“La Medicina Generale è la spina dorsale del Sistema sanitario nazionale e va rilanciata immediatamente per salvaguardare la sanità pubblica”. A dichiararlo senza mezzi termini è Alessandro Rossi, presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (Simg), durante il progetto “La Sanità che vorrei…”.
“Servono infermieri e personale amministrativo, strumenti tecnologici all’altezza e una formazione paritaria alle altre specialità – prosegue -. Soltanto così la Medicina Generale potrà far fronte alle difficoltà che affronta ogni giorno, a dispetto della perdita di 10.000 medici negli ultimi anni”.
L’incremento della popolazione anziana e delle malattie croniche mette sotto pressione ogni settore della sanità territoriale, in particolare i Pronto Soccorso. Tuttavia, la medicina del territorio soffre da anni di trascuratezza e mancanza di risorse adeguate per rispondere ai bisogni reali della popolazione.
Rossi denuncia che, in dieci anni, il numero di medici generali è sceso da 46.000 a 35.000, e la narrativa di una professione ben pagata e poco impegnativa è una pericolosa illusione. La verità è che i concorsi di specializzazione per la medicina generale restano semivuoti: metà dei posti non viene coperta. I giovani medici, inoltre, scoraggiati dalla carenza di prospettive, preferiscono altre specializzazioni come la cardiologia.
“Se il corso di medicina generale non sarà equiparato alle altre specialità, nessuno lo sceglierà. È arrivato il momento di agire”, coglie l’occasione Rossi di replicare alle recenti prese di posizione di alcuni opinion leader. Il presidente ribadisce che: “Da almeno dieci anni, la maggior parte delle attività mediche si svolge in strutture organizzate in gruppi, reti e associazioni, un modello che ormai è diventato la norma. Le medicine di gruppo integrate e di servizio sono una realtà consolidata. Tuttavia, in Italia ci sono ancora piccoli Comuni, con 200-300 abitanti, dove un singolo medico di medicina generale si trova a fronteggiare, da solo, i bisogni di una popolazione anziana e fragile”.
Quindi mentre i Pronto Soccorso esplodono, la medicina territoriale continua a resistere con difficoltà. I medici di medicina generale sono l’unico baluardo per gli anziani e i fragili. Gli unici a presidiare i territori più remoti, i piccoli comuni spesso lontani dai grandi centri sanitari.
“Nelle piccole località, dove abitano circa il 16% degli italiani, un unico medico di medicina generale è chiamato a sostenere un intero territorio, a prendersi cura degli anziani, delle persone più vulnerabili, a garantire visite domiciliari e assistenza di base. Nonostante ciò, mancano persino le risorse amministrative e tecnologiche per gestire in modo adeguato l’aumento di richieste di contatto e l’impiego di app, e-mail e messaggistica, esploso dopo la pandemia”, evidenzia.
Una realtà che i critici, come il farmacologo Silvio Garattini, sembrano ignorare, evidenzia Rossi. “Siamo disposti a cambiare e se per farlo occorre adottare un sistema di dipendenza, non è un tabù per noi. Ma le strutture di comunità non possono limitarsi a uno slogan: servono risorse e personale per farle funzionare”.
“Non bastano buone intenzioni o provocazioni, servono fatti concreti. Senza un intervento deciso, l’intero sistema sanitario italiano rischia il collasso”, conclude.







