Per decenni la vitamina D è stata ridotta al ruolo di alleata del calcio e della salute delle ossa, ma oggi la ricerca racconta molto di più. Questa molecola è un vero modulatore dei sistemi biologici, capace di influenzare metabolismo, infiammazione e risposta immunitaria. Lo conferma anche un recente lavoro pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences nel 2025, firmato da Argano Christiano, Cangialosi Virginia, Corrao Salvatore, Maggio Dalila, Orlando Valentina, Pollicino Chiara e Torres Alessandra,
“La vitamina D non è semplicemente una vitamina, ma un pro-ormone che agisce attraverso meccanismi endocrini, autocrini e paracrini – spiega Salvatore Corrao, direttore dell’Unità di Medicina Interna dell’ARNAS Civico di Palermo e docente dell’Università di Palermo –. Il suo raggio d’azione va ben oltre l’apparato scheletrico e regola la proliferazione cellulare, modula l’attività dei linfociti e interviene nella produzione di peptidi antimicrobici fondamentali per le difese dell’organismo”.
Il legame con varie patologie
I dati epidemiologici e clinici più recenti hanno dimostrato un’associazione significativa tra carenza di vitamina D e un ampio spettro di malattie croniche: patologie cardiovascolari, diabete, disturbi neurologici, malattie autoimmuni e alcune forme tumorali.
“Abbiamo imparato che i bassi livelli di vitamina D non si limitano ad aumentare il rischio di fratture, ma creano uno stato di vulnerabilità sistemica. Si associa a maggiore incidenza di sindrome metabolica, ipertensione, infarto, ictus e disfunzioni immunitarie –sottolinea -. Anche la pandemia di COVID-19 ha dato conferme importanti. Diversi studi hanno mostrato che i pazienti con livelli più bassi di vitamina D presentavano forme più gravi di infezione, maggior rischio di ricovero in terapia intensiva e mortalità più elevata. Non è quindi la panacea, ma è un indicatore potente della capacità dell’organismo di reagire allo stress infettivo”.
Vitamina D e sistema immunitario
“La vitamina D, inoltre agisce come un regolatore della bilancia immunitaria – evidenzia il professore -. Da un lato riduce l’eccessiva produzione di citochine pro-infiammatorie come l’IL-6, molecola coinvolta nei processi infiammatori e nelle risposte autoimmuni, dall’altro stimola la sintesi di molecole ad azione antimicrobica che rafforzano la barriera contro virus e batteri. Tutto questo dimostra che è una sorta di equilibratore poiché smorza l’infiammazione incontrollata e potenzia le difese specifiche”.
“Non è un caso che molte malattie autoimmuni, come artrite reumatoide, lupus, sclerosi multipla e psoriasi, siano spesso associate a bassi livelli di vitamina D – aggiunge –. Non possiamo considerarla una cura miracolosa, ma correggere il deficit è un passo concreto per proteggere i pazienti e affiancare le terapie disponibili”.
Prevenzione e medicina di precisione
Gli studi sottolineano anche come la vitamina D influenzi il metabolismo osseo e muscolare, il controllo glicemico e persino la salute neurologica. Alcune ricerche mostrano un’associazione con depressione, declino cognitivo e disturbi neurodegenerativi.
“Questo apre scenari di ricerca affascinanti ma serve cautela, perché la supplementazione deve essere calibrata e personalizzata – dice Corrao –. L’eccesso di vitamina D non è privo di rischi, poiché potrebbe creare problematiche come, ad esempio, ipercalcemia e complicanze renali”.
“La sfida, dunque, è integrare la vitamina D in una visione più ampia di medicina personalizzata. Il futuro è comprendere come la genetica individuale, i polimorfismi del recettore e i fattori ambientali modulino l’efficacia della vitamina D. Solo così, questo supplemento, apparentemente semplice, potrà diventare uno strumento strategico di prevenzione e di supporto terapeutico nelle malattie croniche”, conclude.








