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Dal tramonto all’alba: Sanità e formazione tra democrazia ed epistemologia al Policlinico di Palermo CLICCA PER IL VIDEO

venerdì 26 Settembre - 2025 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Formazione, Video

Dal tramonto all’alba, nell’aula Ascoili del Policlinico di Palermo, si è svolta una lezione fuori dagli schemi. Un viaggio epistemologico che ha attraversato i secoli dalla cosmogenesi all’intelligenza artificiale, organizzato dal gruppo di Gastroenterologia dell’AUOP, guidato dal professor Calogero Cammà, ordinario di Medicina Interna, direttore dell’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia e delegato del Rettore per le Scuole di Specializzazione di area sanitaria.

“Ho voluto fare questo evento per rimettere al centro l’università, il suo ruolo fondamentale: motore di diffusione della conoscenza, strumento di ascensore sociale e presidio della democrazia. La facoltà di Medicina soffre due problemi strutturali gravi: l’accesso, che non è sostenibile né per i docenti né per i futuri medici, e l’organizzazione delle scuole di specializzazione – spiega Cammà-. E quando dico diritti, dico diritti. Il diritto alla salute, articolo 32, e il diritto allo studio, articolo 33 della Costituzione. Se questi due pilastri vengono meno, non possiamo lamentarci se solo il 30% dei cittadini va a votare: senza istruzione, cultura e università non circolano idee e muore la democrazia”.

Università e nuove tecnologie

Sul nuovo ingresso a Medicina il giudizio è netto. “Il semestre filtro non migliora la qualità. Costringe i ragazzi a mesi di isolamento, a una preparazione sterile davanti a un computer. Non si diventa medici senza relazione. La medicina è contatto, è presenza, è dialogo. Un algoritmo non può decidere chi è degno e chi no – aggiunge -. Se vogliamo riformare davvero l’università dobbiamo ripartire dal modello pubblico, dalla formazione viva, dalla ricerca condivisa. Non dai quiz, non dalle scorciatoie, e soprattutto non dalle università private che si moltiplicano come funghi. Quello non è investimento nel sapere, è mercato dei titoli. L’università telematica è un ossimoro: l’università non può essere ridotta a una piattaforma digitale”.

“L’intelligenza artificiale ha un impatto pervasivo. Ma l’uso alienante dell’algoritmo rischia di isolare, di togliere tempo alla socializzazione, di ridurre la relazione umana. Questo non significa rifiutare l’innovazione. Significa conoscerla, governarla e pretendere trasparenza – avverte -. Le nuove tecnologie sono armi potenti. Ma un’arma va usata con intelligenza: può difendere o distruggere. Le risposte ci sono, ma bisogna saper fare le domande giuste. E bisogna conoscere l’algoritmo, e soprattutto chi c’è dietro l’algoritmo, con quali interessi personali e con quali fini“.

Sostenibilità e transdisciplinarietà

Alla maratona notturna ha partecipato anche il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, che nel suo percorso istituzionale è stato rettore, assessore regionale alla Sanità e successivamente all’Istruzione, il quale ha evidenziato che: “La medicina non è più solo emergenza. È gestione della cronicità, della domiciliarità, della prevenzione. Le nuove tecnologie hanno ridotto i ricoveri e aperto possibilità straordinarie, ma hanno anche aumentato i costi. La salute oggi non può essere ridotta a prestazione: è qualità della vita, ed è compito della politica garantire sostenibilità e giustizia sociale. Se cambia il volto della Sanità, deve cambiare anche il modo di preparare i futuri medici. La ministra Bernini ha fatto bene a superare il vecchio sistema dei quiz, ma il semestre filtro è solo una toppa. Non risolve i problemi, anzi rischia di peggiorare. Serve un disegno organico, non soluzioni improvvisate. La tele-didattica riduce la lezione a un video. Una lezione è relazione, è sguardo, è disciplina di un’aula. Senza questo la formazione perde l’anima”.

“E qui entra un punto decisivo. La cultura del futuro non deve accontentarsi di affiancare discipline diverse. Serve la transdisciplinarietà, la capacità di superare i confini accademici e creare connessioni reali – prosegue con forza –. L’università del futuro deve avere percorsi integrati. La medicina di oggi non può fare a meno dell’ingegneria biomedica e dell’informatica, così come del diritto, delle scienze sociali e della psichiatria. Non basta che questi mondi restino paralleli, devono incontrarsi nei programmi, nei laboratori, nella formazione quotidiana degli studenti. Serve un medico che sappia dialogare con un ingegnere, un giurista che comprenda le implicazioni delle nuove tecnologie sanitarie, uno scienziato che non perda mai di vista le ricadute etiche e sociali delle proprie scelte. Questo è il salto che l’università deve fare. E se vogliamo che i nostri giovani siano pronti alle sfide globali, dobbiamo ridare centralità a un percorso serio e strutturato. Non bastano toppe o esperimenti improvvisati. Serve una riforma che dia continuità, qualità e pari opportunità, senza riprodurre nuove disuguaglianze”.

La differenza tra essere e fare il medico

“Parlare ai giovani medici quando stanno costruendo il loro imprinting significa incidere sul modo in cui vivranno la professione per tutta la vita. Qui non si tratta di insegnare solo nozioni, ma di trasmettere cosa significa davvero essere medico. La pandemia ci ha insegnato che la Sanità non può reggersi solo su protocolli e procedure. Abbiamo visto che senza relazione e senza ascolto la medicina si riduce a burocrazia. La cura non è soltanto assenza di malattia, riguarda la persona intera: corpo, mente e vita sociale“, ribatte Renato Costa, direttore della Medicina Nucleare del Policlinico, medico internista, già commissario Covid per Palermo e oggi dirigente della CGIL medici.

“Fare il medico significa applicare protocolli e terapie. Essere medico vuol dire interpretare la complessità, costruire un rapporto interpersonale, saper comunicare e ascoltare. Il paziente non è solo un insieme di sintomi, è una persona che chiede attenzione, fiducia, vicinanza – conclude -. Se formiamo professionisti che sanno fare ma non sanno essere, rischiamo di avere tecnici efficienti ma incapaci di empatia. La medicina richiede competenza, ma anche responsabilità e umanità”.

Alle prime luci dell’alba l’aula si è svuotata lentamente, lasciando la sensazione che la notte, appena passato, non fosse stata soltanto una lezione, ma un atto di resistenza culturale. Un’esperienza che porta con sé la promessa di nuovi incontri e di altri temi da affrontare.

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