Negli ospedali la vera emergenza silenziosa non fa rumore, ma resiste agli antibiotici e cambia ogni giorno volto.
Le unità operative di Malattie Infettive delle Aziende sanitarie e ospedaliere di Palermo e Trapani si sono riunite ieri, 2 marzo 2026, per fare il punto su un tema che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente nei reparti ospedalieri, quello delle infezioni da Enterobacterales resistenti agli antibiotici.
Si tratta di batteri gram-negativi come Klebsiella pneumoniae, Escherichia coli ed Enterobacter spp., responsabili di infezioni urinarie, polmoniti, sepsi e infezioni correlate all’assistenza. Il problema non è la loro presenza in sé, ma la crescente capacità di sviluppare meccanismi di resistenza, in particolare verso i carbapenemi, antibiotici considerati tra le ultime linee di difesa.
I dati
“Secondo i dati dell’ECDC e dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Italia è tra i Paesi europei con la più alta circolazione di Enterobacterales resistenti ai carbapenemi. In alcune aree del Sud la percentuale di Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi ha superato negli anni recenti il 30%, con picchi superiori in contesti ospedalieri ad alta intensità di cura. Anche la Sicilia rientra tra le regioni a maggiore endemia per CRE, con un sistema di sorveglianza attivo da diversi anni”. A dichiararlo è Antonio Cascio, direttore dell’Unità di Malattie Infettive e Tropicali del Policlinico di Palermo e responsabile scientifico dell’incontro.
“Questo significa che non possiamo abbassare la guardia perché l’epidemiologia è dinamica e i meccanismi di resistenza cambiano nel tempo – sottolinea Cascio -. Ogni ceppo può sviluppare strategie diverse per sfuggire agli antibiotici e per questo è fondamentale monitorare costantemente i dati locali. La sorveglianza intraospedaliera e regionale ci permette di capire quali resistenze stanno emergendo e di adattare sia le terapie sia le misure di prevenzione. Senza un controllo continuo del fenomeno rischiamo di rincorrere il problema invece di anticiparlo“.
Sorveglianza e dinamica delle resistenze
“È fondamentale la sorveglianza perché l’aspetto epidemiologico ci consente di monitorare l’andamento locale delle infezioni, sia a livello intraospedaliero sia a livello regionale – aggiunge Chiara Iaria, direttore dell’UOC di Malattie Infettive dell’Arnas Civico -. L’epidemiologia non è statica ma cambia nel tempo e ogni germe può sviluppare meccanismi di resistenza differenti. In questo momento osserviamo un trend in aumento dei gram-negativi produttori di metallo-beta-lattamasi e questo richiede particolare attenzione anche in Sicilia. L’epidemiologia nazionale non è uniforme, ogni regione ha caratteristiche proprie, per questo è essenziale monitorare costantemente i dati regionali e mettere in atto azioni mirate contro i germi multiresistenti”.
In Sicilia è attiva da anni la sorveglianza delle Enterobacterales resistenti ai carbapenemi, la cosiddetta sorveglianza CRE, inserita nei piani nazionali e declinata a livello regionale. Ogni isolamento di un ceppo resistente viene notificato e registrato in database dedicati, permettendo un monitoraggio continuo dell’andamento annuale.
Nuove molecole e stewardship
Accanto alla sorveglianza, si apre il capitolo terapeutico. Le opzioni oggi sono più ampie rispetto al passato grazie a nuove combinazioni antibiotiche mirate sui meccanismi di resistenza, tra cui ceftazidime-avibactam e aztreonam-avibactam, attive anche contro ceppi produttori di metallo-beta-lattamasi in determinati contesti clinici.
“La partita però più importante si gioca sulla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza e sull’antimicrobial resistance – evidenzia Iaria -. Le nuove terapie sono fondamentali ma la prevenzione resta decisiva. È altrettanto importante intercettare il batterio in tempi rapidi, entro 24 o 48 ore. Oggi si parla molto di antimicrobial stewardship ma anche di diagnostic stewardship, quindi di diagnosi precoce e diagnostica rapida. Con le nuove metodiche possiamo ottenere risposte in poche ore e questo ci consente di impostare terapie mirate e più efficaci”.
In età pediatrica
Il problema assume caratteristiche particolari in età pediatrica e ad evidenziarlo è Claudia Colomba, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive Pediatriche, richiama l’attenzione su un aspetto spesso sottovalutato: “Nel bambino la gestione della malattia infettiva è più complessa rispetto all’adulto perché l’epidemiologia è diversa e la maggior parte delle infezioni è di origine virale”.
“Questo porta talvolta a prescrizioni antibiotiche inappropriate e quindi a un fenomeno di over treatment che esercita una pressione selettiva sulle specie microbiche favorendo l’emergere di ceppi resistenti – prosegue –. Anche la pressione genitoriale può influenzare le scelte terapeutiche. Dal punto di vista diagnostico, ottenere campioni biologici adeguati nei bambini è più difficile e spesso le terapie vengono avviate in modo empirico. Il problema diventa ancora più rilevante nei setting ad alta fragilità come la terapia intensiva pediatrica e l’oncoematologia, dove le opzioni terapeutiche sono più limitate rispetto all’adulto e molti farmaci vengono utilizzati off label”.
La sfida oltre le nuove molecole
“Le nuove molecole e le combinazioni antibiotiche oggi disponibili ci permettono di affrontare anche ceppi particolarmente complessi, inclusi quelli produttori di metallo-beta-lattamasi in determinati contesti clinici – conclude Cascio -. Tuttavia non possiamo pensare che la risposta sia solo farmacologica. Ogni nuova molecola va protetta con un uso appropriato, altrimenti rischiamo di compromettere anche queste opzioni in pochi anni. La resistenza evolve più velocemente della nostra capacità di produrre antibiotici e questo impone una responsabilità clinica e organizzativa che riguarda l’intero sistema sanitario”.







