L’omosessualità come “sintomo di un male”, legato ad abusi subiti nell’infanzia o a carenze affettive, fino all’idea che questi vissuti possano “bloccare la nostra naturale eterosessualità” e che sia possibile intervenire attraverso percorsi definiti riparativi. Sono le posizioni espresse dallo psichiatra palermitano Mauro Adragna e diffuse anche attraverso i social, finite ora all’attenzione dell’Ordine dei medici di Palermo.
L’Ordine avvierà gli accertamenti necessari per ricostruire i fatti e valutare se emergano profili di rilievo deontologico. “Su un punto la medicina non lascia spazio ad ambiguità. L’omosessualità non è una malattia e non c’è nulla da cui guarire. L’Ordine non giudica le convinzioni personali, culturali o religiose, ma è diverso se vengono proposte utilizzando la qualifica di medico, come percorsi terapeutici o entrano nell’attività professionale. Sul collega accerteremo i fatti nel pieno rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa”, chiarisce il presidente dell’Omceo Toti Amato. Le eventuali conseguenze dipenderanno quindi dall’esito degli accertamenti e dalla valutazione disciplinare dell’Ordine
A questo si aggiunge adesso la presa di posizione della psichiatria pubblica palermitana. Maurizio Montalbano, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asp Palermo, prende le distanze dalle affermazioni di Adragna e chiarisce che quelle posizioni non rappresentano né la disciplina né l’orientamento della comunità scientifica.
“In merito alla vicenda dello psichiatra palermitano che diffonde sui social media le proprie posizioni sull’omosessualità, esprimo il mio formale dissenso e mi dissocio integralmente dal contenuto di quelle affermazioni. Ritengo necessario chiarire subito un punto, perché su temi così delicati il rischio è che la posizione di un singolo professionista venga percepita dall’opinione pubblica come il pensiero della psichiatria nel suo complesso. Non è così. Si tratta di posizioni personali che non riflettono l’orientamento della comunità scientifica e che non possono essere attribuite alla disciplina nel suo insieme. La psichiatria non può essere rappresentata attraverso generalizzazioni o interpretazioni individuali che finiscono per trasformare fenomeni complessi in spiegazioni semplicistiche”.
Quando affrontiamo problematiche di questo tipo dobbiamo tenere conto della complessità della persona, della sua storia, del contesto in cui vive e dell’insieme dei fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali che possono concorrere al benessere o al disagio. Ridurre tutto a una causa unica significa perdere questa complessità e, soprattutto, rischiare di trasmettere un messaggio che non trova corrispondenza nelle conoscenze scientifiche condivise”.
Il direttore del Dipartimento di Salute mentale insiste soprattutto sul peso che assume una dichiarazione quando arriva da un medico.
“C’è poi un altro aspetto che considero importante. Un professionista naturalmente può avere proprie convinzioni personali, culturali o religiose, ma quando interviene pubblicamente utilizzando la propria qualifica di medico o di psichiatra quelle parole acquistano inevitabilmente un peso diverso. Chi legge può pensare che dietro quell’affermazione ci sia una posizione scientifica, un orientamento clinico riconosciuto o addirittura una linea condivisa dalla categoria. È proprio per questo che bisogna essere molto rigorosi nel distinguere ciò che appartiene alla sfera personale da ciò che invece deriva dalle evidenze e dal sapere scientifico. Il ruolo del medico comporta una responsabilità anche nella comunicazione. Perché le parole possono incidere sulla percezione che le persone hanno di sé, sul rapporto con i servizi sanitari e sulla fiducia nei professionisti”.
Montalbano allarga poi il ragionamento alla funzione stessa della psichiatria e al rapporto con i pazienti.
“La psichiatria deve prima di tutto ascoltare, comprendere e prendersi cura della persona. Non può partire da un giudizio precostituito né da una lettura che pretende di spiegare ogni situazione attraverso lo stesso schema. Le motivazioni e le condizioni che possono incidere sul disagio psicologico sono multifattoriali e cambiano da persona a persona. Parlare di traumi, ambiente familiare, elementi sociali o caratteristiche individuali può avere senso soltanto all’interno di una valutazione clinica rigorosa e riferita a quella specifica persona. Trasformare invece questi elementi in spiegazioni generali significa fare un salto che scientificamente non possiamo sostenere. È questo il punto che mi interessa ribadire. Una cosa è il pensiero personale di un professionista, un’altra è ciò che la psichiatria riconosce sulla base delle conoscenze disponibili e del confronto scientifico”.
Da qui la presa di distanza, che Montalbano definisce necessaria anche per evitare equivoci sulla posizione dei servizi pubblici di salute mentale.
“Chi si rivolge ai nostri servizi deve sapere che troverà professionisti chiamati a lavorare sulla base delle evidenze, del rispetto della persona e della deontologia. Non credo che una vicenda del genere debba trasformarsi in una contrapposizione ideologica. Credo invece che debba servire a riaffermare con chiarezza quali siano i confini tra opinione personale e pratica clinica. Il compito della medicina non è confermare convinzioni individuali, ma offrire valutazioni e percorsi fondati su conoscenze verificabili. È su questo terreno che la psichiatria deve continuare a muoversi”.







