ma fare in modo che non si muoia male. Se un paziente ha ancora energia, lo sosteniamo; ma quando la conclusione è vicina, il nostro compito è evitare il dolore e garantire dignità”.








