La nuova Ipotesi di Accordo collettivo nazionale per la Medicina generale apre una fase delicata per l’assistenza territoriale. Il testo, firmato il 23 giugno 2026 da SISAC, FIMMG e FMT, interviene sull’attuazione dell’investimento PNRR dedicato alle Case della Comunità e alla presa in carico della persona. SNAMI e SMI non hanno sottoscritto l’accordo.
Il documento modifica alcuni articoli dell’ACN del 15 gennaio 2026 e inserisce un passaggio destinato ad avere ricadute concrete sul lavoro dei medici di medicina generale. I medici del ruolo unico di assistenza primaria opereranno all’interno delle Case della Comunità, secondo gli standard previsti dal DM 77. Per i medici già incaricati a tempo indeterminato a ciclo di scelta, l’accordo prevede fino a 6 ore settimanali nelle Case della Comunità, dal lunedì al venerdì, nella fascia oraria 8-20, nelle sedi indicate dall’Azienda.
L’Azienda dovrà individuare il fabbisogno orario necessario per garantire l’operatività delle strutture. Dopo avere assegnato il personale convenzionato già impegnato in attività oraria, potrà ripartire il fabbisogno residuo tra i medici a ciclo di scelta del territorio di competenza della Casa della Comunità, sentito il referente AFT dove presente. I medici potranno concordare tra loro una diversa articolazione delle ore, comunicandola preventivamente al Distretto, ma dovranno assicurare una presenza continuativa di almeno tre ore. Il compenso previsto è pari a 38,72 euro per ogni ora di attività.
Dentro questo passaggio si inserisce la posizione di Luigi Galvano, segretario provinciale FIMMG Palermo, che invita la categoria a leggere l’accordo senza semplificazioni e senza fughe in avanti. Per il sindacato la parola chiave è governare l’attuazione dell’accordo, il rapporto con le Aziende e l’integrazione tra AFT, studi medici e Case della Comunità, evitando che il cambiamento si trasformi in una compressione della Medicina generale.
Dottore Galvano, che cosa cambia davvero con questa Ipotesi di ACN?
“Questa Ipotesi di ACN apre una fase nuova per la Medicina generale. Non parliamo più soltanto di principi o di modelli organizzativi scritti nei documenti, ma di ricadute concrete sul lavoro quotidiano dei medici. Le Case della Comunità entrano dentro l’organizzazione dell’assistenza primaria e chiedono una presenza medica programmata. Il testo prevede fino a 6 ore settimanali per alcuni medici nelle sedi indicate dall’Azienda. Questo passaggio va letto con grande attenzione, perché tocca tempi, luoghi, responsabilità e organizzazione del lavoro. La FIMMG non può limitarsi a osservare. Deve presidiare ogni fase, tutelare i colleghi e fare in modo che il cambiamento non indebolisca la Medicina generale”.
Molti medici temono che questo accordo possa spingere la Medicina generale verso la dipendenza. È un rischio reale?
“Il rischio esiste, perché da anni vediamo spinte che cercano di trasformare la Medicina generale in una funzione più amministrativa e meno professionale. Proprio per questo la FIMMG ha lavorato per difendere la convenzione, il rapporto fiduciario e l’autonomia del medico di famiglia. Non dobbiamo confondere la presenza nella rete territoriale con la perdita della nostra identità. Il medico di famiglia non può diventare un operatore da spostare dentro un contenitore organizzativo. Deve restare il professionista che prende in carico il cittadino nel tempo, conosce la storia clinica e mantiene un rapporto diretto con la persona. La sfida ora consiste nel governare l’accordo, non nel subirlo”.
Una parte della categoria contesta anche le AFT. Perché, secondo lei, serve fare chiarezza?
“Serve fare chiarezza perché le AFT non nascono oggi e non nascono per volontà della FIMMG. La normativa nazionale le prevede da anni, a partire dalla legge Balduzzi, e gli accordi collettivi successivi le hanno progressivamente recepite. In Sicilia il tema compariva già nell’accordo integrativo regionale del 2010, anche se poi il sistema non lo ha attuato pienamente. La FIMMG, negli anni, ha evitato applicazioni rigide e penalizzanti. Oggi però la Regione ha accelerato sull’organizzazione territoriale e collega AFT, Case della Comunità e nuovo assetto dell’assistenza. Per questo serve una linea sindacale lucida. Rifiutare tutto non basta. Bisogna entrare nel processo e orientarlo”.
Che ruolo devono avere gli studi dei medici di famiglia nel nuovo modello territoriale?
“Gli studi dei medici di famiglia devono restare presidi fondamentali del Servizio sanitario nazionale. Non possiamo immaginare una rete territoriale che cancella ciò che già garantisce prossimità, fiducia e continuità ogni giorno. Le Case della Comunità possono avere una funzione importante, ma non devono diventare il luogo unico in cui concentrare la Medicina generale. Io immagino una Casa della Comunità diffusa, capace di collegare studi medici, AFT, continuità assistenziale, strumenti digitali e servizi territoriali. Questo modello può rafforzare la presa in carico, se rispetta il lavoro dei medici. Al contrario, una concentrazione rigida e burocratica rischia di allontanare il sistema dai cittadini”.
Nel documento compare il tema delle ore nelle Case della Comunità. Che cosa bisogna evitare?
“Bisogna evitare confusione. L’accordo indica fino a 6 ore settimanali, ma la parte decisiva riguarda le attività concrete che i medici dovranno svolgere. Non possiamo accettare compiti generici, sovrapposizioni improprie o trasferimenti di responsabilità senza regole chiare. Le attività devono avere coerenza con la natura professionale del medico di medicina generale. Devono risultare compatibili con l’attività ordinaria di studio e sostenibili dal punto di vista organizzativo. Devono soprattutto servire ai cittadini, non solo riempire turni o strutture. Su questo terreno la FIMMG dovrà mantenere la massima attenzione nella fase applicativa”.
Lei richiama anche il tema dei RUAP. Perché oggi diventa importante?
“Il tema dei RUAP diventa importante perché il nuovo assetto può richiedere presenze aggiuntive e attività territoriali organizzate. In ASP Palermo i RUAP rappresentano oggi una quota limitata rispetto al numero complessivo dei medici di medicina generale. Se l’Azienda avrà bisogno di ulteriori ore e di maggiore copertura nelle Case della Comunità, dovrà valutare il fabbisogno reale. Per questo ho rappresentato alla Direzione generale, alle Cure primarie e all’organizzazione aziendale l’esigenza di riaprire il bando RUAP, anche per un periodo limitato. I colleghi devono poter valutare questa scelta in modo consapevole. Ogni decisione deve nascere da una valutazione concreta, non da paura o improvvisazione”.
Che cosa consiglia ai colleghi in questa fase?
“Consiglio prudenza, lucidità e unità. Ogni medico deve valutare la propria condizione professionale, familiare e personale prima di assumere decisioni che possono incidere sull’organizzazione futura del lavoro. Oggi alcune scelte possono risultare compatibili con sedi vicine o con assetti ancora gestibili. Domani, con un sistema più strutturato, le esigenze aziendali potrebbero pesare di più nell’assegnazione delle ore. Questo vale ancora di più in territori complessi come Palermo e provincia, dove convivono aree urbane, periferiche e comuni molto diversi tra loro. La fase richiede attenzione anche nei rapporti con i gestori delle piattaforme informatiche. Meglio evitare vincoli pluriennali troppo rigidi e mantenere margini di flessibilità”.
Qual è la linea della FIMMG Palermo davanti a questo cambiamento?
“La linea è chiara. Dobbiamo partecipare al cambiamento per governarlo, non per subirlo. La Medicina generale non deve chiudersi, ma non deve nemmeno accettare modelli che la snaturano. Vogliamo una rete territoriale moderna, digitale e integrata, ma costruita attorno al medico di famiglia e al rapporto con il paziente. AFT e Case della Comunità possono diventare strumenti utili solo se rafforzano la nostra funzione professionale. Non devono trasformarsi in vincoli burocratici o in strutture lontane dalla vita reale dei cittadini. La FIMMG continuerà a difendere i colleghi, negoziare condizioni sostenibili e costruire soluzioni utili anche al Servizio sanitario nazionale. La Medicina generale è parte della storia del SSN e deve continuare a esserne protagonista, con le necessarie evoluzioni organizzative, ma senza rinunciare alla propria identità professionale”.








