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Omosessualità e medicina, Costa: “Il camice non può trasformare un pregiudizio in una diagnosi”

lunedì 14 Settembre - 2026 | di Giorgia Görner Enrile | Categorie: Lavoro

Il dibattito nato attorno alle affermazioni che riconducono l’omosessualità a una condizione patologica o a traumi vissuti dalla persona apre una questione più ampia sul ruolo della medicina e sui confini della responsabilità professionale. Non riguarda soltanto l’orientamento sessuale, ma il rapporto tra scienza, convinzioni personali, libertà individuale e dignità di chi si affida a un professionista sanitario. Quando il giudizio morale entra nello spazio della cura, il rischio è che il camice perda la propria funzione e che una posizione personale acquisti un’autorevolezza clinica che non le appartiene.

Su questo interviene Renato Costa, responsabile Salute della Cgil Sicilia, richiamando la necessità di tenere distinta la libertà di opinione dalle evidenze scientifiche e di riportare al centro la persona, la sua storia e il diritto a ricevere assistenza senza pregiudizi.

“Ci sono parole che suscitano indignazione e altre che provocano soprattutto tristezza. Quando qualcuno usa la medicina per giudicare, colpevolizzare o pretendere di correggere ciò che appartiene alla libertà e alla dignità della persona, non commette soltanto un errore sul piano scientifico. Tradisce il significato stesso della cura. La medicina nasce per ascoltare, comprendere e curare. Non per stabilire quale orientamento sessuale sia giusto, quale modello familiare sia migliore o quale modo di vivere meriti maggiore considerazione”.

“Su questo dobbiamo essere estremamente chiari. La scienza non può seguire convinzioni personali, religiose o ideologiche. Deve seguire le evidenze, i dati e il metodo scientifico. La storia della medicina ci insegna quanto danno abbiamo prodotto ogni volta che abbiamo confuso il pregiudizio culturale con una diagnosi e la diversità con una patologia. Proprio per questo chi esercita una professione sanitaria ha una responsabilità ancora maggiore quando parla pubblicamente utilizzando l’autorevolezza che deriva dal proprio ruolo”.

“Un medico può avere una fede religiosa, convinzioni politiche, valori morali e una propria idea della società. Nessuno gli chiede di rinunciarvi. Ma quelle convinzioni appartengono alla sua sfera personale. Nel rapporto con il paziente devono arretrare davanti alla scienza e davanti alla persona. Una mia opinione non può diventare una diagnosi, così come una convinzione religiosa non può servire a definire patologica la vita di qualcuno. Allo stesso modo, la mia idea personale della sessualità, della famiglia o dei rapporti umani non può entrare in una valutazione clinica come se fosse un dato scientifico”.

“Il paziente non deve assomigliare al proprio medico. È il medico che deve avere gli strumenti scientifici, professionali e umani per avvicinarsi alla persona che ha davanti. Una persona può aver bisogno di aiuto perché soffre, perché vive una depressione, un conflitto, una condizione di isolamento, una discriminazione o una crisi profonda. Ma l’orientamento sessuale non può diventare di per sé una diagnosi. E nessuno può pensare di utilizzare la medicina per modificare una persona affinché corrisponda a un determinato modello morale o sociale”.

“Quando accade questo, la medicina smette di esercitare la cura e comincia a esercitare un potere sulla persona. È esattamente il contrario di ciò che dovrebbe rappresentare il camice. Noi dobbiamo proteggere chi entra in uno studio medico, soprattutto quando attraversa una fase di fragilità. Non possiamo aggiungere alla sua sofferenza il peso di un giudizio o convincerlo che qualcosa nella sua identità lo renda sbagliato”.

“Prima di qualsiasi diagnosi c’è una persona. Prima dell’orientamento sessuale, della religione, delle convinzioni politiche o di qualsiasi altra caratteristica individuale c’è una persona con una storia, relazioni, paure, affetti, ferite e speranze. La medicina perde la propria anima quando dimentica questo principio elementare. La competenza scientifica resta indispensabile, ma non possiamo separarla dall’etica, dal rispetto e dalla capacità di riconoscere la dignità di chi chiede aiuto”.

“C’è anche una questione di responsabilità professionale. Il prestigio del camice non può offrire una copertura scientifica alle convinzioni personali. La libertà di pensiero appartiene a tutti, anche ai medici, ma una convinzione individuale non acquista valore scientifico soltanto perché la esprime un professionista sanitario. Dobbiamo mantenere molto netto questo confine, perché dall’altra parte c’è spesso una persona che attribuisce alle parole del medico un peso enorme”.

“La sanità che dobbiamo difendere è una sanità nella quale ogni cittadino possa entrare senza chiedersi prima se il professionista che incontrerà lo giudicherà. Un giovane deve potersi rivolgere a uno psichiatra, a uno psicologo o a qualsiasi altro sanitario senza temere che il proprio orientamento sessuale diventi esso stesso il problema da curare. La relazione terapeutica nasce dalla fiducia. Se introduciamo il giudizio morale dentro quella relazione, rischiamo di distruggerla”.

“Non si tratta di contrapporre un’ideologia a un’altra. Al contrario, dobbiamo tenere le ideologie fuori dalla medicina. La politica, la religione e le convinzioni personali possono alimentare il dibattito pubblico, ma la diagnosi e la cura devono poggiare sulla conoscenza scientifica e sull’etica professionale. Su questo non possiamo accettare ambiguità”.

“Per questo serve anche un guizzo di dignità da parte di tutta la comunità sanitaria. Possiamo discutere, confrontarci e avere opinioni profondamente diverse. Ma esiste un limite che nessun medico dovrebbe superare: trasformare il proprio giudizio sulla vita di una persona in una presunta verità clinica. Quando succede, perde il paziente, perde la fiducia nel sistema sanitario e perde la medicina stessa. Il nostro compito resta un altro: custodire la dignità dell’essere umano e curare sulla base della scienza. Nessun pregiudizio e nessuna convinzione personale possono diventare una diagnosi”.

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