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Carenza di medici e titoli esteri, Amato: “Non possiamo perdere professionisti per la burocrazia”

venerdì 16 Ottobre - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro, Norme & Diritto

Formarsi all’estero, acquisire competenze e poi tornare in Italia per metterle a disposizione di un sistema sanitario che denuncia da anni una carenza di professionisti. Il percorso, almeno sulla carta, sembrerebbe lineare, ma nella realtà può fermarsi per mesi davanti al riconoscimento di un titolo. È il paradosso sul quale richiama l’attenzione Toti Amato, presidente dell’Ordine dei medici di Palermo e consigliere nazionale FNOMCeO, alla luce della recente sentenza del TAR Molise, che ha ribadito la “necessità di verificare le competenze dei medici con titoli esteri, a garanzia della sicurezza dei pazienti”. E Amato parte dal caso di una giovane dottoressa italiana che, dopo la laurea e l’iscrizione all’Ordine in Italia, ha scelto il Regno Unito per completare la propria formazione in medicina generale.

Il modello britannico del general practitioner ha caratteristiche molto definite. Nel Regno Unito la formazione per diventare GP segue un percorso specialistico triennale, con un curriculum nazionale e una parte consistente dell’attività svolta direttamente negli studi di medicina generale, accanto a esperienze ospedaliere e territoriali. Il GP viene formato come medico generalista capace di seguire il paziente nel tempo, affrontare problemi clinici differenti e orientarlo all’interno del sistema sanitario. È una figura resa familiare anche dalla serie britannica “Doc Martin“, ambientata in Cornovaglia, che racconta il rapporto tra un medico di famiglia e la comunità locale, con una preparazione clinica ampia e multidisciplinare, per molti aspetti vicina alla medicina interna, e un modello di assistenza radicato nel territorio.

Il caso inglese

“Parliamo di una cittadina italiana. Laureata in Italia e già iscritta all’Ordine, ha deciso di andare in Inghilterra perché riteneva che il percorso di formazione in medicina generale fosse migliore rispetto a quello italiano. Ha completato la formazione, ha lavorato e poi ha deciso di tornare. A questo punto nasce il problema, perché per poter utilizzare in Italia quella qualifica deve attendere il riconoscimento del Ministero della Salute e nel frattempo non può svolgere l’attività per la quale si è formata“, ha dichiarato Amato

“Quello che mi chiedo è se, in un momento nel quale continuiamo a parlare di carenza di medici, possiamo permetterci di lasciare ferma per mesi una professionista già laureata, iscritta all’Ordine e con una formazione specifica svolta all’estero. Mi viene riferito che le valutazioni avvengono in determinati momenti e questo può significare attendere sei mesi, a volte anche di più. Se una domanda arriva subito dopo una riunione, il medico rischia di restare bloccato fino a quella successiva. Non entro nelle ragioni organizzative del Ministero, ma credo che tempi di questa durata meritino una riflessione”, ha aggiunto.

Il riconoscimento delle qualifiche sanitarie conseguite all’estero compete al Ministero della Salute, che verifica la documentazione e può riconoscere il titolo, subordinare il riconoscimento a una misura compensativa oppure respingere la domanda. Per i titoli conseguiti fuori dall’Unione europea la procedura segue regole specifiche e richiede una valutazione della documentazione presentata.

“Non significa naturalmente eliminare i controlli. Nessuno può pensare di autorizzare l’esercizio della professione medica senza avere verificato autenticità del titolo e formazione. Il problema è un altro. Se abbiamo davanti un percorso conosciuto, una documentazione completa e una qualifica conseguita in un sistema sanitario strutturato, dobbiamo chiederci se sia possibile arrivare alla decisione in tempi più brevi. Soprattutto quando quella persona è già un medico italiano e chiede semplicemente di poter utilizzare una formazione acquisita fuori dal Paese”, ha osservato.

Il caso ennese

Amato richiama anche la vicenda dell’Università “Dunărea de Jos” di Galați, che ha organizzato a Enna un percorso di Medicina attraverso una propria estensione didattica. La vicenda ha avuto negli anni diversi passaggi amministrativi e giudiziari. Nel settembre 2022 il Ministero della Salute ha riconosciuto, con decreto individuale, il titolo di medico chirurgo conseguito presso l’ateneo romeno attraverso la sede di Enna. Il riconoscimento ha consentito l’esercizio della professione in Italia previa iscrizione all’Omceo.

Diverso è il tema del riconoscimento accademico dei titoli dell’estensione ennese. Nel 2025 la questione è arrivata anche al Parlamento europeo, dopo una nota del Ministero dell’Università e della Ricerca. Il Ministero aveva sollevato il problema dell’assenza dell’accreditamento richiesto in Italia per i titoli rilasciati da università estere operanti sul territorio nazionale.

“Il caso di Enna è diverso, ma pone una domanda simile. Ci sono cittadini italiani che hanno frequentato quel corso, si sono laureati e chiedono di poter esercitare. Abbiamo già avuto colleghi ai quali il Ministero della Salute ha riconosciuto il titolo. Se esistono precedenti riferiti allo stesso percorso formativo, credo che questi possano essere utilizzati per velocizzare le verifiche successive, naturalmente controllando ogni volta che la documentazione sia autentica e completa”, ha spiegato il presidente.

“Non dico di riconoscere automaticamente qualsiasi titolo soltanto perché ne è stato riconosciuto uno in passato. Dico però che l’amministrazione dispone già di documenti, precedenti e valutazioni su quel percorso. Se arriva un’altra persona con un titolo analogo, forse non è necessario ripartire ogni volta dall’inizio e aspettare mesi per arrivare alla stessa verifica. Si potrebbe immaginare una procedura più rapida, eventualmente anche una soluzione provvisoria quando la legge lo consente, in attesa della conclusione definitiva dell’istruttoria“, ha evidenziato.

Tempi più rapidi

Per Amato il problema diventa ancora più evidente mentre aziende sanitarie e territorio cercano professionisti e una parte dei medici formati all’estero resta in attesa della conclusione delle procedure amministrative.

“La recente sentenza del TAR Molise ribadisce un principio fondamentale. La verifica delle competenze professionali deve essere approfondita e rigorosa, perché riguarda direttamente la sicurezza dei pazienti. Nessuno chiede di eliminare i controlli o di riconoscere automaticamente i titoli conseguiti all’estero. Tuttavia, dobbiamo distinguere il rigore delle verifiche dalla durata delle procedure amministrative. Abbiamo bisogno di medici e, allo stesso tempo, abbiamo professionisti che non possono lavorare perché aspettano un provvedimento. Se un titolo presenta criticità, occorre approfondirle, ma quando il percorso formativo è conosciuto, la documentazione è completa e le competenze risultano adeguate, dobbiamo garantire risposte in tempi brevi, senza compromettere la sicurezza dei pazienti“, ha sottolineato Amato.

“Non possiamo invitare i giovani a formarsi, accettare che vadano all’estero per acquisire competenze e poi, quando decidono di tornare, lasciarli per mesi in attesa. Soprattutto nella medicina generale, dove continuiamo a denunciare una carenza di professionisti sul territorio. Bisogna trovare un sistema che mantenga tutte le garanzie necessarie ma che permetta a chi ha i requisiti di tornare a lavorare senza tempi amministrativi incompatibili con le necessità del Servizio sanitario“, ha concluso.

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