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Malattie cardio, cerebro e vascolari: vertice per realizzare un Piano nazionale

martedì 19 Dicembre - 2023 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Articoli
Ministero della Salute, istituzioni regionali, Istituto superiore di sanità e le principali società scientifiche del mondo cardio, cerebro e vascolare (ANMCO, GISE, SIC e SICVE) si sono riuniti per discutere e confrontarsi sull’urgenza di avere un Piano Nazionale per le Malattie Cardio, Cerebro e Vascolari.
Dopo la Spagna con la ‘Estrategia en Salud Cardiovascular del Sistema Nacional de Saludi’, l’Italia potrebbe essere il secondo grande Paese europeo a dotarsi di un Piano nazionale e, secondo gli esperti, il coordinamento dovrebbe essere fatto dal Ministero della Salute, coinvolgendo tutti gli stakeholders, professionisti e associazioni dei pazienti tenendo in considerazione anche le best practice adottate in altri Paesi europei.
Le malattie cardio, cerebro e vascolari continuano a rappresentare la prima causa di mortalità e di ricovero ospedaliero e sono le principali cause di disabilità nel nostro Paese.

I dati

Sono stati infatti più di 226.000 i decessi legati a queste patologie nel 2020, con un tasso di mortalità standardizzato che varia dal 23,2 per 10.000 abitanti della Sardegna ai 36,9 della Campania. Il burden economico associato è invece quantificabile in 42 miliardi di euro considerando i costi diretti e indiretti, tra cui la perdita di produttività, l’assistenza informale e i costi sociali. A livello di costo pro capite l’Italia è seconda solo alla Germania tra i principali Paesi europei (726 vs. 903 euro).
Considerando l’evoluzione del contesto demografico, con una popolazione over-65 destinata a crescere dal 24,1% del 2023 al 34,9% del 2050, queste patologie saranno sempre più una priorità di sanità pubblica.
Gli esperti, ovviamente, evidenziano che è fondamentale agire anche sulle difformità regionali al fine di ridurre le disuguaglianze negli outcome di salute e garantire l’equità nelle cure, uno dei pilastri del nostro Ssn che quest’anno compie 45 anni. Fondamentale è la prevenzione primaria e secondaria e diagnosi precoce, considerando che l’80% dei decessi legati a queste malattie sia prevenibile.
Difatti, il 98% della popolazione è esposto ad almeno un fattore di rischio e l’82% dei maggiorenni non ha uno stile di vita sano.

Innovazioni ed accesso alle cure

L’accesso all’innovazione tecnologica e farmacologica ha permesso, tra il 1990 e il 2020, una riduzione del tasso di mortalità per queste patologie, ma il nostro Paese presenta ancora alcune criticità rilevanti. Solo per citare alcuni esempi, il 60% dei pazienti candidabili non ha avuto accesso alle TAVI, I PCSK9i rappresentano solo lo 0,5% del consumo dei farmaci ipolipemizzanti, solo 3 regioni hanno un riconoscimento ad hoc per la procedura di chiusura dell’auricola (prevenzione dell’ictus). A questo si aggiunge la burocrazia che rallenta l’attività clinica e ‘scoraggia’ l’accesso alle terapie più innovative: secondo una recente analisi, se ogni medico prescrittore dedicasse alle visite anche solo metà del tempo impiegato nella compilazione dei Registri, ciascuna delle quali può richiedere fino a 40 minuti, si potrebbero effettuare circa 53.000 visite in più, con impatti positivi in termini finanziari ma anche organizzativo-gestionali, a partire dal problema delle liste d’attesa.
L’aderenza alle terapie e alle prestazioni, oltre a impattare direttamente sugli outcome di salute, ha anche ripercussioni importanti sulla sostenibilità del Ssn: secondo i dati del Centro Studi SIC Sanità in Cifre di FederAnziani una migliore aderenza alla terapia può far risparmiare al Ssn fino a 11,4 miliardi di euro annui, in termini di minori eventi avversi, inferiori accessi ai pronto soccorso e ospedalizzazioni e una minore spesa farmaceutica. Secondo i più recenti dati di Aifa, il 43% dei cittadini presenta un’alta aderenza ai farmaci ipolipemizzanti e il 52% presenta un’alta aderenza agli anticoagulanti e ai farmaci per l’ipertensione e lo scompenso cardiaco. L’aderenza diminuisce al crescere dell’età ed è più bassa nelle regioni del sud.

Il supporto della tecnologia

La telemedicina e gli altri strumenti di sanità digitale non solo contribuiscono a una più efficace gestione dei pazienti, ma promuovono un vero e proprio cambio di paradigma nell’erogazione delle cure. Il nostro Paese in questo ambito presenta una scarsa interconnessione e interoperabilità tra i sistemi informativi, dei limiti oggettivi alla condivisione e all’utilizzo dei dati sanitari a causa della normativa privacy e una carenza di competenze informatiche del personale sanitario. Solo 8 regioni prevedono il riconoscimento amministrativo e il rimborso del tele-monitoraggio dei dispositivi impiantabili e sono isolati i casi di regioni che prevedono il rimborso per la tele-visita cardiologica/cardiochirurgica di controllo.
Le malattie cardio, cerebro e vascolari rendono sempre più manifesta la necessità di rivedere il rapporto tra ospedale e territorio, di dotare il sistema di risorse umane, infrastrutturali e tecnologiche adeguate ai bisogni di salute e di rendere i servizi socio-sanitari sempre più integrati e prossimi al cittadino. La continuità di cura tra i diversi setting assistenziali riveste quindi un ruolo cruciale.
Oggi esiste ancora un gap evidente tra la mortalità a 30 giorni e a 1 anno sia per l’Infarto miocardico acuto (7% vs. 9,1%) che per l’ictus (10,5% vs. 17%). A impattare negativamente sulla mortalità a 1 anno è anche la bassa percentuale di soggetti impegnati in programmi di riabilitazione: il 70% dei pazienti che ne hanno avuto indicazione non svolge alcun tipo di riabilitazione cardiologica. Sul fronte della multidisciplinarità, secondo una survey di Cittadinanzattiva sul paziente cardiovascolare, solo il 7,4% dei medici dichiara di far parte di percorsi strutturati con interazione costante tra specialisti e MMG.

L’health literacy

I pazienti diventano sempre più attori protagonisti del proprio percorso di cura ed è quindi necessario investire nel coinvolgimento e nell’empowerment del paziente. Oggi però il livello di health literacy dei cittadini italiani è più basso rispetto alla media europea (il 23% ha un livello di health literacy inadeguato vs. una media europea del 13%). In aggiunta c’è uno scarso livello di consapevolezza della propria condizione di salute, basti pensare che il 52% è inconsapevole di essere iperteso (34%) o ne è consapevole ma non si cura (18%).

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