Servono più di 6.200 operatori sanitari e oltre 2.000 nuovi posti letto nei prossimi tre mesi per sostenere la risposta all’epidemia di Ebola Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo. È la stima dell’Organizzazione mondiale della sanità mentre i contagi continuano a crescere e, in alcune delle aree più colpite, i centri di trattamento cominciano ad avvicinarsi alla saturazione.
Al 5 settembre i casi confermati sono 6.604 e i decessi 3.175. Tre giorni prima erano rispettivamente 6.342 e 3.072. L’Ituri resta l’epicentro dell’epidemia, ma la trasmissione continua anche nel Nord Kivu e secondo gli ultimi dati delle autorità congolesi le zone sanitarie coinvolte sono salite a 61, distribuite in sei province.
Il problema adesso non è soltanto aumentare il numero dei posti disponibili, ma riuscire a portarli rapidamente dove aumentano i malati. L’OMS conta 59 strutture dedicate al trattamento, con una capacità complessiva di 1.346 posti letto. Nell’Ituri, dove si concentra la maggior parte dei casi, alcuni centri di Bunia hanno già raggiunto livelli di occupazione compresi tra il 90% e il 100%.
Più personale
Dall’inizio dell’emergenza oltre 4.000 operatori sanitari aggiuntivi hanno rafforzato la risposta, ma l’OMS stima che nei prossimi tre mesi serviranno altri 6.200 operatori e 2.071 posti letto operativi. Il potenziamento riguarda non soltanto medici e infermieri, ma l’intera macchina necessaria a far funzionare i centri di trattamento, dall’assistenza clinica alla gestione dei casi sospetti, fino alla disponibilità di farmaci, dispositivi e apparecchiature per la rianimazione. Le équipe stanno inoltre adattando continuamente l’organizzazione degli spazi e dei percorsi interni per riuscire ad assorbire l’aumento dei pazienti senza aumentare il rischio di trasmissione all’interno delle strutture.
“La nostra priorità è garantire che ogni paziente riceva cure di qualità anche mentre il numero dei casi aumenta”, ha spiegato Marta Lado, responsabile dell’OMS per la gestione clinica dell’epidemia. Una delle difficoltà resta l’arrivo tardivo dei malati nei centri, spesso dopo diversi giorni dalla comparsa dei sintomi. L’OMS sottolinea che intervenire prima significa aumentare le possibilità di sopravvivenza, ridurre la durata del ricovero e limitare anche il tempo durante il quale una persona infetta può continuare a trasmettere il virus nella comunità.
Per questo la risposta viene portata sempre più vicino alle aree colpite. A Kasenyi e Tchomia sono stati dispiegati laboratori mobili per evitare di trasferire i campioni fino a Bunia, un passaggio che in precedenza poteva far attendere quattro o cinque giorni prima di ottenere un risultato. Con la nuova capacità diagnostica decentrata, la risposta può arrivare in circa sei ore. Significa poter isolare molto più rapidamente i casi positivi, avviare prima le cure e liberare invece le persone che risultano negative, riducendo anche la pressione sui centri.
Sei mesi di risposta
Il governo congolese ha intanto avviato con OMS, Africa CDC e partner un piano rivisto di 180 giorni per intensificare la risposta all’epidemia. Nei prossimi sei mesi la strategia punta a rafforzare sorveglianza epidemiologica, ricerca dei contatti, capacità diagnostica, assistenza ai pazienti e coinvolgimento delle comunità. L’obiettivo è anche rendere più rapida la risposta quando il virus raggiunge nuove aree, riducendo i ritardi nell’individuazione dei casi e nell’attivazione delle strutture sanitarie.
Il piano accompagnerà quindi la risposta fino ai primi mesi del 2027, con un rafforzamento della rete sanitaria e della logistica sia nelle province già colpite sia in quelle maggiormente esposte alla diffusione del virus. Per mettere in campo tutte le misure previste serviranno complessivamente 1,3 miliardi di dollari, mentre continuano ad aumentare le necessità di personale, posti letto e capacità diagnostica.
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