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Studi medici, il decreto divide i professionisti: all’Omceo di Palermo confronto con la Regione

martedì 21 Aprile - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro, Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Palermo

Una norma nata per mettere ordine rischia di ridefinire, nei fatti, il modo stesso di lavorare dei medici. È da qui che riparte il confronto tra professionisti e istituzioni.

Si è tenuto presso la sede dell’Ordine dei medici di Palermo il secondo incontro con revisione tecnica sul decreto assessoriale n. 20 del 9 gennaio 2024, ormai al centro di un dibattito sempre più ampio per le ricadute organizzative sull’attività negli studi medici.

Il direttivo riunito il 26 febbraio 2026 ha istituito il tavolo tecnico, alla presenza del responsabile della UOC Igiene degli ambienti di vita dell’Asp di Palermo, Bruno Marsala, insieme ai suoi collaboratori, con l’obiettivo di raccogliere le criticità segnalate dalla categoria e avviare un’interlocuzione strutturata con l’assessorato regionale alla Salute.

All’incontro odierno ha preso parte il dirigente del Dasoe dell’assessorato regionale alla Salute, Antonio Colucci, chiamato a confrontarsi direttamente con le osservazioni emerse dai medici e riportate dai componenti del Consiglio dell’Ordine e del tavolo tecnico.

Il suo intervento ha chiarito alcuni passaggi tecnici del decreto, soprattutto per quanto riguarda la distinzione tra studio medico e struttura organizzata, ribadendo che la ratio della norma risiede nella necessità di garantire un livello adeguato di qualità, sicurezza e tracciabilità delle attività sanitarie. Allo stesso tempo è stata riconosciuta la complessità dell’applicazione concreta, che richiede un’interpretazione aderente alla realtà operativa degli studi e un confronto continuo con le categorie professionali.

Studio o struttura

Il punto che continua a generare maggiore tensione riguarda la soglia oltre la quale uno studio cambia configurazione. La presenza di più professionisti nello stesso spazio, anche quando motivata dalla semplice condivisione dei costi o da esigenze cliniche, può determinare il passaggio a una struttura considerata più complessa, con conseguenze che incidono sull’autorizzazione, sull’organizzazione e sulla forma giuridica. È proprio questo automatismo che i medici contestano, perché non sempre corrisponde a un reale aumento della complessità assistenziale.

Durante il confronto i partecipanti hanno evidenziato la difficoltà di definire con chiarezza il confine tra collaborazione occasionale e attività strutturata. Hanno chiarito che una consulenza episodica tra colleghi può rientrare nell’attività professionale ordinaria, mentre una presenza stabile e autonoma configura un diverso livello organizzativo. Proprio su questo passaggio si concentra una delle principali aree di incertezza, perché nella pratica quotidiana il confronto tra specialisti rappresenta spesso una prosecuzione naturale dell’atto clinico.

I partecipanti hanno inoltre sollevato il tema dei medici di medicina generale, per i quali l’Accordo collettivo nazionale consente la presenza di specialisti in studio al di fuori dell’attività convenzionata. L’applicazione della normativa regionale, però, rischia di entrare in tensione con questa previsione e rende difficile integrare competenze diverse nello stesso spazio senza incorrere in una diversa qualificazione della struttura.

A questo si aggiunge una disomogeneità applicativa segnalata dai professionisti, con interpretazioni differenti da parte delle Aziende sanitarie provinciali sul territorio, che contribuisce ad aumentare l’incertezza operativa anche a parità di attività svolta.

Regole e prestazioni

Un altro tema affrontato riguarda la presenza di figure sanitarie di supporto all’interno degli studi. Per alcune specialità questa presenza non è accessoria, ma parte integrante dell’atto medico, sia per ragioni cliniche sia per tutela del professionista e del paziente. Anche su questo punto è stata evidenziata la necessità di evitare interpretazioni che possano limitare l’attività o generare incertezze operative.

Nel corso della riunione i partecipanti hanno richiamato il quadro normativo nazionale, in particolare il Decreto legislativo 502 del 1992, che affida alle Regioni la disciplina di dettaglio e prevede anche la possibilità di differenziare gli obblighi autorizzativi in base al rischio delle prestazioni. La mancanza di una classificazione chiara a livello regionale continua a rappresentare uno dei principali elementi di criticità, perché impedisce di distinguere in modo netto tra attività che richiedono requisiti complessi e attività che possono essere svolte con modalità più semplificate.

È stato inoltre affrontato il tema dell’utilizzo della diagnostica negli studi, in particolare quella di primo livello. Secondo quanto riferito, è in fase di elaborazione una disciplina specifica che dovrà chiarire modalità di utilizzo delle apparecchiature, responsabilità nella refertazione e collegamenti con strutture di laboratorio. Anche in questo caso, l’assenza di indicazioni definitive lascia aperti margini di incertezza nella pratica quotidiana.

Permane infine un’impostazione autorizzativa rigida, che non distingue ancora in modo puntuale le attività a basso rischio da quelle più complesse. L’assenza di strumenti semplificati come una segnalazione certificata di inizio attività comporta percorsi più lunghi e articolati, con tempi non sempre compatibili con le esigenze dei professionisti.

L’impatto giuridico ed economico

Dal confronto emerge con forza anche il tema delle ricadute giuridiche e fiscali del decreto. Molti professionisti evidenziano conseguenze che riguardano soprattutto la necessità di strutturarsi in forme organizzative più complesse e che, a loro giudizio, l’assessorato non ha considerato pienamente nella fase di elaborazione della norma. In particolare richiamano i problemi legati alla gestione delle società tra professionisti, alla ripartizione degli utili, ai costi amministrativi e agli obblighi fiscali che derivano da configurazioni giuridiche più strutturate.

Su questi aspetti i partecipanti sottolineano la necessità di un approfondimento tecnico con figure competenti in ambito contabile e tributario. L’Omceo intende coinvolgere L’ Ordine dei Commercialisti e, se necessario, altri professionisti per analizzare nel dettaglio le implicazioni economiche e verificare possibili soluzioni compatibili con l’attività sanitaria. Si tratta di elementi che non riguardano direttamente l’atto medico, ma incidono in modo significativo sulla sostenibilità degli studi e sulle modalità di collaborazione tra colleghi.

Nel dibattito emerge anche un tema più ampio legato alla sostenibilità del modello organizzativo. I partecipanti richiamano la necessità di tenere conto delle condizioni economiche del territorio, perché l’applicazione di standard complessi, modellati su realtà diverse, rischia di entrare in contrasto con le possibilità concrete dei professionisti e alimenta una distanza tra norma e pratica.

I prossimi passi

Il lavoro proseguirà nelle prossime settimane con nuovi incontri tecnici, che coinvolgeranno anche esperti di ambito giuridico e fiscale. L’obiettivo è trovare soluzioni che tengano insieme qualità dei servizi, sostenibilità professionale e chiarezza normativa, a partire dall’analisi delle conseguenze del decreto nella sua applicazione concreta.

In questa direzione, il dirigente regionale Colucci ha confermato la disponibilità dell’assessorato a valutare proposte e contributi che possano emergere dal confronto con i professionisti. Un nuovo incontro è già previsto per il prossimo mese, con l’intento di proseguire il lavoro di revisione e arrivare a una sintesi condivisa.

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