In Sardegna, da luglio scorso, è partita la sperimentazione dell’aborto farmacologico anche a domicilio. Non si tratta solo di un cambio di passo sul piano dei diritti, ma di una vera modernizzazione dei servizi sanitari. L’Isola è la seconda regione italiana, dopo l’Emilia-Romagna, e la prima del Mezzogiorno a mettere in pratica le linee nazionali, permettendo alle donne di accedere gratuitamente all’interruzione volontaria di gravidanza nei consultori e negli ambulatori pubblici collegati agli ospedali, con la possibilità, in via sperimentale, di completare la procedura anche a casa.
A livello nazionale, i numeri raccontano una trasformazione profonda: nel 2022 per la prima volta le interruzioni di gravidanza con metodo farmacologico hanno superato quelle chirurgiche, raggiungendo il 52% del totale, e nel 2023 la quota è salita al 58%. In Sicilia, invece, il quadro resta critico. Qui oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e solo la metà delle strutture con reparti di ostetricia e ginecologia garantisce realmente il servizio. A giugno l’Assemblea regionale siciliana aveva approvato una legge per obbligare gli ospedali ad assumere medici non obiettori, ma il provvedimento è stato impugnato dal Governo Meloni davanti alla Corte costituzionale nell’agosto 2025, aprendo un nuovo fronte di scontro politico e istituzionale.
È in questo scenario, fatto di aperture e resistenze, che abbiamo chiesto al dottor Antonio Maiorana, direttore dell’Unità operativa complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’Ospedale Civico di Palermo e consigliere dell’Ordine dei Medici, cosa pensa della sperimentazione avviata in Sardegna e se un modello simile potrebbe trovare spazio anche in Sicilia.
Dottore, cosa rappresenta per lei questa sperimentazione?
“È un passaggio importante, direi storico, verso una Sanità più vicina alle persone. Consentire alle donne di affrontare l’interruzione volontaria della gravidanza anche a casa, con un percorso sicuro e supervisionato, significa umanizzare le cure, rispettare la loro autonomia e modernizzare concretamente il sistema. Non si tratta di banalizzare un evento delicato, ma di riconoscerlo come parte di un percorso sanitario che può e deve essere gestito anche fuori dall’ospedale, se ci sono le giuste condizioni”.
Quali sono i riferimenti normativi e clinici che lo rendono possibile?
“Il tutto si fonda su linee guida molto chiare. Parliamo delle indicazioni aggiornate dal Ministero della Salute nel 2020, che prevedono l’utilizzo combinato di mifepristone e misoprostolo fino a 63 giorni di amenorrea, cioè circa nove settimane. Non è più richiesto il ricovero, purché il percorso sia ben strutturato e legato a una rete di assistenza pubblica. Anche l’OMS e le principali società scientifiche internazionali e italiane confermano la sicurezza di questa modalità, già adottata in diversi paesi europei”.
Come funziona concretamente il trattamento farmacologico?
“Si inizia con l’assunzione orale di mifepristone, che blocca l’azione del progesterone e quindi arresta la gravidanza. Dopo 24-48 ore si assume il misoprostolo, che stimola le contrazioni uterine e provoca l’espulsione del contenuto uterino. È un processo che può essere doloroso, emotivamente forte, ma nella maggior parte dei casi avviene senza complicazioni e non richiede interventi aggiuntivi. L’efficacia è molto alta: tra il 92% e il 99%, se il protocollo è seguito correttamente. Fondamentale è che la paziente possa contattare i sanitari in ogni fase del percorso, che deve essere sempre personalizzato”.
Esistono rischi o complicazioni?
“Sì! Il fallimento, cioè l’aborto incompleto, avviene in 1-2 casi su 100. Ci possono essere sanguinamenti più intensi, dolori marcati o, nei casi peggiori, una gravidanza extrauterina, che non risponde al trattamento farmacologico e richiede un intervento urgente. Ecco perché è indispensabile che tutto parta da una valutazione clinica attenta e da un’ecografia. Non si può improvvisare: serve una rete organizzata, un consenso informato ben gestito e la possibilità per la paziente di avere sempre un riferimento medico”.
Qual è, secondo lei, il ruolo del medico in tutto questo?
“Decisivo. E non solo dal punto di vista clinico. Il medico deve essere un riferimento stabile, competente, disponibile. Deve spiegare, ascoltare, accompagnare. L’aborto farmacologico a casa non è un gesto privato da affrontare in solitudine. E’ un atto medico, e come tale deve essere seguito passo dopo passo. Non si può pensare che una donna possa prendere queste pillole come un antidolorifico da banco… sarebbe irresponsabile e pericoloso”.
L’esperienza domiciliare può davvero migliorare il vissuto delle donne?
“Dipende. Restare a casa, in un ambiente conosciuto, con persone di fiducia accanto, può aiutare moltissimo. Riduce lo stress, restituisce controllo, evita l’ospedalizzazione, che a volte è vissuta con grande disagio. Ma bisogna essere realistici: il tessuto sociale in Sicilia è diverso da quello di altri Regioni. Qui la madre vuole sapere tutto, entra in bagno, controlla il calendario delle mestruazioni della figlia. È difficile che una ragazza possa vivere questa esperienza in silenzio, senza che la famiglia lo scopra. Per alcune è un sollievo, per altre una fonte di ansia ancora più grande. E poi ci sono le situazioni limite: donne che tornano una volta al mese per abortire, senza alcun percorso di prevenzione o contraccezione alle spalle. È per questo che l’esperienza domiciliare non può essere considerata una soluzione universale. Funziona solo se il Sistema sanitario è presente, se garantisce sicurezza clinica e supporto emotivo. Il domicilio non deve mai diventare abbandono”.
“Vorrei aggiungere una cosa. Al Civico i colleghi che si occupano dell’ambulatorio per l’interruzione volontaria di gravidanza sono gli stessi che seguono i percorsi di contraccezione. Siamo tra i pochi a impiantare dispositivi sottocutanei, a inserire spirali medicate e a offrire consulenze personalizzate per donne con patologie come la trombofilia, che non possono usare anticoncezionali tradizionali. Questo perché l’obiettivo non è fare aborti, ma prevenire che diventino l’unica strada possibile. IVG e contraccezione sono due facce della stessa medaglia: garantire dignità, sicurezza e responsabilità alle donne”.
Secondo lei la Sicilia è pronta per un modello simile a quello sardo?
“La Sicilia ha bisogno di un vero cambio di passo. Oggi contiamo una percentuale altissima di medici obiettori, strutture carenti e una Sanità territoriale fragile. Le donne incontrano difficoltà ad accedere all’IVG persino nei tempi e nei modi previsti dalla legge. Prima di pensare a un modello come quello della Sardegna, occorre garantire che in ogni struttura pubblica ci siano professionisti disponibili ad assistere. Non basta affermare che il diritto esiste: bisogna renderlo concretamente praticabile”.
Cosa pensa della decisione del Governo di impugnare la legge siciliana che prevedeva l’assunzione di medici non obiettori negli ospedali pubblici?
“È un terreno delicatissimo e la legge ha dei punti che andrebbero rivisti. Ma dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: cosa succede quando in un ospedale pubblico non c’è nemmeno un medico disposto ad assistere una donna che ha diritto a interrompere la gravidanza? È ancora Sanità pubblica, o è un vuoto istituzionale? Nessuno vuole negare l’obiezione individuale, che è legittima. Ma lo Stato, e con esso le Regioni, hanno il dovere di garantire che almeno un’équipe in ogni struttura possa garantire l’intervento. Altrimenti parliamo di una libertà solo sulla carta”.
Mi conceda un’ultima domanda: cosa risponde a chi continua a definire “abortisti” i medici che applicano la legge 194?
“Non lo tollero. Quel termine appartiene a un’altra epoca, quando esistevano studi clandestini e si pagavano milioni per ottenere un aborto senza alcuna garanzia di sicurezza. Oggi ci sono medici, infermieri e anestesisti che in una struttura pubblica fanno il loro lavoro con serietà, nel rispetto della legge e della salute delle donne. Non sono ‘abortisti’! Sono professionisti che garantiscono un diritto costituzionale. Non ne traggono alcun vantaggio, non ricevono compensi aggiuntivi, non fanno meno guardie o meno turni. Anzi, lo fanno con dedizione, senza mai provare gioia davanti a un’interruzione, ma con la consapevolezza di tutelare una persona in un momento delicatissimo. Non ho mai visto nessun medico arricchirsi con un’IVG, né tantomeno esultare dopo averla praticata. Definire queste persone ‘abortisti’ è uno stigma che offende la loro dignità, la storia della Sanità pubblica e la stessa legge che regolamenta la materia. Se qualcuno vuole continuare a usare questa parola come un insulto, sappia che non si scaglia contro i singoli medici, ma contro lo Stato che ha scelto di garantire questo diritto. Ed è una responsabilità che non si può più nascondere dietro uno slogan”.
Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera, inviata in diritto di replica da Angela D’Alessandro di Prolife insieme
“Quando in generale, la maggior parte della gente parla di interruzione volontaria di gravidanza, intende fare leva sui diritti della donna di gestire il proprio corpo. L’autodeterminazione, sostantivo ormai abusato, riconosce il diritto inalienabile di controllare e decidere su sé stessi esercitando autonomia e responsabilità nelle varie sfere delle vita.
Una donna incinta è una donna che sta portando avanti una gravidanza, processo che culminerà con il parto, ossia la nascita di un bambino.
L’interruzione volontaria o spontanea di questo processo è detto aborto. La parola “aborto” che proviene dal verbo latino “aboriri” ha come significato “venire meno nel nascere” o per essere più espliciti “morire”. È evidente che si parla di una nascita interrotta, una fine prematura della gestazione.
Come possa essere sottovalutata con tanta leggerezza questa scelta è disumano! Uso questo aggettivo non a caso in quanto sopprimere una vita, anche se è in formazione, è atto crudele, spietato, privo di umanità in quanto è sotto il livello dell’umanità stessa.
Un organismo umano è considerato “vita” già dal momento della fecondazione, ossia da quando lo spermatozoo e l’ovocita si uniscono per formare uno zigote, il quale darà origine ad una nuova persona con codice genetico distinto. Da qui inizia il ciclo della vita dell’organismo che geneticamente è già uomo.
La scienza ne dà testimonianza attraverso gli studi di autorevoli ricercatori i quali hanno trattato il tema della vita umana riconoscendone la dignità fin dal suo inizio. Esempi ne troviamo negli scritti di Thomas Verny ( bambini si nasce) in cui si sottolinea l’importanza dell’ambiente uterino per lo sviluppo del bambino.
Negli studi bioetici del prof. Giuseppe Noia, il quale pone l’accento sul valore della vita e sulla simbiosi materno-fetale promuovendo così un approccio che riconosce la dignità della vita fin dal suo inizio.
Esistono anche interpretazioni legali le quali affermano il diritto alla vita fin dal concepimento, riconoscendo allo stesso concepito dei diritti. Non è solo quindi un’interpretazione religiosa pensare che la vita è vita già dagli esordi.
Per la Chiesa, per donne ritenute sante non solo dal mondo cattolico, come madre Teresa di Calcutta, la vita è sacra. La madre sosteneva che “lo spazio sacro della gravidanza è abitato dalla luce di Dio…”
La scienza quindi riconosce la vita fin dal concepimento. Sul piano giuridico seppur determinati diritti del feto siano condizionati all’evento della nascita, tuttavia alcune interpretazioni sottolineano che, anche in assenza di piena personalità giuridica ( ossia quando ancora il feto non è venuto al mondo) la legge tuteli la vita del concepito attraverso l’Istituto del “diritto nascente”.
A questo punto appare evidente che non si possa più parlare di ivg senza pensare che si sta uccidendo un bambino. La si può “infiocchettare” con discorsi di scelta libera e ponderata ( non è mai ponderata è sempre una scelta dettata da sentimenti in contrasto tra loro) ma la sua natura non cambia.
Sia l’aborto chimico che quello chirurgico hanno come obiettivo la morte. Impedire di nascere volontariamente è uccidere, anche se si tenta di dargli connotati diversi per alleggerire le coscienze.
Questa cultura di morte non può avere il sopravvento sulla vita che merita rispetto. Non è possibile nascondersi dietro la bugia “del grumo di cellule” in quanto è dimostrato che bugia non è. Affrontare un argomento così delicato e complesso con questa leggerezza denota mancanza di approfondimento e scarso rispetto della vita.
L’aborto è una scelta che prima o poi presenterà il conto. Non è una profezia da Sibilla ma è la testimonianza di donne e professionisti pentiti.
È un invito il mio a prendere sul serio e a promuovere la vita nascente, che non può venire criptata da scelte egoistiche spacciate per libertà conquistata. Impedire ad un individuo di nascere non è libertà è violenza”.








