Rafforzare la presa in carico territoriale, ridurre le disuguaglianze regionali, integrare sanità e sociale, potenziare i Dipartimenti di Salute Mentale e affrontare in modo strutturato nodi rimasti a lungo irrisolti, dalla salute mentale in età evolutiva alla gestione dell’emergenza psichiatrica, fino ai percorsi dedicati ai pazienti autori di reato.
Sono questi gli obiettivi del Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030, approvato in sede di Conferenza Unificata e presentato come il nuovo quadro di riferimento per restituire centralità a un settore strategico del Servizio sanitario nazionale, chiamando Regioni e Aziende sanitarie a tradurre gli indirizzi in scelte organizzative e operative concrete.
Ma è nei territori che questi indirizzi sono chiamati a diventare realtà. In Sicilia, il nuovo Piano si confronta, e spesso si scontra, con l’organizzazione quotidiana dei servizi e con le difficoltà concrete del Sistema sanitario regionale che, come in molte altre regioni, porta con sé criticità strutturali già note, come la carenza di personale, i vincoli finanziari e le forti disomogeneità territoriali, la distanza tra programmazione e attuazione rappresenta uno dei nodi principali
Su questo sfondo interviene Maurizio Montalbano, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASP di Palermo, al quale abbiamo chiesto un quadro sulla situazione dei servizi e sulle prospettive aperte dal Piano.
Direttore, dopo anni senza un aggiornamento organico della programmazione nazionale sulla salute mentale, cosa cambia davvero con il nuovo Piano e dove restano le principali criticità?
“Il PANSM 2025-2030 rappresenta certamente un documento di rilievo nel panorama della salute mentale nazionale, con una declinazione regionale che affronta percorsi di promozione, prevenzione e cura. Consente di fissare l’attenzione su alcune criticità che oggi richiedono un intervento immediato, in particolare la tutela della salute mentale degli autori di reato e la necessità di strutture e piante organiche adeguate a una emergenza i cui risvolti operativi già iniziano a manifestarsi.
Il sovraffollamento carcerario e l’esigenza di alternative alla detenzione che garantiscano assistenza e reinserimento sociale rappresentano obiettivi pressanti. Il Piano prevede l’incremento dei posti letto all’interno delle strutture sanitarie degli istituti penitenziari, sezioni dedicate a imputati e condannati con patologia psichiatrica sopravvenuta durante l’esecuzione della misura detentiva ma compatibile con il regime carcerario. Il raggiungimento di questi obiettivi presuppone però la presenza di personale in numero adeguato, condizione che ad oggi non risulta soddisfatta.
La piena realizzazione delle Articolazioni territoriali per la salute mentale (ATSM) e di percorsi sanitari specifici negli istituti penitenziari consentirebbe di gestire in modo più adeguato le crescenti esigenze di trattamento della popolazione carceraria con disturbi psichiatrici”.
Il Piano è uno strumento di indirizzo e non un atto vincolante. Quanto pesa questo limite nel passaggio dalla programmazione all’attuazione?
“Il rischio che resti un documento programmatico esiste ed è legato soprattutto alla previsione di spesa e alla concreta costruzione del modello di Dipartimento di Salute Mentale, rimessa a un momento successivo di concertazione con le Regioni. Anche le procedure per l’assunzione di personale a tempo indeterminato restano un tema centrale e di stretta attualità, perché senza un potenziamento degli organici risulta difficile incidere in modo reale sui servizi territoriali”.
Guardando al contesto siciliano e all’area metropolitana di Palermo, qual è oggi lo stato dei servizi di salute mentale in termini di carichi di lavoro, organici e capacità di risposta, e dove si concentrano le criticità più urgenti insieme ai margini di intervento possibili?
“La carenza di personale rappresenta un vulnus che non riguarda soltanto la Sicilia ma l’intero territorio nazionale, con effetti particolarmente evidenti in ambiti complessi come quello della salute mentale e, in modo ancora più marcato, nell’area penitenziaria. Questa situazione genera affanno tra gli operatori e incide direttamente sulla capacità di presa in carico e sulla continuità dei percorsi terapeutici.
Il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale, pur nella sua natura programmatica e non vincolante, costituisce comunque un passo avanti importante perché individua obiettivi strategici comuni su scala nazionale. Tra questi, ad esempio, la necessità di rivalutare il fabbisogno di ATSM in funzione delle esigenze specifiche delle Regioni e delle singole pubbliche amministrazioni. Resta però evidente che l’individuazione concreta degli strumenti e delle azioni necessarie per superare le diseguaglianze territoriali è rimessa alle scelte regionali e locali.
Nel contesto siciliano e palermitano, una delle urgenze principali riguarda la tutela della salute mentale degli autori di reato e la costruzione di percorsi strutturati e stabili per i pazienti autori di reato. Un altro nodo centrale è rappresentato dall’integrazione, ancora insufficiente, tra servizi sanitari e servizi sociali. Se rispetto al passato si registrano segnali di maggiore interazione, siamo ancora lontani dal raggiungimento degli obiettivi di integrazione che il Piano si propone.
A tutto questo si aggiunge il tema, decisivo, delle risorse finanziarie. Le risorse oggi disponibili risultano già inadeguate rispetto all’attuale assetto dei servizi e lo sono ancora di più se rapportate agli obiettivi di potenziamento delle strutture esistenti e di attivazione di nuovi servizi e nuove tipologie di strutture previsti dal Piano. Si tratta tuttavia di una questione di ampio respiro, che coinvolge livelli decisionali diversi e altri attori istituzionali, e che non può trovare una risposta compiuta esclusivamente a livello locale”.
Il Piano insiste sulla presa in carico territoriale e multidisciplinare. Dove si concentrano oggi i principali limiti organizzativi?
“I limiti principali restano legati alla mancanza di personale specialistico e alla carenza di una cultura diffusa dell’accettazione della patologia mentale, che ancora oggi registra significative resistenze. Il PANSM offre spunti importanti, dall’integrazione tra ospedale e territorio a quella tra servizi sanitari, sociali e penitenziari, ma senza risorse adeguate questi obiettivi risultano difficili da tradurre nella pratica quotidiana”.
E nel contesto di risorse limitate e di crescente ricorso al privato, come si può rafforzare la salute mentale pubblica?
“Per potere realmente rafforzare la salute mentale è inevitabilmente necessario incrementare le risorse disponibili. Il personale che opera in questo settore risulta oggi assolutamente insufficiente e le strutture e i servizi offerti sono inadeguati dal punto di vista quantitativo, qualitativo e della differenziazione dell’offerta.
Rafforzare la presenza del soggetto pubblico sul territorio nell’ambito della salute mentale resta l’unica vera arma in possesso dei medici e degli operatori per garantire un servizio di tutela in termini di prevenzione, presenza e prossimità, visione unitaria sanitaria, psicologica e sociale del soggetto e continuità delle cure”.
Nei prossimi mesi, da dove può partire concretamente l’attuazione del Piano in Sicilia e a Palermo?
“I primi passi concreti da avviare riguardano innanzitutto le nuove assunzioni di medici psichiatri, autorizzati a operare sin da subito. Gli specializzandi, nella gran parte dei casi, rappresentano un supporto solo parziale, perché possono svolgere attività clinica esclusivamente in presenza di un tutor già specializzato, con ricadute anche sul piano organizzativo.
Accanto al tema del personale, risulta fondamentale la creazione di strutture dedicate ai pazienti più gravi e di percorsi specifici per i pazienti autori di reato. Si tratta di interventi concreti e necessari per rispondere in modo più adeguato a bisogni complessi che oggi trovano risposte frammentarie o insufficienti”.
Per capire se il Piano produrrà effetti reali e non solo formali, su quali indicatori occorre tenere alta l’attenzione?
“Gli indicatori da monitorare sono diversi. Tra questi, la riduzione delle liste di attesa, il turnover dei pazienti inseriti in Comunità terapeutiche assistite (CTA), il numero dei ricoveri in Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), l’aumento dell’assistenza domiciliare, con l’obiettivo di ridurre ospedalizzazioni improprie e processi di cronicizzazione.
A questi elementi si aggiungono i processi di reclutamento del personale, la qualità, e non soltanto la quantità, della spesa delle risorse previste, la capacità di garantire una risposta tempestiva da parte del servizio pubblico, la qualità della diagnosi e delle attività di prevenzione. Un’attenzione particolare andrebbe riservata alla fase di transizione tra le diverse generazioni, attraverso una rete stabile che coinvolga tutti gli attori istituzionali presenti sul territorio”.
Al 2030, quale sarebbe il segnale più evidente del successo del Piano anche in un contesto complesso come quello siciliano?
“Il segnale più chiaro sarebbe la riduzione del numero dei pazienti gravi e una maggiore compliance terapeutica, intesa come adesione consapevole e continuativa ai percorsi di cura. Sarebbe l’indicatore di un sistema capace non solo di intervenire sull’emergenza, ma di costruire percorsi efficaci e duraturi nel tempo”.








