I medici di famiglia di Ragusa esprimono forte preoccupazione per il modo in cui il governo nazionale intende riformare l’assistenza territoriale, mettendo a rischio la capillarità e la fiducia nel servizio svolto dai medici di assistenza primaria, ruolo fondamentale per la salute pubblica.
Proprio per questo, Roberto Licitra, segretario FIMMG Ragusa, e Roberto Zelante, presidente OMCEO Ragusa, hanno diffuso una nota per denunciare i rischi di questa riforma e lanciare un appello alle istituzioni e ai cittadini affinché venga difeso il Servizio Sanitario Nazionale.
La nota
Si sta diffondendo la narrazione secondo cui la medicina generale sarebbe inefficiente e responsabile del sovraffollamento dei pronto soccorso, con accuse infondate che dipingono i medici di famiglia come professionisti che “lavorano due ore al giorno e non rispondono al telefono”. È vero che, come in ogni settore della pubblica amministrazione, esistono medici che non svolgono il proprio dovere con la dovuta dedizione. Tuttavia, i dati smentiscono questa retorica: le indagini di mercato dimostrano che il medico di famiglia mantiene un indice di gradimento superiore al 75% tra i cittadini. Inoltre, gli studi sugli accessi al pronto soccorso indicano che la maggiore affluenza si registra dal lunedì al giovedì, proprio negli orari di apertura degli studi medici, e che quasi l’80% degli accessi è una scelta autonoma del paziente, senza un consulto preventivo con il proprio medico.
Da anni sosteniamo la necessità di una riorganizzazione dei servizi territoriali per rispondere in modo adeguato alle esigenze della popolazione, specialmente nella gestione delle cronicità e dell’assistenza domiciliare. L’Italia ha una delle popolazioni più anziane d’Europa, con un’alta incidenza di pluripatologie: servono quindi investimenti per potenziare la diagnostica in tempo reale e migliorare la gestione dei codici verdi traumatologici. Tuttavia, per farlo non basta costringere i medici a lavorare in strutture vuote: servono risorse, mezzi e personale, invertendo la tendenza ospedalocentrica che ha assorbito la maggior parte dei fondi sanitari fino ad oggi.
Il governo sta cercando di trasformare il ruolo giuridico del medico di famiglia, relegandolo a semplice dipendente ed esecutore di direttive imposte dall’alto, all’interno di strutture ancora prive di una chiara regolamentazione. Il vero obiettivo di questa riforma è sostituire il rapporto diretto e fiduciario tra medico e paziente con un sistema anonimo e impersonale, in cui i medici si alterneranno in fasce orarie prestabilite, privando il cittadino di un riferimento stabile per la propria salute. Questo cambiamento metterebbe a rischio anche le politiche di prevenzione, indebolendo ulteriormente la sanità pubblica.
Dietro questa manovra si cela un tentativo delle assicurazioni private di inserirsi nel sistema sanitario territoriale, sottraendo risorse al SSN per trarne profitto. Se questa riforma dovesse passare, il rischio concreto è la fine della sanità pubblica universale, che finora ha garantito il diritto alla salute a tutti i cittadini, indipendentemente dall’età e dalla condizione economica.
I medici di famiglia avevano già firmato un Accordo Collettivo Nazionale (ACN), manifestando la loro disponibilità a operare nelle Case di Comunità, ma il governo, con un decreto legge di dubbia legittimità, sta cercando di aggirare un accordo già siglato e in attesa di ratifica regionale.
Lanciamo un appello ai sindaci, alle associazioni dei cittadini e alle forze politiche affinché si oppongano a questa riforma che rischia di compromettere il futuro del Servizio Sanitario Nazionale. Noi medici siamo pronti a intraprendere ogni forma di protesta civile per difendere il diritto alla salute di tutti.







