“La Sanità siciliana è arrivata al capolinea. Non è più una sensazione, né la lamentela di qualche cittadino esasperato o di un operatore sanitario stanco. È una realtà che milioni di siciliani sperimentano ogni giorno sulla propria pelle”.
A dichiararlo è Renato Costa, responsabile del settore Sanità della Cgil Sicilia, che analizza lo stato del Sistema sanitario regionale tra liste d’attesa, mobilità sanitaria, carenza di personale, pronto soccorso in affanno e sviluppo della nuova assistenza territoriale.
Gli ultimi monitoraggi confermano criticità che continuano a condizionare l’accesso alle cure. Il primo Bollettino Agenas sulle liste d’attesa, aggiornato al 30 giugno 2026, evidenzia in Sicilia un peggioramento nel rispetto dei tempi massimi di garanzia. Per le prime visite specialistiche la percentuale di prestazioni erogate entro i tempi previsti passa dall’87,2% del primo semestre 2025 al 79,7% del primo semestre 2026. Per gli esami diagnostici il dato scende dal 75,9% al 71,9%, in controtendenza rispetto al miglioramento registrato a livello nazionale.
Continua inoltre a pesare la mobilità sanitaria. Secondo il rapporto Agenas sulla mobilità ospedaliera, nel 2023 la Sicilia ha registrato un saldo economico negativo di 139,7 milioni di euro, il terzo più pesante d’Italia dopo quelli della Campania e della Calabria. Migliaia di siciliani continuano quindi a rivolgersi alle strutture di altre regioni per ricoveri e cure. Parallelamente prosegue lo sviluppo dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Regione Siciliana sono operative 57 strutture tra Case e Ospedali di Comunità, con una media di 14 servizi attivi per sede, mentre continua il completamento della rete programmata.
Secondo Costa, i progressi registrati in alcuni ambiti non bastano ancora a superare le difficoltà di un sistema chiamato a rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più anziana, fragile e affetta da patologie croniche.
Attese senza fine
“Le liste d’attesa sono diventate uno dei principali ostacoli all’accesso alle cure. Per ottenere una Tac, una risonanza magnetica o una visita specialistica si attendono spesso mesi, talvolta anche più di un anno. Il rischio è che la diagnosi arrivi quando la malattia è già progredita e le possibilità terapeutiche si sono ridotte. Quando il servizio pubblico non riesce a garantire tempi compatibili con il bisogno di salute, chi dispone delle risorse economiche necessarie si rivolge al privato. Chi non può permetterselo, invece, rimane in attesa oppure rinuncia del tutto alle cure. Si crea così una sanità che non offre più a tutti le stesse opportunità e nella quale il reddito finisce per determinare la possibilità di ricevere una diagnosi tempestiva”.
“Anche i pronto soccorso continuano a sopportare un carico enorme. Accolgono pazienti che avrebbero spesso bisogno di percorsi assistenziali diversi, ma che non trovano risposte adeguate sul territorio o negli altri servizi. Le attese si allungano, le barelle rimangono occupate per ore o giorni e il personale deve affrontare condizioni di lavoro sempre più difficili. Medici, infermieri e operatori sanitari continuano a garantire l’assistenza con grande senso di responsabilità, ma non possiamo pensare che il sistema riesca a reggere soltanto grazie al loro sacrificio. Servono organici adeguati, una migliore organizzazione dei percorsi e una programmazione capace di prevenire le emergenze invece di limitarsi a inseguirle”.
Ospedali da rilanciare
“La mobilità sanitaria rappresenta uno degli indicatori più significativi dello stato di salute del sistema. Ogni anno migliaia di siciliani scelgono di curarsi fuori dall’Isola. È vero che una parte di questi spostamenti riguarda centri di alta specializzazione o prestazioni disponibili soltanto in poche strutture nazionali, ma molti cittadini lasciano la Sicilia anche per esami, interventi e trattamenti che potrebbero essere garantiti all’interno della nostra rete ospedaliera. Questo fenomeno produce una doppia conseguenza. Da una parte impoverisce economicamente il servizio sanitario regionale, dall’altra alimenta la sfiducia dei cittadini nei confronti degli ospedali siciliani e rafforza la convinzione che per ricevere cure migliori sia necessario partire”.
“A tutto questo si aggiunge la crescente difficoltà nel reclutare e trattenere i professionisti. Molti giovani medici, una volta conclusa la specializzazione, scelgono altre regioni o il settore privato perché trovano organizzazioni più efficienti, prospettive professionali più chiare e condizioni di lavoro maggiormente sostenibili. La Sicilia continua a formare professionisti di grande valore, ma troppo spesso non riesce a valorizzarli e a offrire loro motivi sufficienti per restare. La carenza di personale aumenta i turni, alimenta il burnout e rende gli ospedali sempre meno attrattivi. Si crea così un circolo vizioso nel quale chi rimane deve sostenere carichi sempre più pesanti, mentre nuove figure diventano ancora più difficili da reperire”.
“Per interrompere questo meccanismo occorre rilanciare gli ospedali attraverso investimenti nelle strutture, nelle tecnologie e soprattutto nelle persone. Nessuna riforma può funzionare se chi lavora ogni giorno nei reparti continua a operare in condizioni di costante emergenza. Non basta acquistare nuove apparecchiature o annunciare interventi edilizi se poi mancano i professionisti necessari per utilizzare quelle tecnologie e garantire i servizi. Bisogna migliorare l’organizzazione, valorizzare le competenze e offrire percorsi di crescita professionale. Solo così gli ospedali siciliani potranno tornare a essere attrattivi per gli operatori e credibili agli occhi dei cittadini”.
Ripartire dal territorio
“Negli ultimi anni sono stati compiuti passi avanti nella costruzione della rete territoriale e sarebbe sbagliato negarlo. Le Case e gli Ospedali di Comunità stanno progressivamente entrando in funzione e rappresentano un investimento importante per il futuro della Sanità siciliana. Adesso, però, la sfida cambia. Non basta inaugurare una struttura o completare un edificio. Bisogna renderlo pienamente operativo, dotarlo di personale, garantire la presenza di servizi diagnostici, assicurare un collegamento stabile con i medici di medicina generale, gli specialisti ambulatoriali, gli infermieri di famiglia e l’assistenza domiciliare. Solo così il territorio potrà diventare il primo punto di riferimento per il cittadino e non un semplice passaggio burocratico”.
“Esiste anche un tema culturale che non possiamo sottovalutare. Molti cittadini continuano a rivolgersi direttamente agli ospedali perché non conoscono ancora il ruolo delle Case della Comunità o non sanno quali servizi possano trovare al loro interno. Per questo serve un grande lavoro di informazione e di orientamento. Le persone devono sapere dove andare, a chi rivolgersi e quali prestazioni possono ricevere vicino a casa. Se continuiamo a considerare il pronto soccorso come l’unica porta d’accesso al sistema sanitario, sarà difficile ridurre il sovraffollamento degli ospedali e utilizzare al meglio le nuove strutture territoriali”.
“La presa in carico dei pazienti cronici e fragili rappresenta probabilmente la sfida più importante dei prossimi anni. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche impongono un modello diverso rispetto al passato. Un anziano con diabete, scompenso cardiaco o broncopneumopatia cronica non dovrebbe arrivare in ospedale soltanto quando la situazione si aggrava. Dovrebbe essere seguito costantemente sul territorio, con controlli programmati, assistenza domiciliare e un’équipe capace di intervenire prima che il problema diventi un’emergenza. È questo il vero significato della medicina di prossimità e solo in questo modo gli ospedali potranno tornare a concentrarsi sui casi di maggiore complessità”.
Una nuova visione
“Per cambiare davvero la Sanità della Regione non servono interventi episodici o provvedimenti pensati per affrontare l’emergenza del momento. Serve una programmazione di lungo periodo che metta al centro i bisogni di salute della popolazione e non le convenienze della politica. La gestione delle aziende sanitarie deve fondarsi sulle competenze, sulla capacità di raggiungere risultati misurabili e sulla responsabilità amministrativa. Chi guida il sistema deve essere valutato sulla qualità dei servizi offerti ai cittadini, sulla riduzione delle liste d’attesa, sulla capacità di trattenere i professionisti e di utilizzare in maniera efficace le risorse disponibili”.
“Allo stesso tempo bisogna tornare a investire sulle persone. Nessuna tecnologia potrà mai sostituire il valore di medici, infermieri, operatori sociosanitari e professionisti che ogni giorno garantiscono il funzionamento del servizio sanitario. Migliorare le condizioni di lavoro, valorizzare le competenze, offrire percorsi di carriera e ridurre il peso della burocrazia significa rafforzare l’intero sistema. Se continueremo a perdere professionisti, ogni riforma rischierà di rimanere incompleta”.
“La Sanità non può essere valutata soltanto attraverso i bilanci. È giusto amministrare bene le risorse pubbliche, ma il vero indicatore resta la capacità di garantire cure tempestive, di ridurre le disuguaglianze e di assicurare a tutti il diritto alla salute. Una Sanità efficiente è quella che previene le malattie, accompagna i pazienti durante tutto il percorso assistenziale e riduce il ricorso ai ricoveri evitabili. È quella che permette ai cittadini di trovare risposte nel proprio territorio senza essere costretti a partire”.
“La Sicilia possiede professionisti di altissimo livello e strutture che rappresentano eccellenze riconosciute anche fuori dai confini regionali. Dobbiamo ripartire da queste competenze, creare una rete che funzioni in maniera omogenea e restituire fiducia ai cittadini. Non chiediamo privilegi, ma una Sanità capace di garantire gli stessi diritti a tutti. Il diritto alla salute è uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione e non può dipendere dal luogo in cui si vive, dal reddito o dalla possibilità di prendere un aereo per curarsi altrove. La sfida è costruire un sistema pubblico moderno, vicino alle persone e capace di guardare al futuro con responsabilità e coraggio”.








