Non è uno scontro tra professioni, ma una questione di regole e responsabilità.
I professionisti della sanità aprono un nuovo confronto sulle lauree magistrali specialistiche per gli infermieri. Al centro c’è lo schema di decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca che modifica il decreto 8 gennaio 2009 sulle classi delle professioni sanitarie. Il provvedimento, atteso in Gazzetta Ufficiale, istituisce tre percorsi nell’ambito della classe LM/SNT1 – Scienze infermieristiche specialistiche: cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità, cure neonatali e pediatriche, cure intensive ed emergenza.
All’interno degli obiettivi formativi dei nuovi percorsi è prevista, tra le competenze, la possibilità per l’infermiere specialista di prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche nei rispettivi ambiti di attività. Una formulazione che ha acceso il confronto istituzionale.
Il Consiglio Nazionale della FNOMCeO ha approvato una mozione chiedendo di modificare il testo, sostituendo il termine prescrivere con richiedere, e specificando che tali trattamenti debbano essere attivati in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione. Secondo la Federazione, infatti, diagnosi, prognosi e terapia restano atti qualificanti ed esclusivi della professione medica, come previsto dalla normativa vigente.
Il punto critico
Il nodo, pertanto, non è l’ampliamento delle competenze infermieristiche, ma la necessità di chiarire in modo preciso funzioni, margini di autonomia e responsabilità in un sistema sanitario organizzato per livelli di complessità e coordinamento.
“Aumentare le competenze dei professionisti sanitari è un atto veritiero e necessario – evidenzia Toti Amato, presidente dell’Ordine dei medici di Palermo e componente del direttivo della FNOMCeO –. Il problema non è ampliare le competenze, ma farlo dentro un sistema organizzato e coerente. Gli enti formatori devono dialogare con il mondo delle professioni e non procedere in modo isolato perché, quando si crea una nuova figura professionale, bisogna stabilire in quale contesto viene inserita, quali funzioni deve svolgere e quali responsabilità assume, soprattutto in un sistema sanitario che è per sua natura complesso”.
“La diagnosi è un atto che la legge attribuisce al medico e da quella diagnosi discende la prescrizione – sottolinea -. Se oggi si apre alla possibilità che un infermiere specialista possa prescrivere, allora bisogna chiarire in modo netto chi formula la diagnosi e, soprattutto, chi si assume la responsabilità delle decisioni che ne conseguono. Se la diagnosi viene formulata dal medico ma l’atto prescrittivo è affidato all’infermiere, occorre stabilire con precisione dove inizia e dove finisce la responsabilità di ciascuno. E se invece si ipotizza che l’infermiere possa operare con un margine di autonomia più ampio, anche questo deve essere regolato in modo esplicito. Senza una definizione chiara dei ruoli si rischia di creare confusione, soprattutto quando si tratta di rispondere delle conseguenze cliniche e legali delle decisioni assunte”.
Coordinamento clinico e responsabilità
“In un’organizzazione sanitaria articolata esiste sempre una funzione di coordinamento clinico che non si limita ad assegnare compiti, ma valuta gli esiti e garantisce la coerenza delle decisioni assunte lungo il percorso di cura. Gli infermieri rappresentano una componente essenziale del sistema, sono un riferimento costante per i pazienti e un supporto fondamentale per l’attività dei medici, con cui condividono quotidianamente la responsabilità dell’assistenza. Proprio per questo, se non si chiarisce in modo puntuale il livello di coordinamento e di integrazione, si crea incertezza nella pratica quotidiana e si espongono i professionisti a possibili ricadute sul piano delle responsabilità. È quindi necessario che l’assetto delle nuove competenze sia accompagnato da regole chiare, capaci di garantire sicurezza per i pazienti e certezza giuridica per i professionisti”, conclude.









