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Aggressioni ai sanitari, Amato: “La prevenzione deve diventare parte del sistema”

mercoledì 26 Agosto - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro, Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Palermo

“Non possiamo continuare a intervenire soltanto dopo che un medico o un infermiere è stato aggredito. La sicurezza deve entrare stabilmente nell’organizzazione dei servizi sanitari, partendo dai luoghi più esposti e dalle situazioni che sappiamo essere maggiormente a rischio“. Il presidente dell’Ordine dei medici di Palermo e componente della Fnomceo, Toti Amato, torna sul tema delle aggressioni dopo un’estate segnata da una serie di episodi nelle strutture sanitarie del capoluogo e della provincia.

L’estate di fuoco

La sequenza parte dal 6 giugno, quando all’ospedale Cervello un gruppo di giovani ha forzato l’ingresso del pronto soccorso e accerchiato la postazione infermieristica. L’8 luglio, al centro dell’Asp di via Arcoleo, si è verificato l’episodio più grave, un uomo ha ferito con un coltello alla spalla e al volto il dirigente medico Francesco Paolo Sutera. Ad agosto gli episodi sono diventati ancora più ravvicinati. Il 9, al Pte di Bagheria, un uomo in stato di ebbrezza ha danneggiato il presidio, mentre il 12, all’Ospedale dei Bambini, un uomo ha mandato in frantumi la vetrata del triage.

Gli ultimi casi si sono concentrati al pronto soccorso del Civico. Il 13 agosto un paziente ha aggredito un infermiere e danneggiato computer e stampanti. Nei giorni successivi un ventunenne ha colpito con un pugno un medico, provocandogli una ferita al volto che ha richiesto otto punti di sutura. Il 19 agosto un altro uomo si è scagliato contro un operatore e ha danneggiato arredi e attrezzature. Il 22 agosto un trentaduenne arrivato con un’ambulanza del 118 ha danneggiato le postazioni informatiche e tentato di aggredire il personale. È stato arrestato per danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio.

Per amato: “Quello che preoccupa non è soltanto la gravità del singolo fatto, ma la sua ripetizione. Chi lavora nell’emergenza non può affrontare ogni turno considerando possibile anche uno scontro fisico con chi dovrebbe assistere. Questo produce paura, stress e finisce inevitabilmente per incidere sull’ambiente di lavoro. Dobbiamo usare ciò che sta accadendo per capire dove il sistema è più esposto e intervenire prima. La sicurezza non può dipendere dalla capacità del singolo operatore di gestire una situazione che improvvisamente diventa violenta”.

Le misure allo studio

Sul fronte della prevenzione, la Regione punta a rafforzare i sistemi di allertamento nelle strutture sanitarie, anche attraverso un maggiore coinvolgimento del NUE 112 e delle forze dell’ordine. Tra le ipotesi sulle quali si sta ragionando c’è anche l’utilizzo dell’app WhereAREU per consentire agli operatori dei presidi sanitari di inviare una richiesta di aiuto silenziosa e geolocalizzata in caso di pericolo. Si tratta però di una soluzione ancora allo studio, che non è stata formalmente proposta e sulla quale dovranno essere definiti modalità e percorsi operativi.

Alcuni strumenti, invece, sono già operativi nelle aziende. Dal febbraio scorso l’Arnas Civico utilizza nei pronto soccorso del Civico e dell’Ospedale dei Bambini un sistema antiaggressione con telecomandi portatili affidati agli operatori. Premendo il pulsante, il personale invia in modalità silenziosa un segnale alla centrale operativa della vigilanza, attiva 24 ore su 24. La centrale può quindi far intervenire le guardie giurate o, quando necessario, le forze dell’ordine.

In altre aziende siciliane la scelta è caduta anche sulle bodycam. Il Policlinico di Messina le utilizza nel pronto soccorso dal 2025, mentre il Policlinico Rodolico-San Marco di Catania ne ha avviato quest’anno una sperimentazione per medici, infermieri e operatori sociosanitari. Il loro utilizzo resta legato a protocolli specifici per la gestione delle registrazioni e la tutela dei dati personali.

“Non possiamo pensare che la prevenzione si esaurisca nei dispositivi di sicurezza. Servono certamente strumenti capaci di garantire un intervento rapido, ma bisogna lavorare anche sulla formazione degli operatori, sulla capacità di riconoscere e gestire le situazioni che possono degenerare e sulla comunicazione con pazienti e familiari. C’è poi un tema più ampio di sensibilizzazione, perché troppo spesso si entra in ospedale con l’idea che ogni attesa o difficoltà possa essere scaricata su chi sta lavorando. Come Ordine e come Fnomceo insistiamo da tempo sulla necessità di ricostruire un rapporto di fiducia e rispetto tra cittadini e professionisti. La sicurezza passa anche da qui, da una cultura diversa dei luoghi di cura e da una responsabilità che deve essere condivisa da istituzioni, aziende sanitarie, professionisti e cittadini”, evidenzia il presidente.

Il Daspo sanitario

Poi c’è il tema di chi ha già oltrepassato il limite. Se una persona si è resa responsabile di un’aggressione nei confronti di un sanitario, credo sia legittimo chiedersi se possa continuare ad accedere alle strutture con le stesse modalità. Per questo ho proposto il Daspo sanitario, fermo restando che le cure urgenti e indifferibili devono essere sempre garantite. Si possono però prevedere percorsi differenti, accessi controllati e misure specifiche per evitare che chi ha già dimostrato comportamenti violenti possa mettere nuovamente a rischio medici, infermieri e altri operatori. Non si tratta di negare assistenza, ma di conciliare il diritto alle cure con quello dei professionisti a lavorare in sicurezza”, aggiunge.

La proposta si inserisce in un sistema di tutele che negli ultimi anni il legislatore ha progressivamente rafforzato, con sanzioni più severe e strumenti che consentono di intervenire più rapidamente nei confronti degli aggressori. Per Amato, però, il passaggio successivo deve consistere nell’utilizzare in maniera sistematica i dati sugli episodi per orientare le scelte organizzative e concentrare le misure nei luoghi dove il rischio è maggiore.

Il punto è arrivare a un sistema nel quale ogni episodio non venga archiviato come un fatto isolato. Bisogna raccogliere e utilizzare le informazioni, capire dove si concentra il rischio e trasformarle in decisioni organizzative. Abbiamo già norme più severe e strumenti che le aziende stanno introducendo, ma serve continuità nell’azione. Altrimenti continueremo a intervenire dopo ogni aggressione, quando invece l’obiettivo deve essere ridurre concretamente la possibilità che la successiva avvenga“, conclude Amato.

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